Incubo atomico fra le due Coree

Torna nel mondo l’incubo della bomba atomica. A quasi settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, determinata dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, e dopo le tensioni della “guerra fredda”, culminate con la crisi di Cuba del 1962, lo spettro della catastrofe nucleare si riaffaccia a turbare gli equilibri planetari.

A minacciare l’uso dei micidiali ordigni è la Corea del Nord, regime dittatoriale di stampo comunista-stalinista, da sempre in conflitto latente con l’omologa Corea del Sud per il predominio sulla penisola asiatica che condividono. Proprio l’atteggiamento bellicoso tenuto per anni nei confronti dei “cugini” del Sud, unito alla deplorevole situazione dei diritti umani nel Paese, ha finito per alienare al Nordcorea le simpatie di larga parte della comunità internazionale, Stati Uniti in testa. Il conseguente isolamento economico, acutizzatosi dopo il crollo dell’Unione Sovietica, un tempo principale partner politico e commerciale, e una successiva serie di carestie e catastrofi naturali, hanno determinato un progressivo impoverimento del Paese, peraltro difficilmente quantificabile, vista la scarsità di notizie che trapelano dal ferreo controllo della comunicazione ufficiale di regime.

Per contro, l’oligarchia al potere continua a ostentare atteggiamenti da grande potenza, facendo leva sul proprio arsenale nucleare, l’unica arma davvero in grado di impensierire le superpotenze vere: quando c’è di mezzo la bomba atomica, come per la Corea del Nord e, in prospettiva, per l’Iran, la faccenda cambia radicalmente. Non a caso, durante la sua recente visita in Medio Oriente, il presidente americano Obama ha manifestato piena convergenza con Israele sulla priorità di fermare il programma nucleare iraniano, anche a costo di mettere in secondo piano la questione palestinese. Il fatto che certi regimi implementino i propri eserciti non desta infatti preoccupazione finché si tratta di armamenti convenzionali, che possono essere neutralizzati e spazzati via senza troppi problemi, come avvenuto in passato con Saddam Hussein e più recentemente con Gheddafi. Ma la potenza devastante dei dispositivi nucleari modifica gli equilibri, perché è sufficiente che un solo ordigno sfugga alle barriere difensive per assestare un colpo gravissimo a qualunque avversario, anche molto più potente. Per questo il regime coreano ultimamente ha di nuovo messo in mostra il proprio arsenale strategico.

Il primo test nucleare era stato effettuato nel 2006, ufficializzando la Corea del Nord come il nono Paese dotato di bomba atomica. Successivamente, una serie di negoziati avevano “pilotato” l’uscita del Paese dal programma nucleare, in cambio di rilevanti forniture petrolifere destinate a supplire la mancata produzione di energia dall’atomo. Ma dopo la morte del «caro leader» (come recitava l’appellativo ufficiale) Kim Il-sung, a fine 2011, il figlio Kim Jong-un, succedutogli al potere per diritto dinastico, ha rispolverato l’opzione militare, visto che in passato è servita spesso per ottenere concessioni economiche, e sta probabilmente cercando di capire fino a che punto può tirare la corda. Un terzo test atomico (il secondo era stato effettuato nel 2009) è stato eseguito a inizio febbraio, dopo che nel dicembre scorso era stato lanciato un nuovo missile balistico con gittata intercontinentale. La minaccia concomitante di ordigni nucleari e vettori in grado di trasportarli ha convinto il Consiglio di sicurezza dell’Onu, su pressione degli Stati Uniti e con l’assenso della Cina, maggiore alleato di Pyonyang, a inasprire le già pesanti sanzioni che opprimevano il Nordcorea, con una risoluzione approvata circa un mese fa.

Per tutta risposta, il regime ha messo in campo una strategia della tensione basata su un’escalation di minacce e manovre sempre più bellicose, dove è assai difficile e rischioso individuare il confine fra velleitarismo e pericolo concreto. La cautela e l’attenzione diplomatica e militare devono essere ai massimi livelli, anche se si trattasse solo di un azzardato bluff volto a strappare sussidi o ad allentare la stretta sanzionatoria che rischia di strangolare il Paese. Un atteggiamento ambiguo che ha già avuto precedenti in passato, quando appunto sono state garantite forniture petrolifere in cambio della rinuncia al programma nucleare o, viceversa, sono stati interrotti gli aiuti per indurre il regime nordcoreano alle trattative, mentre per contro Pyongyang sembra utilizzare la minaccia militare proprio per esercitare pressione e ottenere più forza “contrattuale”.

