Torino-Lione, tutti divisi su tutto

Il gioco dell’oca è la metafora che meglio si adatta alla Torino-Lione. L’avvio dei lavori era ormai a poche caselle dalla vittoria. Ma l’ultimo tiro di dadi (leggi elezioni politiche del 24-25 febbraio) ha fatto tornare la pedina in zona “partenza”. Nessuno ha vinto, con il risultato (ben noto) di tre minoranze (centro-sinistra, centro-destra e Cinque stelle) in disaccordo su tutto. Tav compresa.

Anzi, con divisioni che ormai attraversano gli stessi partiti, almeno nel centro-sinistra. Così, se per la formazione del nuovo governo «del doman non v’è certezza» alcuna, sull’alta velocità Torino-Lione, in un partito come il Pd, in cui non parevano esserci altro che granitiche certezze, da qualche giorno si sono incuneati dubbi, perplessità, contrarietà che probabilmente scorrevano già come un fiume carsico, ma che la mancata vittoria alle elezioni ha fatto emergere con prepotenza inedita.

La prova si è avuta sabato 23 marzo in Valle di Susa, nel giorno dell’ennesima marcia «No Tav». Che però è stata diversa da tutte le altre, visto che l’ondata elettorale “grillina” ha alimentato il vento della protesta. I numeri della partecipazione sono tornati quelli del 2005, con 40 mila persone che hanno solcato le strade valsusine, nonostante la pioggia battente, sotto le insegne del “trenocrociato”, con i bimbi a inizio corteo a invocare «+ trenini e – trenoni» e con i gonfaloni di Comuni importanti e lontani quasi mille km, come quello di Napoli del sindaco De Magistris. In testa al corteo c'erano proprio loro, le fasce tricolori dei 25 sindaci «No Tav» bassovalsusisini che hanno ribadito che questo territorio e queste popolazioni continuano a non essere convinte della bontà dell’opera che, anzi, avversano come e più di prima. A poco serve ricordare che il progetto non è più quello del 2005, che molto è cambiato, che gran parte della bassa valle è “risparmiata” da nuovi binari e gallerie. Il lavoro dell’Osservatorio di Mario Virano sembra non aver dato risultati dal punto di vista del consenso. Proprio il commissario di governo che l’ha presieduto è accusato dal presidente della Comunità montana Sandro Plano «di aver svolto un ruolo politico e di propagandista dell’opera anziché di tecnico».

Il corteo ha visto la massiccia presenza dei parlamentari “grillini”, capeggiati dal capogruppo del M5S al Senato Crimi, ma anche di Sel, con l'ex leader Fiom Giorgio Airaudi, aficionados delle manifestazioni «No Tav», “benedetto” da Nichi Vendola che su twitter ha scritto: «La Torino-Lione è un’opera sempre più difficilmente rappresentabile come un’opera sensata. Il costo faraonico stride con disagio e povertà nel Paese. E’ una spesa insopportabile di fronte ai troppi tagli sociali».

Una delle novità sta proprio qui: nella ritrovata sponda politico-istituzionale dell'opposizione alla Torino-Lione che, proprio sabato 23, si è espressa con la visita (addirittura un'ispezione secondo i “grillini”) al cantiere di Chiomonte dei parlamentari cinquestellati, ma non solo (c'era anche Airaudo), accompagnati sul posto da alcuni leader «No Tav» protagonisti, in questi anni, di manifestazioni non sempre all'insegna del “politicamente corretto” e scortati, per l'occasione, da quelle forze dell'ordine con cui hanno avuto confronti non solo sul piano... verbale. La discussione, in effetti, ora non avviene più (forse) a colpi di cesoie, pietre e lacrimogeni, ma è tornata sul piano dialettico. E non mancano, proprio sul fronte del Pd, volti nuovi e personalità emergenti che, come Bartali, pronunciano la fatidica frase: «E’ tutto sbagliato, è tutto da rifare».

Così quella di Sandro Plano, leader di quel Pd valsusino che continua ad essere riottoso e fieramente «No Tav», non è più una voce che grida nel deserto. Lo si è visto proprio sabato mattina, quando, con una pattuglia di suoi compagni di partito ha organizzato una protesta “soft”. Riuscendo non solo a rimanere all'asciutto nella sala consiliare di Bussoleno (mentre i 5 stellati al cantiere si beccavano la pioggia e si inzuppavano le scarpe nel fango), ma anche a guadagnarsi un bel po' di telecamere accese su quello che può essere considerato il vero colpaccio della giornata: l'arrivo in valle di Susa, nel cuore della protesta «No Tav», di Laura Puppato, senatrice Pd, sindaco di Montebelluna, che lo scorso autunno ha conteso la premiership a Pierluigi Bersani.

