Scuole paritarie: realtà da salvare

La mattina ti accolgono con un sorriso. Conoscono ogni bambino per nome. E riescono a trovare il tempo anche per fermarsi a parlare coi genitori. Piccoli gesti, ma importanti. Perché per loro, quel bambino, quella mamma e quel papà fanno parte in qualche modo della “loro famiglia”.

Il pomeriggio, dopo un’intera giornata passata a giocare, lavorare, imparare a crescere insieme a tanti piccoli cuccioli, ti salutano con lo stesso sorriso, la stessa gioia negli occhi, la stessa serenità che nascono dalla certezza di aver vissuto con pienezza quel giorno. E quando esci dal grande portone di legno con la maniglia di tirata a lucido sai che il tuo bambino, in quel giorno, non ha soltanto giocato, lavorato, imparato a crescere insieme a tanti piccoli amici, ma ha imparato la lezione più importante, che la vita è amore, gratuità e condivisione. E soprattutto che al centro ci sono loro: i giovani. Come diceva don Bosco: «Dammi le anime, toglimi tutto il resto».

Accade tutte le mattine alla Scuola materna Maria Mazzarello di Torino, l’istituto delle salesiane incastonato tra via Cumiana e corso Peschiera, nel quartiere popolare di San Paolo, oggi in grande sofferenza, con fabbriche e negozi chiusi, popolazione sempre più anziana, un alto tasso di immigrati e la bomba degli sfratti sul punto di esplodere. Ma accade ogni giorno in tutti gli altri 55 asili non statali di Torino, che ogni mattina accolgono con la stessa attenzione, la stessa cura e lo stesso amore i nostri bambini, in tutto oltre 6 mila alunni, dando lavoro a 750 persone.

E’ per difendere tutto questo, oltre alla libertà di scelta educativa sancita dalla nostra Costituzione, che due settimane fa un corteo composto da centinaia di insegnanti e presidi della Fism (la Federazione delle scuole materne paritarie), insieme a tanti genitori e, per la prima volta, anche molte suore, hanno manifestato sotto la finestra del sindaco a Torino per chiedere ciò che spetta loro di diritto: di onorare gli impegni presi con le scuole materne non statali, così come stabilito da una convenzione stipulata tra Comune e Fism. Per farlo hanno raccolto 8.600 firme.

Nella piazzetta davanti a Palazzo Civico, illuminata dalle Luci d’artista, suore, insegnanti e genitori con cartelli e battimani hanno chiesto a gran voce di essere ricevuti dal sindaco Fassino. O che almeno il primo cittadino si affacciasse al balcone. Il sindaco non si è affacciato, ma dopo una mezz’ora di protesta (si stava svolgendo una seduta del Consiglio comunale, dove tra l’altro due consiglieri di Pd e Pdl hanno presentato insieme una mozione affinchè il Comune «onori tempestivamente gli impegni presi con queste scuole e provveda a saldare il proprio contributo»), ha ricevuto una delegazione guidata dal presidente della Fism di Torino Luigi Vico. Che ha spiegato così il tasso di sofferenza delle scuole non statali: «Il Comune ci deve 1 milione e 740 mila euro, pari al 50 per cento del contributo previsto dalla convenzione per il 2012. Tutta ancora da scrivere la partita per il 2013».

Al centro della protesta la convinzione che la scuola non è un lusso, ma un diritto elementare della persona, che deve poter esercitare quella libertà, cioè di scelta anche in campo educativo. La certezza che la scuola paritaria deve godere della stessa legittimità della scuola statale, perché è una risorsa per il Paese, un’espressione indispensabile e necessaria di garanzia del pluralismo e della libertà. Va dunque promossa e sostenuta per permettere ai genitori il pluralismo dell’offerta e la libertà di scelta. La scuola, e più in generale il campo educativo, devono essere considerati dal Paese la loro miniera d’oro più produttiva cui attingere e da cui ripartire.

La realtà, invece, dicevano le suore, le insegnanti e le mamme davanti a palazzo civico è un’altra: oggi 6.233 bambini e 556 insegnanti sono a rischio di perdere il loro posto sui banchi o quello di lavoro. Con un’amara postilla: se le scuole paritarie non riuscissero a sopravvivere, sarebbe l’intero sistema scolastico ad andare al collasso. Ma a quel punto, fanno notare alla Fism, sarebbe lo stesso Comune a rimetterci, perché la spesa per quei bambini dovrebbe essere sostenuta da Palazzo Civico con un costo molto più alto. La Fism calcola che per sostituire il servizio delle scuole non statali servirebbero 36 milioni di euro l’anno, contro i 3 milioni e 200 mila previsti in Convenzione.

Il problema non riguarda solo Torino. Anche l’Anci, l’associazione dei Comuni, è stata investita del problema che il nuovo governo dovrà affrontare. In molte regioni italiane, come nel Veneto e nella Lombardia, per esempio, gli asili non statali rappresentano la maggioranza, rispetto a quello gestiti da Stato e Comuni. Se si dovesse ridurre l’offerta formativa, migliaia di famiglie si troverebbero in difficoltà. I Comuni da parte loro sono davvero a secco. A Torino, ha spiegato il sindaco Fassino alla delegazione Fism, le casse comunali sono sufficienti per far fronte solo agli impegni istituzionali: i trasferimenti statali sono scesi (dai 364 mila del 2010 ai 112 del 2012), quelli del primo trimestre 2013 sono stati rinviati a giugno così pure l’incasso di Tares e Imu.

Nonostante i tagli ai fondi di trasferimento statali, però sindaco e assessore al Bilancio convinti della priorità della Convenzione firmata con la Fism, si sono impegnati a versare il contributo arretrato. E dopo le proteste ecco il piano di rientro: la settimana scorsa i vertici Fism si sono incontrati con la Ragioneria per programmare un piano di «rateizzazione dei pagamenti» che vada incontro alle esigenze dei diversi Istituti. Un primo passo, ma importante per sostenere le scuole non statali e continuare a garantire nel nostro Paese la libertà di scelta educativa delle famiglie.

Cristina MAURO



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