Famiglia, cuore dell'economia

Nel settembre di quest’anno si svolgerà a Torino la 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani, che segue di tre anni la precedente svoltasi a Reggio Calabria. Una cadenza triennale che sembra essersi stabilizzata, a partire dall’anno 2004, dopo alterne vicende.

Prima con cadenza annuale, dall’inaugurazione del 1907 fino al 1913; poi con cadenza annuale/biennale negli anni Venti del secolo scorso; un biennio isolato nel 1933-1934, a causa di attriti con il regime fascista; di nuovo con cadenza annuale/biennale nel periodo 1945-1970; appuntamenti isolati negli anni 1991, 1993 e 1999.

Nel ripristinarle, nel 1998, il card. Ugo Poletti ribadiva che le Settimane sociali hanno «nell’uomo del nostro tempo la loro via fondamentale: per annunciare la prima verità del suo essere a immagine e somiglianza di Dio, per difenderne la dignità; per promuoverne i diritti, personali e sociali, e la convivenza civile in un clima di pace e fiducia». Ribadiva quindi che il bene supremo della vita eterna non ostacola il bene materiale della persona e della società; al contrario, lo promuove con iniziative umanitarie e sociali e, allo stesso tempo, se la civitas mundi ha come scopo il bene materiale e sociale dei cittadini, in conformità a ciò che è la persona, non può disattendere la dimensione spirituale e religiosa dell’uomo e della donna.

È questa l’annosa questione, ricorrente in pressoché tutte le encicliche sociali dei Pontefici romani, riguardo al fatto che la Chiesa abbia legittimità a trattare di questioni sociali, quindi temporali e non necessariamente spirituali. È questo un argomento su cui oggi la Chiesa è particolarmente sensibile. Le risposte esistono e sono molto chiare a tale proposito. Una molto semplice, ma essenziale, è che l’economia non ha leggi ferree cui doversi sottomettere; le leggi sono quelle che l’uomo stesso si dà, che discendono dai principi etici che egli possiede, e le soluzioni tecniche sono quelle che derivano da queste leggi. L’economia ha bisogno dell’etica per funzionare correttamente e, sui principi etici, la Chiesa ha molto da dire e quindi ha grande potenzialità d’influire sui comportamenti dell’uomo nel campo economico come nel campo politico.

La Pastorale sociale della Chiesa s’intreccia con il mondo, anche se non è del mondo. «Essere nel mondo, ma non del mondo» è scritto al capoverso 17 del Vangelo di san Giovanni. «Ciascuno di noi cerchi di fare quel che piace al prossimo, ed è per il suo bene, per farlo progredire nella fede», ribadisce san Paolo (Lettera ai Romani, 15). Le Settimane sociali dei cattolici italiani hanno per missione di contribuire alla formazione di una moderna coscienza civile, fra i cattolici italiani e nella società civile, relativamente a questioni e problemi di elevato livello ideologico e morale, sociale e politico.

Il tema della 46ª edizione era stato alquanto ampio, «Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese», e si era articolato su cinque assemblee tematiche: 1. Intraprendere nel lavoro e nell’impresa; 2. Educare per creare; 3. Completare la transizione istituzionale; 4. Slegare la mobilità sociale; 5. Includere nuove presenze. La 47ª edizione avrà un tema più circoscritto, «La famiglia, speranza e futuro per la società italiana», e si articolerà su sei sezioni: 1. Famiglia e abitare; 2. Famiglia e fisco; 3. Famiglia, lavoro e impresa; 4. Famiglia e libertà educativa; 5. Famiglia e immigrazioni; 6. Famiglia e welfare.

Le connessioni fra gli argomenti di Reggio Calabria e di Torino appaiono assai forti. Famiglia, lavoro e impresa è un argomento specifico che troviamo in entrambe le edizioni (e, d’altra parte, in diverse encicliche sociali famiglia e lavoro vengono trattate in maniera fortemente connessa). Altrettanto dicasi a proposito del binomio famiglia-educazione, del binomio famiglia-mobilità sociale e di quello famiglia-inclusione di nuove presenze.

Un modo per prepararsi alla Settimana sociale di Torino è quindi di rivedere i risultati della Settimana di Reggio Calabria, nelle parti più direttamente informanti gli argomenti di Torino.

Le prime due tematiche, lavoro, impresa ed educazione, sono fra di loro fortemente connesse, giacché «ogni lavoratore è un creatore» (papa Paolo VI, Populorum Progressio, § 27) e «intraprendere» significa dare inizio o sviluppare un’attività in modo creativo sia come lavoratore autonomo (che è anche imprenditore) sia come lavoratore dipendente che interpreta il suo lavoro in modo attivo, innovativo, creativo appunto. Questo richiede due condizioni d’àmbito determinanti: l’educazione, l’istruzione, la formazione che creino un’apertura mentale nella direzione dell’essenzialità del saper creare, da un lato, e un ambiente istituzionale che permetta la realizzazione di modi di operare informati al principio della creatività lavorativa. Il che richiede anche la presenza di un mercato del lavoro che, oltre che ampio, accessibile e accogliente, sia flessibile e fluido (cioè che permetta la mobilità professionale e territoriale), qualificato e qualificante (cioè capace di valorizzare i talenti del capitale umano posseduto e, allo stesso tempo, di permettere a tutti di arricchire le proprie capacità professionali) e con condizioni di lavoro stabilizzate: il lavoro precario, l’insicurezza non facilitano l’espressione della creatività del lavoratore.

