Ritratti di carattere

È un evento eccezionale potere avere a Pinerolo (To), al Castello di Miradolo, fino al 16 giugno, in una mostra titolata «Il volto e l’anima», ben otto ritratti eseguiti da Tiziano Vecellio (1480-1576), il più importante artista veneto.

Un artista che recupera e supera la lezione di Giovanni Bellini e di Giorgione, come commenta Vittorio Sgarbi, curatore della rassegna, nel catalogo: «Giorgione nei suoi ritratti fornisce formidabili esperienze pittoriche che corrispondono alla sua natura e alla sua sensibilità. Tiziano parte da questa radice emotiva e lirica, traducendo questa dimensione appassionata in ritratti di carattere. I suoi sono volti più forti e determinati; non sono immagini poetiche ma uomini che possiedono il potere dell’intelligenza, della conoscenza, delle armi o della politica».

Con un vigoroso realismo, che risente anche dell’influenza della presenza di Durer a Venezia, l’artista studia, per ore ed ore, il volto, che deve ritrarre, ma intende, al di là delle fattezze fisiche, cogliere l’anima dei suoi personaggi nelle sue espressioni psicologiche e spirituali. Abbiamo singoli ritratti, come quelli di Pietro Bembo e Ludovico Ariosto, o quelli di Francesco della Rovere e di Elisabetta Gonzaga, duchi di Urbino ed abbiamo ritratti inseriti in grandi tele, come quello di papa Paolo III con i suoi nipoti, o nelle stesse pale di altare come quello del vescovo Jacopo Pesaro con i suoi fratelli e nipoti nella famosa tela «Maria porta del Cielo» nella chiesa francescana di Venezia. Con questa galleria di ritratti Tiziano ci presenta i più significativi protagonisti della Rinascenza italiana, letterati ed artisti, ecclesiastici e politici, attraverso uno schema compositivo che prevede la figura a mezzo busto, ma sempre con le mani in bella vista, perché le mani e il volto sono i segni che meglio caratterizzano la personalità dell’uomo

In mostra troviamo solo otto ritratti, che vanno dal 1510 con il «Ritratto di Pietro Aretino» della Collezione Koelliker, al 1565, datazione a cui risale la pala d’altare con «San Francesco che riceve le stimmate» della Pinacoteca civica di Ascoli Piceno, recentemente restaurata, ma possiamo ugualmente apprezzare il doppio approccio di Tiziano al ritratto, che ora si sofferma sul singolo personaggio, ora ritrae una o più persone in una grande tela, e soprattutto in questa serie di ritratti cogliere l’evoluzione della sua creazione artistica.

E’ bene iniziare il percorso museale partendo dall’«Autoritratto», che se non è il famoso autoritratto ad olio della piena maturità, databile 1560, ora al Staatische Museen Preussischer Kulturbesitz di Berlino, è un delizioso piccolo disegno (12 per 9,9 cm), coevo, con la figura vista di profilo, tracciato con gessetto nero su carta avorio in un ottimo stato di conservazione proveniente da una collezione privata. Questa familiarità di Tiziano con il ritratto di profilo è dovuta alla riscoperta dei ritratti incisi sulle antiche medaglie e, d’altra parte, lui stesso si è fatto ritrarre, più volte, con questa modalità, come dimostrano la medaglia del Bowdoin college museum of Art di Brunswick, nel Maine, e il medaglione di cera del National museum of Scotland ad Edimburgo.

Anche il ritratto di «Pietro Aretino» (1492-1556) poeta, scrittore, drammaturgo, è un lavoro che risale agli anni 1511-1512, e rimanda ancora alla medaglistica. L’umanista, come scrive il curatore della mostra, è presentato «in una posa malinconica e pensierosa che cattura a perfezione la natura contemplativa e lo spleen di un personaggio alla Giorgione. Lo sguardo intenso e concentrato del soggetto, tuttavia, ci assicura che il poeta è al tempo stesso un uomo d’azione, con un temperamento appassionato e una determinazione formidabile». Tanto per conoscere meglio questo scrittore polemico e licenzioso è bene ricordare l’epigrafe, che un altro umanista, Paolo Giovio, immaginò per la sua tomba, «Qui giace l’Aretin, poeta Tosco, che d’ognuno disse male, fuorché di Cristo, scusandosi col dir “Non lo conosco!”».

Un altro ritratto molto interessante è quello di «Giulio Romano» (1499-1546), architetto e pittore, allievo prediletto di Raffaello, a cui si deve la costruzione e la decorazione ad affresco e in stucco del Palazzo Te, residenza di svago della corte di Mantova, il cui stile retorico segna l’inizio del manierismo in Italia. Tiziano lo rappresenta col busto di profilo e il viso di tre quarti, volge lo sguardo intenso verso l’osservatore, quasi per interrogarlo. Il modello richiama, nella posa e nelle linee, sia la xilografia che si trova in apertura della biografia dedicatagli da Giorgio Vasari nella seconda edizione delle «Vite» (1568) sia il suo celebre «Autoritratto» custodito nel «Gabinetto dei Disegni e Stampe» degli Uffizi a Firenze.

