Teniamoci più stretta la speranza

Due uomini di bianco vestiti si incontrano e si abbraccianoDue uomini di bianco vestiti si incontrano e si abbracciano con affetto e commozione: papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, dieci giorni dopo l’elezione, e il Papa emerito, Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Un evento storico. Mai il mondo aveva visto qualcosa di simile. Un passo che, per quanto previsto e atteso, accresce l’ammirazione e l’amore per il Pontefice cui spetta, fa notare al Corpo diplomatico, “costruire ponti” per la pace, preservare il creato, aiutare i poveri, esortare i cristiani all’unità, ebrei e musulmani al dialogo, i non credenti all’amicizia.

E’ acclamato Papa dei giovani, Francesco, sui quali incentra l’omelia nella messa della domenica delle Palme, li esorta alla gioia, a non farsi «rubare la speranza» e annuncia che sarà a Rio de Janeiro il 23 luglio per la Giornata mondiale della gioventù. «Non lasciatevi rubare la speranza, per favore, non lasciatevi mai rubare la speranza». Portate la gioia di Cristo «in tutto il mondo, fino alle periferie». Non fatevi illudere dalla sete di denaro: «Nessuno lo può portare con sé, il denaro, lo deve lasciare». «Mia nonna», racconta il Papa, «ci diceva “bambini, il sudario non ha tasche”».

Piazza San Pietro in un tripudio di palme, alberi e ramoscelli d’ulivo, bandiere e folla sterminata che prega, fa la comunione. Le Palme come l’anteprima della Pasqua, passando dalla Via Crucis al Colosseo, per approdare nella gloria della Resurrezione. Gesù trionfa in groppa all’asinello, papa Francesco a bordo della jeep. Ne discende in fretta per abbracciare i disabili, i non vedenti, i bambini. Lo chiamano «Francesco, Francesco», come un fratello, un padre. Quale affetto, quale comunione. E’ un delirio gioioso. E allora ecco l’annuncio: «Mi metto in cammino con voi per Rio per la Giornata mondiale della gioventù, sulla scia dei miei predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in luglio. Non vedo l’ora. Preparatevi e preparatevi bene. Nelle diocesi».

Non sarà una gita. E’ un appuntamento missionario. «Andate e fate discepoli tutti i popoli». Questo il motto. Andare nelle periferie e dare a tutti messaggi di speranza. «Non ascoltate il diavolo che si inserisce nei momenti di difficoltà». Tre parole, «gioia, croce, giovani», un mandato, le linee maestre del Papa argentino di origini italiane, la lingua per la prima volta usata con i diplomatici di 185 Paesi (solo quattro, con la Cina, non sono accreditati) perché è la lingua di san Francesco d’Assisi, di cui ha assunto il nome. Giovedì Santo, lavanda dei piedi: papa Francesco non va nella grande Basilica di San Giovanni in Laterano a lavarli a dodici sacerdoti, che forse li hanno puliti, ma in periferia, in un istituto penale dove sono rinchiusi ragazzi sfortunati, orfani, autori di atti di violenza. Adolescenti che i piedi non li hanno puliti. E neanche le mani. Papa Francesco va nel tenebroso carcere di «Casal del Marmo» a celebrare la «Messa nella Cena del Signore» e lavare i loro piedi.

Nella semplicità si svolge anche l’incontro col Papa emerito, che lo attende all’atterraggio dell’elicottero. Francesco lo precede, lo abbraccia, «un abbraccio bellissimo», lo definiscono coloro che hanno potuto assistervi, come il portavoce Federico Lombardi. Si stringono le mani, si parlano, farfugliano tra il «tu» e il «lei». Ratzinger gli cede il lato destro nell’auto, entrano nella residenza di Castel Gandolfo e vanno subito nella Cappella per pregare. Benedetto vuole cedergli anche l’inginocchiatoio d’onore, ma Francesco gli prende la mano e si inginocchiano nello stesso banco l’uno a fianco dell’altro. Nessun criterio gerarchico. «Siamo fratelli», ha detto Francesco. E gli porge il regalo: un quadro con «La Madonna dell’umiltà» e della tenerezza, i due sentimenti che Ratzinger ha mostrato durante i suoi anni di Pontificato, insieme a una profonda dottrina, per cui papa Francesco ha espresso la «gratitudine sua e di tutta la Chiesa». Un colloquio “a tu per tu” di 40-45 minuti, su cui c’è la più totale riservatezza. Forse papa Bergoglio ha ricevuto un memorandum, dei dossier. Poi, di nuovo il commiato ai piedi dell’elicottero.

