Tre strade obbligate alle imprese

Parlando degli specifici problemi delle aziende di piccola o media dimensione, Bruno Di Stasio, presidente della Piccola industria dell’Unione industriale di Torino, non ha alcun dubbio.

«La principale criticità», spiega, «è l'accesso al credito. Esso è infatti la chiave di volta della vita produttiva di qualsiasi impresa. In sostanza chi paga meno il credito è in grado di crescere o, per lo meno, di tenere le posizioni. Chi invece è in difficoltà con le banche rischia di chiudere, poiché gli istituti bancari hanno ristretto i canali creditizi e offrono sostegno solo alle aziende con minor livello di rischio. Teniamo conto che il piccolo imprenditore viene penalizzato anche dal fatto che la banca conosce a menadito la sua situazione e quel rapporto personale che in tempi di vacche grasse agevola l'azienda, in fase di recessione diventa un elemento che si ritorce contro di lui. Le banche, infatti, conoscono la storia della piccola azienda e al primo cenno di ritardo in qualche pagamento formulano un giudizio spesso senza appello sull'entità del credito da concedere».

Del resto il quadro generale non offre molti spiragli. Nel 2012 il credito è stato mediamente ridotto del 25 per cento, anche a causa degli accordi di Basilea sulla governance bancaria che impongono alle banche di accrescere le riserve di capitale, obbligandole ad un'estrema prudenza nella gestione degli affidamenti. «In sostanza le banche faticano a raggiungere i livelli di patrimonializzazione richiesti dalle norme internazionali e allora si cautelano cercando di evitare gli impieghi ritenuti più rischiosi, troppo spesso assimilati, erroneamente, con quelli a favore delle piccole e medie imprese. Si crea così un circolo vizioso che finisce per alimentare ulteriori sofferenze e incagli che, a ben vedere, danneggia le stesse banche».

Come uscire da questa situazione?

Per ovviare alla scarsità del credito le piccole imprese devono recuperare produttività sull'organizzazione del lavoro. Tagliare i costi è divenuto imperativo. Tre le possibili strade per accrescere la competitività: accentuare l’innovazione nel prodotto; razionalizzare i processi produttivi; valorizzare specifici asset aziendali come marchi o brevetti.

Una competitività da recuperare anche con riduzioni del personale?

Quando il fatturato si riduce bisogna purtroppo anche intervenire sui costi del personale. E’ inevitabile, anche se ritengo sia più proficuo puntare, come dicevo prima, sull’innovazione tecnologica e su una più efficiente organizzazione produttiva. Strade da perseguire proprio nei momenti di crisi che possono, paradossalmente, rivelarsi delle opportunità per ripartire, gettando le basi per una crescita futura. Certo l’imprenditore deve sapersi rimettere in discussione.

In che senso?

Nel senso che occorre immaginare soluzioni organizzative completamente diverse dal passato. Uscendo magari dalla dimensione dell’azienda totalmente individuale per cercare forme di aggregazione con altre imprese. Una risposta può essere una collaborazione a rete o tramite una filiera produttiva. Un modello che ha una certa efficacia è la filiera verticale, con una media azienda capofila e un gruppo di piccole imprese satelliti che divengono parte di un insieme. Le piccole, in pratica, finiscono per godere dei vantaggi con cui opera la realtà più grande. Un’impresa di eccellenza riesce così a trainare un gruppo di fornitori che diventano quelli ufficiali della capofila. Ci sono casi nei quali quest’ultima spunta condizioni favorevoli sul credito bancario o sulle forniture di energia anche a favore delle consociate. Risparmi di costi che vanno poi a favore di tutti.

Decreto sblocca crediti finalmente in campo. Cosa vi attendete?

Può dirsi che, alla fine, il governo si è sostanzialmente allineato con le stime originarie fatte da Confindustria: circa 48 miliardi annui da restituire. Ora pare infatti che il governo intenda pagare alle imprese 40 miliardi, accorpando in una sola annualità le due tranche da 20 miliardi, inizialmente spalmate sul 2013 e il 2014. A questo punto il problema non è più l'entità della cifra, ma la tempistica di restituzione. Auspichiamo che non si attenda la fine dell’anno per pagare il dovuto, altrimenti gli effetti sull'economia sarebbero troppo sfumati per risultare davvero utili alla ripresa.

Ritiene che il provvedimento avrà anche qualche effetto sui pagamenti tra le imprese?

Il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione rimette in moto l’intero meccanismo e dunque si avranno certamente dei risvolti positivi nei rapporti contabili tra le imprese. Se si vogliono ottenere effetti a breve sull’economia occorre però mettere in circolo questa liquidità senza ulteriori indugi.

Per ridurre il cuneo fiscale il governo ipotizza di aumentare l'Iva di un punto. Cosa ne pensa?

Apparentemente sembra una manovra a saldo invariato, ma ad osservarne meglio la composizione si intuisce che potrebbe anche fornire qualche vantaggio. Consente infatti, per via indiretta, tramite appunto la riduzione del cuneo fiscale, di accrescere le buste paghe dei lavoratori, migliorandone il potere di acquisto. Il fatto poi che l'Iva aumenti non cancella del tutto la maggior spesa, ossia la domanda di nuovi beni. Al limite, essendo divenute più costose, si ridurrà un po’ la quantità di merci acquistate, ma il mercato riceverà comunque una scossa.

Si parla di restituzione dell'Imu. Cosa ne pensa?

Credo che l'Imu, così come è stata concepita, abbia una sua logica, in quanto una patrimoniale sugli immobili esiste in tutti i Paesi europei. Quello che non va è il peso eccessivo sui redditi bassi, sulle prime case e sulle famiglie numerose. Bisogna correggere questi aspetti. Per ricavare i due miliardi che servono per alleggerire la tassazione sulla prima casa si può immaginare di spostare risorse recuperate dalla lotta all'evasione.

Agevolare lo sviluppo senza allentare il rigore nei conti pubblici: un sentiero stretto. Possiamo riuscirvi?

E' possibile ridando fiducia alle imprese e questo avviene creando, anche politicamente, un clima favorevole all'imprenditorialità. Tenendo ovviamente conto dei vincoli di bilancio che dobbiamo rispettare, è necessario che la politica comprenda che il rigore va accompagnato da una prospettiva di sviluppo. I sacrifici si accettano più facilmente se vi è un orizzonte entro il quale vanno a collocarsi. A mio parere qui si è palesato il vero limite del governo tecnico: l'idea cioè che bastasse una politica di rigore senza aggiungere altro.

Nasce il governo Letta. Quale è la sua valutazione?

Ho stima di Enrico Letta, reputandolo persona molto qualificata. Avere un premier che ha da poco superato i 45 anni è un segnale importante, perché all'Italia serve un rinnovamento e un ringiovanimento della classe politica. Letta può dunque essere l'uomo giusto per un governo senza troppi proclami, centrato su pochi punti: lavoro, imprese, fisco e istituzioni. Il fatto di essere un esecutivo di grande coalizione dovrebbe, almeno sulla carta, fornire maggior vigore alla sua azione, rimpolpando l'agenda Monti con tutta una serie di misure in grado di dare respiro all'economia nel suo complesso. Dopo la stagione dei professori la politica deve riprendersi il posto e le responsabilità che giustamente le spettano.

Aldo Novellini



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016