«Federico II Gonzaga», duca di Mantova (1500-1540), figlio di Francesco Gonzaga e Isabella d’Este, ebbe una breve vita impegnata in imprese diplomatiche e militari, ma negli ultimi anni promosse le arti chiamando Giulio Romano a Mantova. Questo ritratto, dalla difficile datazione, è uno dei pochi ritratti a figura quasi intera. Tiziano lo rappresenta in piedi, con il capo coperto da una berretta e con la mano sinistra stretta ad un fazzoletto bianco, in una rappresentazione  intimistica, rispetto al celebre ritratto con cagnolino che si trova al museo del Prado a Madrid, datato 1529, come lascia chiaramente intendere la scelta di immergere il personaggio in una penombra indefinita.

Tiziano fece ritratti, per amicizia o per interesse economico, anche a gente meno importante; di questi ritratti meno celebri in mostra ne abbiamo tre. Molto bello quello di uno sconosciuto «Gentiluomo», probabilmente un umanista, come indicano due volumi posati su di un tavolo, datato 1538. Si tratta di un uomo ancor giovane, dal volto incorniciato da barba e corti capelli, ritratto di tre quarti, davanti a una parete grigia in parte coperta da una tenda rossa. Il ritratto di un militare, «Gabriele Tadino», al servizio della Serenissima, è da segnalare perché l’artista affianca al ritratto un paesaggio nel quale sono schierati in diagonale dei cannoni come allusione al suo mestiere. Sicuramente l’uomo rappresentato appartiene all’Ordine dei Cavalieri di Malta, perché sul suo vestito nero campeggia la croce ottagona bianca simbolo dell’Ordine.

Infine abbiamo anche il ritratto di un ricco possidente veneziano, impegnato nella mercatura di botteghe e terreni, «Zuan Paulo da Ponte», Tiziano lo ritrae con un elegante abito di velluto nero sforbiciato con un ampio collo di lince, di lupo cerviero, una mano guantata, poggiata sul libro posto in verticale, e l’altra scoperta con un anello al dito mignolo. Questi ritratti fanno conoscere  non solo la cultura, l’arte e la letteratura, ma anche la società del tempo di Tiziano.

Chiude la serie di questi ritratti una grande tela, «San Francesco che riceve le stimmate», perché vi è “ritratto” il committente. Un opera, probabilmente degli anni 1970-71. Desiderio Guidoni, un sacerdote che, trovandosi a Venezia, ha chiesto al vecchio maestro una pala d’altare per la sua cappella funeraria ad Ascoli Piceno: è un opera tarda, che non ha più la freschezza delle opere precedenti, costruita su due piani, non bene connessi, in basso il committente e frate Leone, in alto san Francesco e il Cristo. Di fatto prevale il paesaggio e la novità di quest’opera sta nel fatto che il Cristo non è più il Cristo crocifisso che conserva i segni delle sofferenze subite, che partecipa a san Francesco; sembra quasi una divinità pagana. Siamo molto lontani dalla tradizionale rappresentazione di questo tema iniziata da Giotto, che ne aveva colto tutto il significato spirituale, ma anche dalle precedenti opere religiose di Tiziano, dedicate alla passione e morte di Cristo, basti pensare all’«Incoronazione di spine» del 1570 oggi alla Alte Pinakothek di Monaco.

Lascio il commento conclusivo di questa sequenza di ritratti al curatore della mostra, che titola significativamente il suo saggio «Il potere e la gloria»: «In conclusione, possiamo dire che, in questo percorso di otto testimonianze di Tiziano, si può vedere come muta il suo stile e come egli può, in modi sempre diversi, affrontare il tema del ritratto. Nel corso dei decenni, Tiziano riesce a mantenere viva la capacità di esprimere il carattere degli uomini, la loro vitalità, la loro energia, la loro febbrile volontà di affermarsi, di ottenere un risultato o dimostrare di averlo ottenuto nella vita. In questo, nessun pittore, forse neppure Raffaello, è stato capace di cogliere questo elemento fondamentale del carattere dell’uomo, la dimensione dell’ambizione e il desiderio di mostrare quello che si è stati capaci di fare».

La mostra «Il volto e l’anima. Tiziano. Ritratti» è aperta, fino al 16 giugno, al Castello di Miradolo a Pinerolo (To). Orari: da mercoledì a venerdì, 14-18.30 (mattino su prenotazione per gruppi e scolaresche); sabato, domenica e lunedì, 10-19. Martedì chiuso.

Piero Viotto



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