L'Argentina dei piemontesi

Se non avessi avuto la buona ventura di andare in Argentina per un Master dell’Università di Torino e dell’Università di Córdoba voluto dalla Regione Piemonte, la gioia intima che ho provato per l’elezione di papa Bergoglio non sarebbe stata così profonda, così vera. Ci sono posti che ti entrano nei pensieri, inattesi, ti restano dentro e cambiano la geografia del tuo cuore. Così è stato l’incontro con l’Argentina, con i piemontesi che qui, quasi alla «fine del mondo», hanno plasmato una terra e solo con il loro lavoro hanno cambiato rotta alla storia.

Ho preso tre aerei, ho fatto scalo a Madrid, a Santiago del Cile, ho attraverso l’Oceano, passato due volte la catena delle Ande e mi sono trovata a casa. Cattedrale barocca di Córdoba, con i campanili illustrati dalle stesse “teste di indio” di Palazzo Carignano. Non per questo la città è gemellata con Torino. Più probabilmente perché in quella curva antica di Argentina c’è un grande stabilimento Fiat. Ma lo stupore vero è nei volti, negli occhi, nei pensieri, nei sogni di tante persone che portano i nostri cognomi. Alla messa grande della domenica non ti senti da un’altra parte del mondo, sotto un altro cielo, nell’emisfero della Croce del Sud. Pensavo: sono a Carignano, a Racconigi, nel Duomo di Casale. Hermanos daros la paz. Pace, la paz: gesti, profili, andature delle terre di Piemonte, con un sorriso, una dolcezza in più.

E poi l’incontro con le persone, con le storie scritte nella grammatica dei loro nomi: Tribaudino, Antoniotti, Maccagno, Cubasso, Tonda, Borda Bossana, Quaglia, Barotto, Sandrone, Rossetto, Bussone, Bergoglio… Ognuno è un luogo, un paese mai visto, un crocicchio di strade, di racconti lontani, di parole quasi dimenticate. Le parole raccontano i posti da dove sono venuti i padri. Tutto appare così lontano nei giorni e nelle terre, ma tutto così presente, vicino. Mi basta citare pochi versi di una poesia in piemontese e la voce dall’oblio riemerge con i suoi relitti di memoria a ricomporre quell’antica lingua taciuta, non perduta. Quella lingua che è stata il paese, il posto dell’anima, racchiusa, nascosta come segreto sapore, amors de terra lonhdana.

Come per una attesa i luoghi, le parole, le vie, le insegne, le botteghe, gli angoli identificano le radici, ricostruiscono il senso, le tracce di altri luoghi, itinerari di vite passate, di lavoro, di opere e giorni. Perché la memoria, a differenza dell’oblio, è quasi sempre collettiva, e nella condivisione si fa storia. E il paesaggio mentale, intessuto nel cuore di una comunità che sovente non ha più ripercorso le rotte del ritorno, si fa terra possibile. Parole stratificate di generazione in generazione, brandelli di segni intonacati sui muri di casa che conservano frammenti di terra, un tempo terra quotidiana. Mi è bastato parlare con quelle parole così famigliari nel fondo dei pensieri per far riemergere la voce del tempo d’inizio. Come naufraghe che ritrovano il loro approdo, le parole man mano, ad ogni incontro, ricomponevano pezzi di storie. Non più eco di suoni fantastici, ma cose, pensieri: una lingua ritrovata, proprio quando quasi si pensava che non fosse davvero esistita. Parole di casa trovavano la declinazione della loro dignitosa esistenza, in un mondo realmente esistito e che ancora contava i suoi giorni.

Ci fu un tempo, in Argentina, nelle zone più profonde e remote, quelle strappate dalle mani forti dei nostri alla sterpaglia, in quella parte di mondo ridisegnata da loro, che il piemontese era la lingua ufficiale. Si pensi, ad esempio, a quanto raccontava De Amicis, alla fine dell’Ottocento, in «In America»: «….nel consiglio comunale si parla piemontese; i tedeschi, gli inglesi, i francesi che hanno affari con la colonia, bisogna che imparino il dialetto, e lo imparano». Il piemontese avrebbe potuto essere la seconda lingua dell’Argentina, dando alle comunità degli emigrati dal Piemonte (migliaia, milioni) forza e dignità. Ma ci sarebbe voluto al di qua dell’Atlantico un Paese con la coscienza della propria identità linguistica. E non un Paese che per inadeguatezza di strumenti culturali, per scelte politiche miopi, era in fuga dalla sua memoria.