Questo richiede un àmbito famigliare culturalmente aperto a considerare il lavoro quale bene fondamentale per la persona; fattore primario dell’attività economica e chiave di tutta la questione sociale, che non deve essere intesa soltanto per le sue ricadute oggettive e materiali, bensì per la sua dimensione soggettiva, in quanto attività che permette l’espressione della persona e costituisce quindi elemento essenziale dell’identità personale e sociale dell’uomo e della donna. Attività attraverso la quale si realizza la persona, permettendone lo sviluppo integrale. D’altra parte, poiché l’intraprendere non può realizzarsi in assenza di un ampio intervento educativo e formativo (perché non si riesce a innovare, a essere creativi, così come non si esce da nessuna situazione di povertà, di sottosviluppo, di emarginazione economica e sociale, senza un grande investimento in capitale umano) non si può attuare alcun investimento in capitale umano in assenza di una solida base di educazione, di quell’educazione di cui ogni famiglia è attrice principale e il sistema educativo sociale è indispensabile completamento.

A Torino si dibatterà in misura assai ampia e approfondita la questione che i genitori sono i primi, ma non gli unici, educatori dei loro figli. Che i genitori hanno il diritto di scegliere gli strumenti formativi rispondenti alle proprie convinzioni e di cercare i mezzi che possano aiutarli nel loro compito di educatori, anche nell’àmbito spirituale e religioso; che le autorità pubbliche hanno il dovere di garantire tale diritto e di assicurare le condizioni concrete che ne consentano l’esercizio, con il conseguente tema della collaborazione fra famiglia e istituzioni scolastiche.

Altra questione che coinvolge in modo profondo la famiglia è la mobilità sociale. A Reggio Calabria, di effetto fu lo slogan «slegare il mercato; slegare le capacità; slegare la vita»; ove «slegare» richiama la necessità di sciogliere i nodi problematici che rallentano lo sviluppo della vita sociale (nodi che impediscono il libero esercizio dell’attività economica, la libera espressione delle proprie capacità personali, il completo sviluppo della propria vita) con la imprescindibile necessità di rilegare attraverso l’operare dei legami buoni che creano un ambiente favorevole alla stabilizzazione delle libertà individuali e sociali testé richiamate. «Rilegare» per legare nuovamente assieme le condizioni di base della vita comune e della vita democratica, creando una cultura della legalità e delle regole, un senso vivo della giustizia sociale, una chiara opposizione a ogni forma di corruzione e di criminalità, la creazione di un nuovo patto sociale in cui il rischio del cambiamento non sia solamente a carico delle persone direttamente coinvolte, bensì sia condiviso dalla comunità; sia ripartito fra tutti.

Occorre pertanto affrontare la questione della mobilità sociale con un atteggiamento proattivo e non solamente reattivo, e un campo particolarmente sensibile in questo àmbito è quello della scuola e dell’università e del collegamento scuola/università con il mondo del lavoro; un altro è quello dell’accesso al mondo delle professioni, che vede la fatica dei giovani a inserirsi in esso a causa di taluni comportamenti corporativi ivi presenti.

La mobilità sociale comprende anche il fenomeno dell’inclusione delle nuove presenze; fenomeno non di tipo emergenziale, come talvolta si tende a voler far credere, bensì strutturale. Occorre predisporre specifici percorsi per l’inclusione e l’esercizio della cittadinanza (riconoscimento diretto della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia; diritto di voto degli immigrati, almeno nelle elezioni amministrative; coinvolgimento degli immigrati nelle associazioni ecclesiali e nelle aggregazioni giovanili) e che l’inclusione avvenga dal basso, attraverso il protagonismo degli stessi immigrati, sia in associazioni proprie sia nell’àmbito delle organizzazioni locali e nazionali esistenti.

Altro tema fortemente coinvolgente la famiglia è quello delle politiche sociali, delle politiche di welfare. Su questa tema la Chiesa ha di recente intrapreso un significo cammino nella direzione della solidarietà attiva, cioè di una solidarietà che non si limiti a sostenere ma, sostenendo, cambi la situazione di debolezza. In certe situazioni non si può che attuare una solidarietà passiva, solo però quale intervento di urgenza; solo come primo intervento. In modo strutturato c’è bisogno di un’azione sostanzialmente diversa dall’elemosina, dall’assistenza, anche se con queste ha alla base lo stesso insieme di valori; dev’essere solidarietà attiva.

A differenza dell’elemosina, dell’assistenza (che sono statiche, perché di mera difesa, e non incidono sullo stato di debolezza: terminato l’intervento, tutto rimane come prima) la solidarietà è attiva se si attiva affinché nascano meccanismi e strutture che accompagnino le persone nel superamento delle loro difficoltà, del loro dramma esistenziale. Un solo esempio: gli ammortizzatori sociali devono avere necessariamente contenuti di riqualificazione che facilitino la mobilità professionale; gli interventi di politica sociale, in ogni caso, devono contemplare fasi di accompagnamento del beneficiario che aiuti il lavoratore a uscire dallo stato d’inoccupazione (cioè ogni forma di non occupazione piena in termini quantitativi e qualitativi).

In verità, a Reggio Calabria è stato evidente questo “filo rosso” comune: la solidarietà non dev’essere solo di tipo passivo, bensì anche e soprattutto di tipo attivo, nell’àmbito comunque del più ampio principio chiaramente evidenziato da papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate (§ 53): «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro». Questo “filo rosso” non potrà non collegare, idealmente e operativamente, Reggio Calabria a Torino.

Daniele Ciravegna



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