Pietro Mennea leggenda e realtà

Tutti gli studiosi di Pietro Mennea, il grande velocista scomparso la scorsa settimana all’età di 61 anni, sono concordi nel sostenere che la «Freccia del Sud», nome con il quale entrò nella leggenda dell’atletica leggera, era un innamorato del tormento, un uomo che se non soffriva e non si macerava e non inseguiva traguardi che egli si imponeva di raggiungere a tutti i costi, e non si grattugiava con ansie ed angosce l’anima, non era contento, non andava a letto tranquillo.

Sarà. Le leggende non vanno tanto per il sottile e amano l’iperbole. Ma, tanto per fare uno scherzo alla leggenda, diciamo subito che Pietrino Mennea, detto anche l’«asceta», lo «sprinter d’acciaio» e il «martello pneumatico», si squagliò alle Olimpiadi di Montreal, anno 1976, per un fatto d’amore. S’era innamorato perdutamente (infatti perse) di una velocista finlandese che velocemente gli passava accanto e nemmeno lo guardava. Pietrino era a terra. Ma come, l’uomo d’acciaio, il martello pneumatico ridotto a scalare le marce per amore?

Era un essere umano, Pietro Mennea. Poco socievole, un pochino dispari, un pochino musone, ma un essere umano. E può accadere che un grande atleta arrivi quarto invece che primo. Ma, velociste finlandesi a parte, Pietro Mennea era un atleta tosto. E se si metteva in testa di piantare la bandiera sulla collina dell’onore, come John Wayne a Iwo Jima, faceva tutto il possibile, ma proprio tutto il possibile per riuscirci. Eppure, con il permesso della leggenda, tra i suoi momenti più belli, che furono il formidabile record mondiale dei 200 metri (19’’72, 12 settembre 1979 alle Universiadi di Città del Messico), che resistette agli attacchi sino al primo agosto del 1996 (19’’32, Michael Johnson), e l’oro olimpico di Mosca ‘80 nei 200 metri in 20’’19, noi poniamo accanto a questi due soli fiammeggianti anche il momento in cui tutta la forza dell’atleta, tutta la sua ira di guerriero gli scivolarono tra le dita fino all’ultima briciola per una scheggia di ghiaccio caduta sui bollenti spiriti del suo giovanile ardore. E’ bello, è salutare che i duri e durissimi ogni tanto si ammorbidiscano.

Non era uno spettacolo di squisitezza apollinea, Pietro Mennea lanciato alla drammatica caccia del traguardo. Non aveva l’eleganza dei «figli del vento», il più celebre e celebrato dei quali porta il nome di Carl Lewis,e anche l’attuale Bolt appartiene alla categoria degli alidorati. Lewis rincorreva meravigliosi miraggi con l’intento gioioso di trasformarli in realtà. Bolt è la rapidissima apparizione di un fulmine gentile. Mennea era un randello volante. Alle Olimpiadi di Los Angeles, ultimo palcoscenico della «Freccia del Sud», Mennea in pista sembrava un gattino pallido in mezzo alle pantere nere. Una di quelle pantere, appunto Carl Lewis, si presentò ad una affollatissima conferenza stampa con quasi un’ora di ritardo. Aveva una mise più da diva che da divo, grondava di collane e bracciali, brillava di anelli. E portava il tutto benissimo. Se proviamo a immaginare Pietro Mennea con le collane, i braccialetti e gli anelloni, ci vengono i brividi.

Lui non era «figlio del vento». Era figlio di un sarto di Barletta, la sua città natale, e da piccolo lo chiamavano «ciccio bomba» perché era bello pastoso come un maritozzo e, come succede spesso ai cicciottelli, era anche agilissimo. Poi il pallino della gara, il desiderio di uscire dal branco invece di restarci ben protetto dagli amici, la voglia di essere uguale a se stesso, a Pietro Mennea, e non ad altri cento o mille costruiti con lo stampo, gli snellì la mente e il corpo. Oggi c’è chi dice «sono un ragazzo di trent’anni», e mentre lo dice si tiene stretto alla gonna della mamma. La «Freccia del Sud», quando nel 1979 percorse i 200 metri facendo l’imitazione di Italo, il treno ad alta velocità, aveva 26 anni. Era un uomo di 26 anni.

Giustamente convinto che il bene e il male di un atleta nascano dagli allenamenti, Mennea trovò in Carlo Vittori, che oggi ha 82 anni, il maestro ideale. Vittori lo sommergeva d’una quantità di lavoro da preoccupare un bue. Mennea ne era felicissimo, nessuno può vincere senza faticare, più fatico e più vinco. Il mago Vittori (lo sport trabocca di maghi, Vittori era un mago vero) trattava i muscoli del suo allievo prezioso come veli di sposa costruiti con fili di tungsteno, sapeva come portarli al massimo della resa. Ma l’assillo di raggiungere il top non cessava mai. La pista di Formia, una sorta di ritiro mistico in cui maestro e allievo costruivano presente e futuro con slancio taurino, un giorno era paradiso e un altro era inferno. La scalata alle vette, riuscisse o no, era feroce.

La sera del 28 luglio 1980, alle ore 20,10, sotto la corona dei novantamila spettatori dello stadio di Mosca, gli otto finalisti dei 200 metri si allineano ai blocchi. Dalla corda all’esterno, sono il cubano Leonard, il polacco Voronin, il tedesco orientale Hoff, il giamaicano Quarrie, il polacco Dunecki, il cubano Lara, il britannico Wells e Mennea. Pietro è sull’ultima corsia, non certo una collocazione allegra ammesso che lui, una volta in pista, abbia mai conosciuto l’allegria. Vittori impone a se stesso di trasformarsi in uno spettatore immerso in un sereno distacco. Ma, soltanto a toccarlo, c’è da rimanere folgorati. Allo sparo, Wells scarica una molla supercompressa. Mennea, che ha le partenze sofferte, gli é alle spalle di almeno tre metri all’inizio del rettilineo. Ai 180 metri Pietro è ancora un perdente. Ma, proprio quando Vittori è sul punto di mettersi le mani nei capelli, la «Freccia del Sud» passa dai bemolle ai diesis, si esibisce in un rataplan magistrale, si moltiplica per due, per quattro, per dieci, in un impressionante crescendo di potenza e negli ultimi venti metri sgrana addosso a Wells raffiche micidiali mandandolo al rogo. Medaglia d’oro.

Ricordi, felicità, quattro finali olimpiche di fila, le sfide con il grande rivale sovietico Valerij Borzov, la scena strappata a Berruti, tanto diverso da lui, duecento metri su un altro mondo, nostalgie, rimpianti. Pietro Mennea ha i capelli bianchi. Avrebbe desiderato diventare sindaco di Barletta. Non gli è riuscito. Avrebbe desiderato una maggiore considerazione, un maggiore affetto da parte dei dirigenti federali, ma l’ex «Freccia del Sud» non è un uomo che susciti gran simpatie. Ha tentato la strada della politica un po’ di qua e un po’ di là e non ha avuto fortuna. E’ il signor avvocato che fa il possibile per non somigliare a uno dei tanti prigionieri del passato. Poi si ammala e a sessanta anni (appena il doppio di un ragazzo di trenta) muore. Le Ferrovie gli intitoleranno il nuovo Frecciarossa 1000 da 400 km all’ora. Buon viaggio, campione.

Gianni Ranieri

 



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