Da dove arriva Enrico Letta

L’incarico di formare il governo dato dal Presidente della Repubblica a Enrico Letta potrebbe aprire una nuova stagione non solo per il Paese, ma per il centro-sinistra, in particolare per il Pd, e, più in generale, per il rinnovamento della politica. Detto così sembra un miracolo, in realtà è qualcosa di più di una speranza.

«Il via libera di Renzi», osserva Marco Damilano sull’«Espresso», «è per Letta il passaggio decisivo che mancava per ottenere l’investitura del Quirinale ed è anche il tentativo di scrivere un patto generazionale. Uno schema che prevede alla guida del partito Renzi, il giovane per eccellenza della politica italiana, e alla guida del governo l’attuale vice-segretario del Pd, 47 anni il 20 agosto, il più giovane dei vecchi, il più vecchio dei giovani».

Al di là del bisticcio linguistico e, nonostante che si tratti di un governo particolare, politico sì, ma di larghe intese con la partecipazione e il supporto di Pd, Pdl e Scelta civica di Monti, l’ascesa di Enrico Letta alla presidenza del Consiglio può produrre risultati inaspettati. Ne è consapevole lui stesso che si è augurato che «da questa vicenda possa uscire una politica italiana diversa, attraverso riforme costituzionali necessarie per ridurre il numero dei parlamentari, per cambiare il sistema di bicameralismo perfetto e paritario, che è uno degli elementi che ha bloccato il Paese, per cambiare una legge elettorale che ha dato una maggioranza diversa tra Camera e Senato e ha finito per bloccare completamente la situazione».

Al di là dei propositi, quello che fa ben sperare è piuttosto il percorso formativo e politico del neopresidente del consiglio e la sua competenza istituzionale. Ad appena 32 anni, Enrico Letta è stato ministro per le Politiche comunitarie nel primo governo D’Alema, e dell’Industria, commercio e artigianato nel secondo; ministro del Commercio con l’estero con Amato e sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Romano Prodi, deputato al Parlamento europeo e vicesegretario del Partito popolare italiano e del Pd.

Punto di forza del neo presidente del Consiglio è soprattutto una formazione cresciuta all’ombra di Nino Andreatta e del centro studi Arel (Agenzia di ricerche e legislazione), di cui ha preso l’eredità. Ma non meno importanti sono gli incontri dei giovani della Lega democratica, il gruppo fondato da Achille Ardigò e Pietro Scoppola con lo scopo di rifondare la Democrazia cristiana e promuovere una cultura dell’intesa tra le forze politiche del Paese, a partire da Dc e Pci. «L’impronta culturale è chiara», scrive Lorenzo Biondi su «Europa». «Impegno nel partito cattolico, ma senza santificarne l’unità politica; formazione economica anglosassone, post-keynesiana, ma anche il tema tutto popolar-democristiano dell’attenzione ai corpi intermedi e alla società».

Dunque, Letta non è un uomo di barriere o di steccati e neppure di recinti chiusi. Lo rivela senza ombra di dubbio la sua partecipazione a numerosi sodalizi in cui avviene il confronto tra posizioni politiche diverse nazionali e internazionali. Innanzitutto, il think net «VeDrò», una rete di scambio di conoscenza, formata da più di 4 mila persone tra professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo, nata per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia; poi la vicepresidenza all’Aspen institute Italia, per il quale segue i seminari per i leader e i programmi dedicati all’Europa, e la sua associazione «Trecentosessanta gradi», luogo di approfondimento politico che punta ad un riformismo coerente.

Letta incarna il profilo di una generazione che cerca di smarcarsi da quella che ha fatto il ’68 e da quella degli attuali venti-trentenni. Un esponente di cerniera tra due mondi e tra due modi di essere della politica. «Una scelta di peso che premia in parte l’innovazione rispetto alla tradizione», conferma Massimo Giannini su «Repubblica». E, tuttavia, innervato di una cultura del dialogo e della moderazione riconosciuti persino dalla stampa internazionale. «Un moderato pacato con legami con tutto il Transatlantico», ha scritto il «Wall Street Yournal»; «Un cattolico moderato la cui moderazione si riflette anche sul piano dell’economia», ha ribattuto «Le Monde».

Un cattolico democratico, certo, ma con una visione molto aperta della politica. «Ha una cultura cattolica che non investe totalmente il suo modo di far politica», dice Graham Watson, capo del gruppo liberaldemocratico all’Europarlamento. E, tuttavia, potrebbe dare un nuovo impulso a una politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, come ha sottolineato a Radio Vaticana Claudio Gentili, direttore della rivista «La società» della Fondazione Toniolo. «Sono convinto», ha detto Gentili, «che i cattolici, soprattutto i cattolici democratici, possano dare un contributo preziosissimo al rilancio dell’Italia. Lo possono dare a partire da una visione che si lega alla Dottrina sociale della Chiesa, ma anche a un’idea moderna della politica: una politica che deve smetterla di essere vittima di incapacità realizzativa, una politica che sappia decidere, perché la democrazia è fatta di decisioni, non è fatta soltanto di conflitti».

Insomma, il muro contro muro non piace a nessuno, in particolare modo nel mondo cattolico. Per questo l’incarico affidato a Enrico Letta soddisfa Oltretevere. «Sono molto contento», ha detto mons. Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. «Spero che sia veramente un momento di impegno, di rinnovamento, di responsabilità e soprattutto di corresponsabilità da parte di tutti». Sul tappeto temi noti: il lavoro, i giovani, le imprese, le riforme istituzionali, la legge elettorale, l’Europa, ma anche una rinnovata moralità nei costumi, nell’agire sociale e politico e una maggiore sobrietà in tutto; temi a cui un “governo di servizio” deve dare risposte inequivocabili.

Pasquale Pellegrini



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