C’è un altro “fratello” di Francesco. Si chiama Andrea. E’ il patriarca di Costantinopoli, oggi Bartolomeo I, ma titolare di quella Chiesa ortodossa bizantina chiamata la “seconda Roma” che si riconosce in Andrea, il primo chiamato da Gesù, fratello di Pietro. Bartolomeo ha un posto d’onore nell’incontro tra il Papa di Roma e le Chiese e le Comunità ecclesiali d’Oriente e d’Occidente: un plenum in Vaticano, con altri movimenti religiosi e di non credenti. C’è pure Ilarion, il numero due del Patriarcato di Mosca, la terza Roma. “Fratelli separati” dal 1024. Dopo gli scismi d’Occidente, con Lutero, Calvino. L’ecumenismo è in marcia. Francesco rinnova l’appello all’unità, esprime «la ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico». Agli ebrei ricorda lo «specialissimo vincolo spirituale» che risale ai patriarchi, a Mosè, ai profeti. Apprezzamento ai musulmani, «che adorano Dio unico, vivente e misericordioso, e lo invocano nella preghiera». «Vedo un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità».

Alle diverse tradizioni religiose riconosce «l’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne». Tutto ciò è consapevolezza «della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero creato, che dobbiamo amare e custodire». Qualcosa va al di là delle divisioni e delle differenze. E’ «il bene di chi è più povero, di chi è debole e di chi soffre, per favorire la giustizia, per promuovere la riconciliazione, per costruire la pace». Al di sopra di tutto c’è l’esigenza di «tenere viva nel mondo la sete dell’assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose per il nostro tempo. Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall’orizzonte dell’umanità, e avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l’originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore dell’uomo».

E’ l’anelito comune, una vocazione universale, non parziale. «Perciò, sentiamo vicini anche tutti quegli uomini e donne che, pur non riconoscendosi appartenenti ad alcuna tradizione religiosa, si sentono tuttavia in ricerca della verità, della bontà e della bellezza, questa verità, bontà e bellezza di Dio, e che sono nostri preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica fra i popoli e nel custodire con cura il creato». Gesti, atti, comportamenti del Papa che si saldano a un livello superiore di fede e di dottrina. Dice messa nella chiesetta dell’ospizio di Santa Marta per i più modesti lavoratori in Vaticano e dintorni: netturbini, giardinieri, cuochi, sorveglianti. Spiega il Vangelo: «Se noi abbiamo il cuore chiuso, se abbiamo il cuore di pietra, le pietre arrivano tra le mani e siamo così pronti a scagliarle». Il cammino che l'umanità ha di fronte è «difficile» solo «se non impariamo sempre più ad amare questa nostra Terra». Giovedì, inizio del "triduo pasquale", in San Pietro messa al mattino per benedire gli olii santi, il venerdì in San Pietro lettura della Passione e la sera la via Crucis al Colosseo. Dalle 21 di sabato la benedizione del fuoco nell'atrio della basilica, la celebrazione all’interno. Il giorno di Pasqua messa sul sagrato e benedizione Urbi et Orbi.

In piena sintonia con papa Francesco si sono dichiarati i vescovi italiani nel Consiglio permanente della Cei, che ha fissato l’Assemblea generale in Vaticano. Si aprirà il 20 maggio col pellegrinaggio alla tomba di S. Pietro con «la solenne professione di fede» nell’anno a questa dedicata. Cinque giorni di lavori sul tema «Educatori nella comunità cristiana: criteri di scelta e percorsi di formazione». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha scelto per «criterio pastorale» dell’episcopato italiano le parole «camminare, edificare, confessare» pronunciate dal Santo Padre nella messa di inizio pontificato, alle quale tutti i componenti del Consiglio hanno partecipato, per ribadire la «comunione col Successore di Pietro per una collegialità affettiva ed effettiva, avvalorata da piena e aperta adesione al Suo insegnamento e da fattiva e costante collaborazione».

Antonio Sassone

 



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