Il welfare si salva con la famiglia

Crisi e welfare. La visione Ucid

Con riferimento a quanto abbiamo analizzato nel numero precedente de «il nostro tempo», nel discutere il rapporto fra crisi e welfare va sottolineato che lo scenario del nostro Paese denuncia un quadro dicotomico preoccupante: da una parte, flessione produttiva, abbattimento del reddito e della capacità di investimento e spesa e rischio nel potere d’acquisto; dall’altra, welfare pensionistico diluitosi o traslato nel tempo contro un gettito contributivo incerto per la flessione occupazionale

Di fronte ad un welfare così a rischio è ovvio che il primo anello debole della catena sociale diventa la famiglia. Sappiamo bene che la grave crisi finanziaria è innanzitutto figlia della forte carenza etica e valoriale del nostro tempo. Quindi, in un tessuto connettivo sociale critico, è indispensabile far sì che la prima cellula sociale sia rinforzata e valorizzata, non dimenticata o addirittura colpita. Incentivata nel crearsi e crescere, non destrutturata e penalizzata.

In particolare, la famiglia italiana è storicamente il centro sussidiario primario del welfare nazionale. In essa si concentrano gli sforzi per assorbire mancati redditi da lavoro, assistenza sanitaria, formazione e spesso avviamento al lavoro.

A nostro parere questa immensa risorsa che è la famiglia deve essere al centro della leva di rilancio del Paese. Se infatti è prevedibile la flessione occupazionale e con essa il gettito contributivo, va ripensata la struttura di assorbimento del welfare sul territorio, rendendo sistemico il mix tra quello di primo livello (nazionale) e quello di cosiddetto secondo livello (enti locali, aziende, assicurazioni, fondazioni, volontariato) e concentrando lo sforzo di supporto intorno ai nuclei famigliari.

E’ evidente che con l’attuale trend o si riforma completamente il sistema di welfare o si dovrà decidere se ridurre i servizi per garantirli a tutti, o garantirli a pochi. Ma la costruzione del bene comune non è delegata solo allo Stato, deve esser responsabilità di tutti. In questo senso noi parliamo di «responsabilità sociale d’impresa». Non c’è solo un welfare state ma anche una welfare society che devono interagire.

Bisogna affrontare il tema dei costi e della sostenibilità economica contemporaneamente al tema della governance condivisa. Non si possono quindi considerare il welfare di primo e secondo livello disgiunti, ma si tratta di condividere il modo di farne una sintesi per ottimizzare le risorse.

E’ vero che le imprese virtuose che destinano interventi di welfare verso i propri dipendenti e le loro famiglie sono esempi positivi da valorizzare. E ovviamente sono giustamente legate al loro specifico intervento, anche come strumento di fidelizzazione e appartenenza. Ma è arrivato il momento di ripensare anche questi interventi in un contesto allargato ad altri protagonisti sociali e di più ampio concerto territoriale. In particolare di fronte alla crisi in corso.

Ci sono esempi che cominciano a manifestarsi. La sede territoriale di Confindustria di Treviso (Unindustria), proprio come «azienda collettiva», ha attivato il progetto «Fare insieme 2012», nel quale, in particolare a sostegno delle piccole e medie imprese, e in collaborazione con i sindacati e gli enti locali, sta studiando una revisione del sistema di welfare aziendale per il territorio, con aree d’intervento su istruzione tecnica, occupazione giovanile, welfare ai dipendenti, riqualifica delle risorse umane. E’ un piccolo seme che affronta una parte del problema, ossia quello dei dipendenti. Il problema è però come già detto molto più vasto in tale contesto di crisi.

A Torino l’Ucid, l’Università e il Forum associazioni famigliari hanno appena intrapreso un percorso di analisi per andare ancora oltre. Per noi, in altre parole, è necessario un nuovo patto sociale per la famiglia, in cui la rete di welfare sappia coordinarsi e mirare tutti gli interventi sussidiari di un territorio, affinchè le risorse siano destinate in modo più generale e migliore. Per far questo è necessario conoscere il disagio, inventariare il welfare aziendale esistente, conoscere la potenzialità del volontariato, pesare la possibilità di servizio degli enti locali e trovare una nuova cabina di regia. Purtroppo i dati sono polverizzati e non esiste istituzionalmente un punto di informazione omogeneo e completo su queste informazioni per programmare gli interventi. Va quindi fatto un passo avanti nel lavorare insieme. Un seme di speranza sul terreno delle azioni di sviluppo.

Conclusioni

Quindi l’attuale crisi non ucciderà il welfare se si attueranno questi provvedimenti:

1. se saranno attivate le riforme che consentano il superamento della stagnazione del volano d’investimenti produttivi e tecnologici per un rilancio delle esportazioni, del loro indotto nazionale e dell’occupazione, e quindi per garantire un gettito contributivo accettabile;

2. se dal risultato alla giusta lotta all’evasione fiscale sarà allentata la pressione sulle famiglie e sui redditi da lavoro fissi per aumentare la loro capacità di risparmio e spesa, lavorando contemporaneamente per una tenuta continentale del potere d’acquisto dell’euro;

3. se sarà attuata una policy finanziaria ed economica europea centralizzata e coerente che abbia presupposti di unificazione politica e omogeneità legislativa strutturalmente europei, scongiurando localismi ed Europe a più velocità;

4. se sarà disegnato un nuovo patto sociale intorno alla famiglia, come soggetto sociale e giuridico. Un patto che attui un nuovo mix delle risorse e coinvolga imprese, categorie, sindacati e terzo settore di ogni territorio, proprio ad urgente compensazione del nuovo scenario.

Ma le maggiori riforme saranno quelle che si cercherà di portare entro i nostri comportamenti quotidiani. Nell’atteggiamento di ogni giorno nel lavoro e nella famiglia, nel dare concreta attuazione alle grandi scommesse che Benedetto XVI giustamente ha indicato nella rivoluzione della enciclica Caritas in Veritate: il lavoro come atteggiamento di dono, il valore dell’economia come investimento di amore.

E’ impensabile cambiare quanto sta intorno a noi se prima non mettiamo il dono di noi stessi al primo posto e con esso la persona “al centro”. Questa è la prima riforma dentro i nostri cuori e la principale speranza per i nostri giovani, il nostro amatissimo Paese e l’Europa dei nostri padri.

Riccardo Ghidella

Presidente Ucid Torino

 



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