Un braccio di ferro che in questi giorni ha raggiunto però livelli parossistici e i cui esiti potrebbero essere imprevedibili, vista la sostanziale inaffidabilità del governo di Kim Jong-un. Per questo gli Usa hanno provato a stemperare unilateralmente la tensione, rallentando le contromisure adottate quasi in automatico a fronte delle crescenti minacce, sospendendo un test missilistico in programma da tempo e programmando una missione diplomatica del segretario di Stato Kerry, che si recherà in zona nei prossimi giorni. Tuttavia Washington dimostra di prendere molto sul serio la minaccia e non vuole farsi cogliere impreparata: oltre ai movimenti aeronavali svolti congiuntamente da tempo con la Corea del Sud, bersaglio principale di un eventuale attacco anche solo con armi convenzionali, si è pensato a predisporre un sistema di intercettazione antimissilistico a tutela del territorio statunitense.

Secondo fonti di intelligence, Pyongyang starebbe predisponendo per il lancio alcuni missili Musudan, vettori di medio raggio che non potrebbero colpire gli Stati uniti continentali e forse nemmeno Hawaii e Alaska, ma in grado di raggiungere, oltre a Corea del Sud e Giappone, anche l’isola di Guam, avamposto strategico degli Usa in pieno Oceano Pacifico. È qui che l’esercito a stelle e strisce sta dunque predisponendo un ampio schieramento difensivo, con una batteria di missili intercettori teoricamente in grado di sventare un eventuale attacco. Anche il Giappone ha dichiarato di aver approntato simili difese e di essere in grado di parare il colpo, mentre Seul ha implementato le proprie difese militari e aeronavali, coordinandosi anche con le truppe Usa presenti sul suo territorio, e il governo ha già dato il via libera al proprio esercito per un eventuale contrattacco.

Alcuni osservatori ipotizzano che i missili Musudan nordcoreani vengano approntati per un lancio dimostrativo da effettuare il 15 aprile, anniversario della nascita di Kim Il Sung, il «presidente eterno» scomparso nel 1994, fondatore della nazione e nonno del leader attuale. In sostanza, un’ennesima prova di forza che, però, potrebbe trasformarsi facilmente in qualcosa di estremamente più pericoloso, potenzialmente letale. Il regime ha alzato lo scontro anche a livello diplomatico, invitando gli occupanti delle varie ambasciate a prepararsi per un’eventuale evacuazione forzata, sostenendo di «non poter garantire la sicurezza oltre il 10 aprile». Le reazioni, anche dure, sono arrivate da più parti, a partire da Mosca, che ha dichiarato di non prendere in considerazione tale opzione, forse fidando nel tradizionale rapporto di alleanza con Pyongyang, o magari perché reputa le minacce velleitarie e strumentali.

Non così, ovviamente, i potenziali bersagli di un’azione militare, ma neppure gli altri Paesi dell’area. L’intero Sud-Est asiatico è in fibrillazione, comprese le nazioni politicamente più vicine al regime nordocoreano, a partire dal Vietnam fino alla stessa Cina, che si è vista costretta a prendere le distanze da Pyongyang a seguito della recrudescenza bellicista messa in campo negli ultimi mesi. Pechino deve evitare di esporsi ulteriormente, dopo che di recente si è resa protagonista di episodi meno eclatanti, ma ugualmente forieri di future tensioni nell’area, come la rivendicazione della sovranità sulle isole Senkaku, contese al Giappone che le possiede da oltre un secolo. Ma questa è un’altra storia, i cui sviluppi saranno più chiari nel medio periodo. A breve, gli occhi (e i missili) restano puntati sul confine tra le due Coree, col fiato sospeso.

Riccardo Graziano

 



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