I tempi e la Sindone

La Sindone è fatta per essere venerata. Da quando si parla di Sindone, si pensa sempre a una realtà che riguarda la vita di fede della gente. A qualcuno può avere procurato dispetto questo fatto, ma nessuno ha pensato mai di negarlo. Col passare del tempo, accanto all'interesse della venerazione ne sono sorti altri, suscitati dalle domande che sorgono spontanee. E così alla venerazione s'è affiancata la curiosità più vasta, alla devozione la ricerca scientifica.

Ma la domanda più vera e più propria riguarda la vita: la vita di quell'uomo che ha lasciato su quel Lenzuolo la sua traccia, un crocifisso; e contemporaneamente la vita di ogni uomo che gli si pone di fronte. Quando accettiamo di porci seriamente queste domande, inizia la devozione autentica.

La Sindone è un'immagine e l'immagine chiede di esser veduta. La venerazione si esprime anche con attenzione a questo carattere, e dunque è sempre coinvolto un vedere. E' il motivo per cui volentieri ci si muove per andare a vedere la Sindone, compiendo magari veri e propri pellegrinaggi. Certo il pellegrinaggio è solo l'inizio di un processo, che continua nell'impegno di approfondire quanto si è visto, nelle sue cause e nei suoi effetti. Ciò spinge l'osservatore serio, quello che non si ritrae di fronte alle conseguenze, anche a mettere in gioco la propria vita, fino in fondo. E' un procedimento che vale la pena seguire.

In pellegrinaggio alla Sindone

Il pellegrinaggio fa parte delle caratteristiche della venerazione della Sindone. Ma col tempo la realtà del pellegrinaggio ha subito mutamenti. Quello classico vede uno stacco dalla vita quotidiana, nel suo ambiente e con i suoi impegni e fastidi, per muoversi verso un altro luogo, dove si trova un ricordo o un segno importante per la vita. L'età dei pellegrinaggi non è affatto tramontata, anche se le modalità si sono aggiornate. Basta ricordare dalle recenti Ostensioni le schiere di pellegrini (forse più impressionanti quelli provenienti dalla cristianità orientale), che dopo avere affrontato tanti disagi mostrano un impegno di raccoglimento e di preghiera impressionanti. Anche nelle nostre terre questo impegno di ricerca dell'importante non si è spento.

Un altro tipo di pellegrinaggio può esser chiamato «medio», perché si esplica nell'ambito ristretto del nostro quotidiano, come nelle parrocchie, quando giunge l'immagine sindonica e varie classi di gente, dai grandi ai piccoli, si radunano a pregare e meditare. L'intensità di questo accorrere cresce quando l'immagine sindonica è stata portata in altri Paesi e provoca un accorrere impressionante di gente di condizioni e confessioni diverse: lo sperimentiamo continuamente quando portiamo la riproduzione sindonica nelle Chiese dell'Est.

Nei nostri giorni si dà la possibilità di un nuovo tipo di pellegrinaggio, quando sulla scia dei mezzi di comunicazione più diffusi la Sindone entra nelle singole case, grazie all'Ostensione televisiva. La Sindone non si muove dal Duomo di Torino, eppure la televisione la introduce nelle nostre case, e così diventa essa stessa pellegrina; ma continua a invitare chi la guarda a uscire da sé per misurarsi col suo misterioso messaggio.

Le domande davanti al Volto sindonico

Quando si vede un uomo morire come l'uomo della Sindone, solo guardare non basta, perché lo spettacolo che essa offre è troppo coinvolgente: occorre porsi delle domande, anche se difficili e scomode.

Da quando la fotografia della Sindone ne ha messo in evidenza proprietà insospettate, molte scienze si sono interessate a un reperto così singolare. Certamente le domande della scienza sono importanti, ma non debbono prendere il sopravvento sull'attenzione profonda, perché non sono le domande prime e non sono esaustive. L'interesse di chi si pone di fronte a questo Telo è attirato in primo luogo dal fatto in sé, come è attestato dall'immagine che esso mostra: tutti vedono un uomo morto con modalità identiche a quelle che i Vangeli ci narrano per la morte di Gesù. Quella vicenda la vediamo giunta al suo atto finale, che registra la resa alla morte, l'impotenza totale, l'assoluta incapacità di relazioni umane, lo sconforto del sepolcro.