Adesso che sono ingegneri, medici, professori, architetti, avvocati, adesso che la lingua del Fundador è patrimonio acquisito e sicuro, è tempo dell’omaggio al lavoro dei padri. E’ tempo di dar spazio e parole alla “mappa mentale del Piemonte”, dar ali alle radici. E’ un “lusso” che vogliono permettersi. Ed è questo che forse chi si occupa di emigrazione come mestiere, come atto di museificazione, fatica ad intercettare.

La Ruta 19 collega Córdoba a San Francisco: è una strada dritta lunghissima che si inoltra, per i Caminos de La Sierras, nella sterminata pianura. Un mare di terra si stende tutt’attorno allo sguardo e riempie gli occhi di orizzonti. Tutto sembra orizzonte. Lungo il percorso, a grandi, per noi impensabili, distanze, si incontrano gruppetti sparsi di case, Rio Primero, Ilos, Transito, La Curva, Arroyto, gemellato con Verzuolo, Fuertecito, La Francia, Colonia Malbertina, la deviazione per Devoto, gemellato con Bagnolo. Riesco ad intercettare qualcuna delle poche insegne scritte sul bianco dell’intonaco di qualche basso edificio: Blangino, Marengo, Busto, Ferrero, Appendino… Se non fosse per l’architettura delle rare case, basse, bianche, per l’immensità degli spazi, potrei pensare di attraversare la campagna cuneese.

Quando ancora non si intravede nemmeno un profilo di paese, o di abitato, soltanto l’annuncio in un’allea di eucalipti, dove la Ruta nacional 19 incrocia la Ruta nacional 158, appena prima di leggere il cartello «San Francisco, ciudad hermanada con Pinerolo», una piccola Mole Antonelliana e il Monumento nacional al inmigrante piemontés sono il benvenuto che San Francisco porge a chi arriva. E’ come un simbolico racconto dei suoi poco più di cento anni storia: la città è stata fondata nel 1886 e i piemontesi c’erano già. I primi abitanti e veri fondatori furono i Casalis. E oggi Casalis, Bocca, Gozzarelli, Olivero, Martino, Filippa, Mina, Cambursano, Callieri Mina, Racca, Giletta, Macchieraldo, Gianoglio, Boero, Panero, Bono, Carignano, Scarafia, Aghemo, Barberis, Casalis, Giuliano, Comba, Baravalle, Cerutti, Scaglia, Griffa… sono mappe di paesi piemontesi come cantieri in viaggio, con i loro nomi e i ricordi ascoltati bambini che tenacemente resistono. La commozione nel pronunciare parole che racchiudono un universo e riattivano percorsi, incanti, nostalgia di ritorni, voglia di dare coordinate alla loro toponomastica poetica: Scalenghe, Marene, Pologhera, Chivasso, Fontanetto d’Agogna, Cavour, Bianzè, Barge, Envie, Romagnano Sesia, Buttigliera Alta, Genola, Caluso non sono solo nomi di paesi e città, ma intermittenze del cuore.

Non c’è un negozio, un ristorante, un angolo in San Francisco dove non trovi un piemontese, qualcuno che ancora parla in piemontese. Basta sedersi alla Confitería La Palma e nel giro di pochi minuti qualcuno ti parla, e quando dici che vieni dal Piemonte e parli piemontese, allora si fa crocchio, altri si fermano, ognuno ha qualcosa da raccontare.

La Fundación archivo gráfico y Museo histórico de la ciudad de San Francisco y la región, conserva oggetti, carte, fotografie, ritagli di giornali, lettere, ricordi dell’inizio della città, dei pionieri, dei primi immigrati. Restano negli occhi i grandi ovali fotografici che ritraggono i coniugi Barotto (1886), e una stanza con una raccolta di valigie. Le valigie! Contenevano tutto il patrimonio che la maggior parte dei nostri si sono portati con sé, insieme alle braccia per coltivare la nuova terra, e alle parole impastate nell’erca di casa.