«La Tav», ha ribadito Plano, «non è solo il problema dei valligiani imbizzarriti, ma riguarda tutta l'Italia». Opinione rafforzata dall'intervento, in collegamento skype, del sindaco di Bari Michele Emiliano: «Nessuna opera può essere realizzata con il dissenso delle popolazioni interessate. Non solo, ma se facessimo le primarie nel Pd sulla Tav, scopriremmo che i nostri elettori sono in gran parte contrari». Laura Puppato non ha tradito le attese. «Mi sono documentata», ha detto, «e ho capito che con la Torino-Lione stiamo per costruire un'opera che non è certamente prioritaria. Quando si interviene su un territorio delicato come la Valle di Susa ci vogliono ragioni tecnico-economiche precise; e dai dati emerge che su questa direttrice le previsioni sul traffico merci non sono in crescita». E poi, ha aggiunto, basta guardarsi intorno: «L'idea di una direttrice dalle rive dell'oceano Atlantico agli Urali sarebbe anche affascinante. Ma la Spagna è in crisi, il Portogallo ha già rinunciato all'alta velocità e la Francia sta frenando, visto che non ha ancora ratificato l'ultimo accordo sulla Torino-Lione, quello del gennaio del 2012. Possibile che solo l'Italia si incaponisca su questa faccenda?». Ed ecco la proposta: «Rivediamo tutto, analizziamo la situazione, evitiamo che ci siano documenti “secretati”. E la discussione avvenga alla luce del sole. Esaminiamo i dati e vediamo qual è la soluzione migliore».

Parole che però fanno saltare la mosca al naso a parecchi dirigenti ed esponenti del Pd. Primo tra tutti al neodeputato Pd Umberto d'Ottavio, che ha abbandonato la sala del convegno senza neppure prendere la parola: «Questo incontro si tiene in un momento in cui c’è un governo in via di formazione. Sarebbe stato più opportuno avere come interlocutore un governo già esistente». Ma lo stesso D’Ottavio ha ammesso che nel Pd «ci sono posizioni diverse» sulla questione Tav. E nelle stesse ore un altro deputato del partito di Bersani, Stefano Esposito, in visita al cantiere di Chiomonte, si diceva pronto ad abbandonare il Pd qualora il partito cambiasse posizione dicendo stop alla costruzione della Torino-Lione.

La polemica ha ben presto oltrepassato i confini valsusini. Domenica la Puppato ed Emiliano erano sugli schermi di Raitre pronti a ribadire le loro posizioni davanti ai microfoni di Lucia Annunziata, scatenando risentimento negli stati maggiori del Pd torinese e piemontese. La prima stroncatura è arrivata da Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino: «Non mi sono mai permesso di intervenire sulle questioni o le emergenze di Bari, nè del Veneto: dai rappresentanti di istituzioni, soprattutto se sono del mio stesso partito, mi aspetto che prima di parlare si informino, approfondiscano e abbiano rispetto delle competenze, oltre che del lavoro che da almeno un decennio in Piemonte portiamo avanti per migliorare il progetto della Torino-Lione». E Piero Fassino, sindaco di Torino: «La Tav è un’opera strategica per Torino, per il Piemonte e per l’Italia. Questa é la posizione del Partito democratico, a livello provinciale, regionale e nazionale. Singoli esponenti del partito hanno diritto a esprimere posizioni diverse, ma lo fanno a titolo personale».

Tutto questo mentre Mario Virano ribadisce: «Noi andiamo avanti come sempre sulla Tav, supportata da atti istituzionali e ragioni forti, senza dimenticare ovviamente il significato di manifestazioni come quella di sabato, ma tornare indietro ora sarebbe davvero arduo, a mio avviso impossibile». Virano ha ricordato che l’accordo italo-francese del 2012 deve essere ancora ratificato dall’Assemblea francese e dal Parlamento italiano. «Ma quello del 2001 è stato ratificato», ha aggiunto, «e rescinderlo, secondo quanto indicato dalla convenzione di Vienna, comporterebbe oneri per oltre un miliardo di euro. In questo senso l’Italia dovrebbe scegliere se spendere 2 miliardi e 800 mila euro per un’opera nuova che dà lavoro a migliaia di persone o la metà di questa cifre, tra penali e oneri ad essi legati».

Di sicuro c’è che la questione Tav si è parecchio complicata. E che il bandolo della matassa, più che in valle di Susa, dovrà essere dipanato a Roma insieme all'altra grande questione del momento: quella del governo.

Bruno Andolfatto



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