A questo punto quel crocifisso e Gesù si fondono in uno. E' un'operazione di cui avvertiamo la piena legittimità, a partire dalla corrispondenza unica che passa tra i minuti particolari dei due racconti, quello evangelico e quello sindonico. Allora la nostra contemplazione acquista spessore e inizia il nostro dialogo con lui, il crocifisso che ha veramente sperimentato tutto. L'antico profeta aveva invitato ad arrestarsi per osservare «se c'è un dolore simile al mio dolore» («Lamentazioni» 1,12). Quel corpo era stato ponte del suo dialogo con tutti gli uomini, strumento purissimo del suo amore per i più bisognosi e ora si presenta ridotto in condizione di verme. Gesù se n'era servito per donare il donabile, perdonare senza condizioni. Ancora nelle ultime ore aveva detto ai carnefici «Non sanno quello che fanno» e al buon ladrone «oggi sarai con me in Paradiso» (Lc 23,34.43).

Attraverso il corpo Gesù ha vissuto la sorte del silenzio della morte, il silenzio più assoluto. Venendo tra gli uomini egli aveva detto al Padre: «Un corpo mi hai preparato… ecco, io vengo per fare o Dio la tua volontà» (Ebrei 10,5.7). E questo si è realizzato certo nell'incarnazione, ma in particolare in funzione del mistero più grande del suo sacrificio finale. Per il corpo ha potuto realizzarsi quell'ubbidienza che egli ha dovuto «imparare dalle cose che patì» (Eb 5,8).

Sindone ed evangelizzazione

Chi entra in contatto con la Sindone e, attraverso ad essa, con la passione di Gesù non può non sentirsi coinvolto. Tutto l'insegnamento del Nuovo Testamento lo conferma e l'insegnamento dei Papi ne indica vie pratiche di realizzazione. La reazione più spontanea è quella della compassione consapevole: lui non poteva veramente amarmi di più e causa di tanta sofferenza sono stato io, con i miei fratelli in umanità, a causa dei nostri peccati. Intanto il suo dono d'amore ci invita a un'attenzione trepida per «il fratello per il quale Cristo è morto» (1 Co 8,11 e Ro 14,15).

Un coinvolgimento particolare è quello della cooperazione al raggiungimento del fine per cui questo segno è stato affidato alla Chiesa, cioè la causa dell'evangelizzazione. Vale certamente l'obiezione: la Sindone non è Gesù e non è neppure una sua parola rivelata; il suo rapporto fisico a Gesù poi è fatto oggetto di obiezioni scientifiche che alcuni ritengono insuperabili; è vero anche che la Sindone non è necessaria alla salvezza, tant'è che molti cristiani lungo la storia non l'hanno neppure conosciuta, così come altri hanno avuto forse nei suoi confronti un interesse qualificabile come morboso (fenomeno che, a dir vero, non ho mai notato nei pellegrini dei nostri tempi).

Ma è altrettanto vero che essa è utile dell'utilità che Dio assegna a ogni suo strumento, relativamente ai tempi e alle persone. Per il nostro tempo si parla di civiltà dell'immagine, e proprio dall'immagine proviene il messaggio più impegnativo e consolante della Sindone, con la sua pace e con il richiamo ai grandi valori e alle verità sublimi dell'incarnazione, della morte redentrice e della risurrezione del Figlio di Dio, dal «Sabato santo della nostra vita».

Immagine dell'immobilità, la Sindone nel silenzio invita a prender la distanza da tutto quanto può esser distraente, nella tentazione di un attivismo esasperato. Immagine povera, non appagante, provocatrice, è invito a scendere in noi stessi, per prendere atto della realtà umana, della malvagità che ha radice anche in ognuno di noi. Solo sottraendoci agli stimoli dispersivi e alla tentazione dell'egocentrismo ci è dato di entrare nell'atteggiamento di dialogo con questa realtà benedetta e di aprirci a tutte le necessità del mondo che sta attorno a noi.

Giuseppe Ghiberti



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