Il colpevole non è l'euro

Ad ogni salvataggio di un Paese dell’Eurozona si è costretti ad ascoltare lo stesso mantra: sarebbe bastato intervenire preventivamente con fondi europei (ossia in larga maggioranza tedeschi), le condizioni imposte da Bruxelles e Francoforte sono troppo severe e ricalcano i diktat di Berlino, i privati risparmiatori non dovrebbero essere coinvolti nel salvataggio di banche e governi, l’euro a queste condizioni è una gabbia insopportabile, e così via.

E’ accaduto con Irlanda e Portogallo, in misura macroscopica con la Grecia e si ripete oggi con Cipro. Un’attenzione quasi maniacale alle condizioni del salvataggio (forse perché nella Grecia prima e in Cipro oggi si teme di vedere un esempio di quello che non vorremmo mai accadesse al nostro Paese), ma ben poche riflessioni in merito alle condotte dissennate che hanno reso necessario il salvataggio. E poi, appunto, il solito interrogativo sull’opportunità di mantenere il sistema della moneta unica visto come uno strumento attraverso il quale i sistemi bancari del Nord Europa, e in primis quello tedesco, drenano fondi ai Paesi periferici creando insostenibili asimmetrie nelle condizioni di finanziamento degli investimenti tra le imprese dell’Eurozona. Una polemica molto italiana e, per essere precisi, nelle ultime settimane, molto “confindustriale”, con il quotidiano e la radio dell’associazione degli imprenditori impegnati in una campagna anti tedesca che in certi toni non sfigura di fronte ai populismi più arrabbiati.

Il coro dei delusi dall’euro pare evidentemente dimenticare gli anni, neppure troppo lontani, in cui, grazie alla moneta unica, un Paese come l’Italia pagava sul suo debito sovrano meno di cinquanta punti base più della Germania e aveva a portata di mano una formidabile occasione, puntualmente perduta, per ristrutturare sistema produttivo e finanza pubblica. Questi stessi critici sembrano, nelle loro affermazioni, implicitamente deprecare il fatto che l’euro non riesca a rappresentare un sistema efficiente per “germanizzare” le perdite dei Paesi che non hanno saputo cogliere queste occasioni, e in certi commenti si arriva a sostenere che tutto sommato la Germania dovrebbe essere tenuta a pagare dopo aver trascinato l’Europa in due guerre mondiali.

Non si intende in questa sede fare i difensori d’ufficio del Paese di Angela Merkel, che non ha bisogno di chi scrive per questo e che certamente non è esente da responsabilità, se non altro per il legame fin troppo evidente tra la linea adottata in ambito europeo e le problematiche elettorali interne che si acuiranno ancora di più all’avvicinarsi dell’ormai prossimo rinnovo del Bundestag. Ma pensare che i vantaggi dell’euro fossero gratuiti, nel senso che non ponessero, dopo l’ingresso nel sistema, vincoli particolarmente severi ai Paesi membri, significa fingere di non aver letto i trattati. E pensare che in un’area monetaria, come in qualunque altra associazione tra Stati, i Paesi economicamente e politicamente più forti non pesino di più, significa avere una visione infantile dei rapporti internazionali.

Ma veniamo ora a Cipro, e concentriamo la nostra attenzione sulla sua economia. La repubblica greco-cipriota occupa i due terzi della superficie dell’isola, per una popolazione di circa 850 mila abitanti (come Torino, insomma). La sua economia realizza un Pil annuo intorno ai 18 miliardi di euro (tanto per capirci, nel 2012 la maggiore impresa italiana, l’Eni, ha fatturato oltre 120 miliardi di euro). Il prodotto di Cipro è costituito per oltre l’80 per cento da attività terziarie (commercio, turismo, pubblica amministrazione e servizi finanziari), l’agricoltura è povera e tradizionale (più della metà dei terreni fanno capo alla Chiesa greco–ortodossa locale) e l’industria manifatturiera è fortemente sottodimensionata. Da ciò discende uno strutturale passivo nei conti commerciali con l’estero (importazioni molto superiori alle esportazioni). Il settore pubblico rappresenta uno “stipendificio” non dissimile da quello greco. Il Paese è da pochi anni uscito dalla black list dei paradisi fiscali, ma il suo sistema finanziario resta fortemente sovradimensionato con asset bancari pari a otto volte il Pil. Negli anni le maggiori banche dell’isola sono state scoperte dai nuovi ricchi della Russia grazie al favorevolissimo trattamento fiscale, e secondo dati elaborati dall’intelligence tedesca, incaricata di sorvegliare la puntuale esecuzione degli adempimenti connessi all’uscita del Paese dalla black list, i loro depositi ammontano ad un importo ben superiore al Pil di Cipro.

La crisi attuale, al di là dell’evidente debolezza strutturale di un sistema economico privo di sufficiente equilibrio, ha origine in quella della vicina Grecia. Le banche locali hanno investito, ignorando completamente i più elementari principi di diversificazione del rischio, gran parte dei propri asset in prestiti verso soggetti greci e in particolare in titoli di Stato di Atene. Con la crisi e il default pilotato della Grecia (il taglio del valore dei bond ellenici), gli istituti ciprioti hanno perso circa i tre quarti del loro investimento. Lo Stato greco-cipriota, come molti altri Paesi, ha un debito troppo alto per poter intervenire ricapitalizzando un sistema bancario così fortemente sovradimensionato rispetto all’economia locale.

Da lì una spirale finanziaria ed economica (recessione e disoccupazione al 25 per cento della popolazione) che ha portato all'intervento dell'Unione europea. Vista l'impossibilità di un taglio del valore dei titoli pubblici ciprioti sul modello greco, che avrebbe impoverito ancor più banche e investitori locali, l'unica strada identificata dalle istituzioni internazionali è stata quella di affiancare agli aiuti europei (10 miliardi di euro, più della metà del Pil di Cipro) una profonda revisione della finanza pubblica dell’isola e una consistente compartecipazione al risanamento da parte dei creditori delle banche in crisi (i depositanti, al di là della garanzia europea sui saldi fino a 100 mila euro, sono creditori come tutti gli altri).

Il principio è che non debba passare l’idea, un tipico caso di “azzardo morale”, che un Paese o un sistema bancario possano lanciarsi in imprese spericolate sapendo che comunque, in caso di insuccesso, sarebbe sempre a disposizione, gratuitamente, l’ombrello protettivo dell’Unione. La compartecipazione del Paese al proprio salvataggio rappresenta un potente incentivo a non porsi nelle condizioni di dover essere “salvati”, e qui ovviamente le microscopiche dimensioni dell’economia cipriota, e l’affermazione che un aiuto più consistente non sarebbe stato un problema contano poco, perché la questione è più generale. Semmai, a voler cercare l’errore, ci si potrebbe chiedere perché è stato richiesto e caldeggiato l’ingresso di una economia come quella cipriota nell’Eurozona, quando la sua debolezza poteva far presagire notevoli difficoltà. Come al solito però, i critici di oggi sono molto impegnati a banchetto in corso, e si fanno sentire solo quando arriva il conto da pagare.

Antonio Abate

 



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