Tota e la seduzione del colore

Qual è il contributo che la Puglia e in generale il Sud ha dato all’arte italiana? Non è facile rispondere a questa domanda, se si tiene conto solo delle poche pagine che riservano i manuali di storia dell’arte al Sud. Per questo la Pinacoteca provinciale di Bari «Corrado Giaquinto» persegue da alcuni anni una politica di ricerca e di recupero di artisti pugliesi che sono stati attivi nella regione. In quest’ottica va inquadrata la mostra «La seduzione della pittura. Riccardo Tota (1899-1998) tra Andria, Roma e Napoli», aperta fino al 30 aprile.

Oltre cento tra dipinti e disegni ripercorrono la vicenda artistica del pittore andriese, nato nel 1899,   formatosi all’Istituto di Belle arti di Roma (ora Accademia, ndr) e vissuto a Napoli. Tota ha attraversato un secolo di vicissitudini artistiche, caratterizzate prevalentemente dalle avanguardie, mantenendo, tuttavia, una sua cifra stilistica legata alla tradizione. «Le avanguardie», scrive nel catalogo Clara Gelao, curatrice della mostra, «hanno rappresentato un fenomeno limitato ed elitario, che non ha coinvolto o che ha solo sfiorato i tanti artisti che, per onestà intellettuale, per propensioni personali, per ferme convinzioni ideologiche o per altre motivazioni hanno continuato a percorrere il sentiero della continuità». Continuità che, nel caso di Tota, non è allineamento alla tradizione, ma libera e personale interpretazione. Ad un esame approfondito della sua opera, infatti, si coglie l’evoluzione artistica soprattutto nella qualità del colore, che tuttavia non perderà mai il registro delle tinte fredde, e nella composizione del paesaggio, specie nella rappresentazione delle figure presenti.

Il primo periodo artistico di Riccardo Tota può dirsi concluso con la mostra antologica del 1932, a Palazzo Fizzarotti di Bari, una rassegna ampia che assomma la qualità del ritrattista e quella del paesaggista. Dalle opere esposte si vede con chiarezza la sensibilità dell’artista per gli affetti familiari e l’attenzione alla Puglia agro-pastorale e marinara. A questo periodo appartengono i ritratti della madre, del padre, della sorella e quello del generale medico Lorenzo Bonomo e i paesaggi legati all’Ofanto e alle marine di Trani.

L’antologica barese rivela anche ulteriori suggestioni: dal paesaggio laziale del «Tevere a Villa Glori» a «La modella o Ragazza dal fiocchetto rosso», da «Bimbo con cavalli e pastore» a «Toeletta o lo scialle azzurro». Quest’ultima opera è tra le più apprezzate dal pubblico «complice», scrive Clara Gelao, «la calda intimità della scena, la grazia della giovane protagonista e, non certo ultima, l’armonia di toni e tocchi pastellosi di gusto quasi divisionista dello sfondo, su cui squilla imperioso l’azzurro elettrico dello scialle buttato negligentemente sulle spalle».

La Puglia dei paesaggi di Tota, più che richiamare valori di documentazione e denuncia sociale, evoca stati d’animo di melanconia e di solitudine, di silenzio e di meditazione. Le opere «Sulle rive dell’Ofanto», in cui un piccolo pastore è circondato dal suo gregge, «Inverno», un albero spoglio e isolato che immedesima la rigidità della stagione, «Campo di grano», «L’asinello», «Masseria a Trani», «Caldura» rivelano atmosfere rarefatte e silenziose colte nei primi momenti del giorno. «La marina di Trani e le soleggiate campagne pugliesi», scrive Marzia Capannolo, richiamando un articolo di Gioscia, «restano le irrinunciabili suggestioni su cui esercitare al meglio la definizione grafica, coloristica e volumetrica di una natura assoluta e senza tempo che alimenta il sentimento immanente di meditata spiritualità che pervade l’intera produzione dell’artista».

Col matrimonio e il trasferimento a Napoli inizia un’altra stagione della vita dell’artista. Le atmosfere si fanno più malinconiche e rarefatte, il tema della solitudine ancor più accentuato. Per Tota «la pittura era piuttosto un mezzo per costruire luoghi dove rifugiarsi al di là delle contingenze storiche e per “accettare” i cambiamenti, provando a resistere alla rapidità con cui il XX secolo veniva attraversato da rivoluzioni culturali, artistiche, sociali, economiche e tecnologiche», commenta Federico De Rosa nell’intervento in catalogo.

«Davanti ai solenni momenti della natura», dice l’artista, «non solo si esalta la mia sensibilità, ma anche si acuisce la mia attenzione al registro delle emozioni e meditazioni diverse, ma sempre essenziali per il mio equilibrio interiore. Solo così posso poi accettare la realtà quotidiana, che ha tanti aspetti tragici».

Abbondano in questo periodo i ritratti della moglie, colta sempre con un velo di tristezza; le opere «Carretto e barca», «Uomini e barche», «Portuali a Castellammare di Stabia»,  «Porto di Castellammare di Stabia»,  «Famiglia nel crepuscolo» pur essendo scorci di vita quotidiana, hanno persone per lo più di spalle. «Prive di volto», commenta ancora De Rosa, «le persone non portano con sé stati d’animo o sentimenti, ma si fanno mera funzione, simulacro del fruitore dell’opera, che in essi e tra essi è condotto a ritrovarsi, divenendo anch’egli, come l’artista, spettatore di un mondo algido di cui non è semplice sentirsi parte». Nei quadri dedicati ai laghi, poi, le figure umane spariscono del tutto e il paesaggio diventa sostanzialmente luogo dell’anima.

Una nuova fase artistica segue al soggiorno in Svezia al seguito del figlio, alla fine degli anni Settanta: le opera hanno una nuova luce. Quadri come «Arcipelago di Stoccolma»,  «Amanti»,  «Pescatori nell’arcipelago di Stoccolma», «Tramonto sul lago Siljan», «Due nel silenzio o Solitudine», «Plenilunio scandinavo» mostrano che c’è una sottile congenialità tra la Svezia e l’indole di Tota. Lui stesso dice di aver sentito nuovamente la «purezza di un colore e la luce tersa e limpida di un cielo apparentemente basso e profondissimo». Queste nuove suggestioni si ritrovano anche nelle opere italiane successive, tra cui «Napoli, via Caracciolo», «Ravello», «Villa Librone».

Con la sua opera malinconica e meditativa Riccardo Tota sembra assegnare all’arte un ruolo di ricerca delle ragioni intime e della visione alta della vita, anche se questo può significare la solitudine. L’ultimo scorcio della mostra barese è dedicato a Tota illustratore. Anche in quest’ambito l’artista rivela una straordinaria sensibilità e delicatezza. L’opera più importante è «Pinocchio».



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