Per trovare il primo posto abitato bisogna inoltrarsi nel “Campo”. Dell’antico insediamento è rimasta la chiesa e poche altre case sparse. E il piccolo Camposanto isolato nella campagna, circondato da un muretto e da un estremo silenzio. Appare improvviso come un’isola. Qui sono sepolti i primi piemontesi. Antiche pietre ormai scolorite, altre rinfrescate di recente, piccole tombe nella nuda terra, cappelle, con incisi i nomi di quanti lì nella più vasta solitudine hanno visto il sorgere e il tramontare della loro seconda vita. All’ingresso una lapide ricorda Don Alejandro Sema, che con la moglie Doña Leonor Chianalino fu tra i primi immigrati piemontesi arrivati a Plaza San Francisco, il noble iniciador del cultivo agrícolo en estas tierras generosas.

Attraverso quel palmo di terra, leggendo come una preghiera ogni nome, tutti nomi di famiglia piemontesi. Un rosario di Ferrero, Barberis, Quaglia, Garbarini, Blanda, Morra, Musso, Portaluppi, Filippa, Cornaglia, Borello… Sento di camminare in un luogo sacro, consacrato dai nostri, benedetto dalle vite che hanno trovato qui orizzonte, il loro Sud e il loro Nord, qui hanno racchiuso per sempre la loro voce. Il trascendente silenzio ha come echi lontane di parole interrotte. Come deve essere stato morire così lontani dalla terra lasciata per un’altra terra, per un mare di terra, per un cielo stellato di altre stelle? Deve essere stato come morire la prima volta e consacrare con quella sepoltura la terra straniera, terra che per quel gesto diventa suolo di patria. In questo piccolo camposanto di Plaza San Francisco senti la sacralità del morire. Qui è il posto che ha dato radici ai piemontesi d’Argentina, la terra diventata la nostra terra. E’ come toccare un inizio.

Proseguendo in mezzo a distese di terra, campi fin dove l’occhio si perde, si incontrano a grandi distanze piccole costruzioni accovacciate nella terra, e accanto il mulino a vento. E’ così che è cominciato. E’ qui che i nostri hanno plasmato la nuova terra, facendo memoria del posto lasciato, citando quel che si poteva citare, si sono costruiti un tetto in mezzo alla loro nuova terra. Terra per lavorare, terra per vivere, terra per sperare, terra per guardare. Terra, null’altro che terra. Se alzi lo sguardo all’orizzonte sconfinato, a intervalli tra i campi dove l’occhio trova un appiglio, si indovina un mulino a vento.

A distanze per noi quasi infinite la comunità si è ricomposta: e sull’aia si riunivano le famiglie, ognuna veniva dai loro tetti per le feste, si cantava, si raccontava, e nella lingua ritrovavano il paese. Guardando una piccola aia di terra battuta, il primo pensiero che viene è come deve essere stato fare lì il primo Natale, al picco del sole che alzava la polvere, con nell’impaginato della memoria Gesù Bambino che nasce in una stalla al freddo e al gelo. Penso allo smarrimento di quell’orizzonte senza confini, quello spazio che non ha profili di montagna a interromperlo, a delimitarlo, a darle identità. Spazio ovunque l’occhio guarda, muta solitudine. Qualcuno s’è perso, ma loro che sapevano i silenzi e la fatica, loro ce l’hanno fatta. Sono sopravvissuti, ostinatamente hanno resistito all’aggressione del nuovo più profondo sconosciuto silenzio, hanno vissuto, hanno dato figli e nipoti e nella catena delle generazioni hanno costruito l’Argentina e il loro domani, con il Piemonte ancorato nei cuori. Il silenzio richiama i sogni, le imprecazioni, le parole rimaste imprigionate nei solchi del tempo di una terra forestiera. Un tempo che è soltanto ieri e pare l’infanzia del mondo.

Qui capisci quella che già De Amicis definiva «l’opera gigantesca dei nostri, a cui un giorno o l’altro la storia dell’Argentina dovrà solennemente pagare il debito di gratitudine». Se le emigrazioni raccontano storie uguali sotto ogni cielo e ogni cultura, tuttavia l’emigrazione piemontese in Argentina ha una sua cifra specifica. Contadini sono andati dove c’era terra da arare. E hanno lavorato, avvoltolato i loro giorni di fatica e sudore, hanno fondato paesi e città conservando la dignità dei cuori, tenendo la memoria accesa. Oltre i contorni geografici che conosciamo, c’è un altro Piemonte, appartiene alla topografia della mente e del cuore. C’è una storia da scrivere e da continuare, insieme a loro. E oggi c’è un Vescovo a Roma che è il loro dono più grande.

Albina Malerba

nostro servizio dall’Argentina



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