Una povertà che chiede carità

Monsignor Cesare NosigliaEmergenza lavoro? «Sulla povertà è calato un silenzio tombale». Emergenza sfratti? «Ci sono enti e organizzazioni di welfare che tengono come tesori le loro proprietà vuote». Emergenza nuove povertà? «Bisogna passare dalla centralità dei servizi offerti, alla centralità della persona. Gli aiuti ci sono, mancano le relazioni». Il futuro del volontariato? «Una carità intelligente che sa fare dell’accoglienza un impegno di relazioni, anticipando le domande e facendo rete».

Quale il ruolo della Chiesa? «La Chiesa evangelizza sempre e comunque, non si limita ad assistere o a svolgere il ruolo della crocerossina della storia, ma sa trovare vie adeguate perché ogni persona si senta capita e amata».

E’ un vero e proprio «programma» per rinnovare il «modello di servizio» in una Chiesa che ha bisogno di una forte «alleanza tra i battezzati», quello proposto sabato scorso dall’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia alla platea dei volontari riuniti nel salone Valdocco per la XXIV Giornata diocesana della Caritas sul tema «Alleati! Riempire il vuoto con legami di fraternità». A due anni dal suo insediamento alla cattedra di san Massimo, l’arcivescovo di Torino è tornato su temi a lui molto cari - emergenza lavoro e sfratti, carità della prossimità, costruire reti sul territorio - ma questa volta ha usato parole molto forti, quasi a voler scrollare gli animi di una città avvitata su se stessa. E incapace, forse, di passi coraggiosi. Mons. Nosiglia invece ha le idee molto chiare e dal Teatro di Valdocco, casa madre dei salesiani, uno dei cuori pulsanti della carità a Torino, indica priorità e obiettivi.

Il primo, il più importante, riguarda la carità della prossimità. «I servizi a Torino sono tanti e diffusi», ha detto mons. Nosiglia, «ciò che è carente sono le relazioni con la persona che chiede o ha bisogno. Farsi carico significa accompagnare non solo occasionalmente, ma in continuità. Noi dobbiamo fa crescere nella comunità e nella città una cultura di prossimità per cui se uno ti interpella, tocca a te assumere il suo problema». E racconta con il cuore in mano il profondo senso di smarrimento che ha provato al termine delle tante visite fatte in diverse strutture di accoglienza, grandi stanzoni da 8 o 12 posti letto, in container che assomigliavano tanto alle baracche di legno… «Certo, visitando queste strutture si può dire: l’importante è che abbiano un posto caldo dove dormire. La gente povera ringrazia sempre, perché quel poco che riceve è già tanto per sopravvivere. Ma la mia coscienza di cittadino e di cristiano no, non ringrazia se stessa ed entra in crisi forte».

Mons. Nosiglia conosce bene i problemi della città e riconosce il generoso impegno dei volontari, dalla Croce Rossa alla Protezione civile, ma ai cristiani chiede uno sforzo in più: un sussulto di umanità. «Quando ho provocato le comunità e le famiglie a prendersi in carico una persona senza dimora, volevo risvegliare questo sussulto di spiritualità alla carità che ci coinvolge in prima persona, non rimanda a qualche altro servizio. Se vedi un povero non ti girare dall’altra parte: ricordati che quel fratello o sorella in difficoltà Dio lo ha fatto incontrare proprio a te». I poveri non bisogna aspettarli, ma andarli a cercare. Per questo mons. Nosiglia ha un sogno: «Sogno che una parrocchia, un’associazione, un movimento, una cooperativa adottino una famiglia in difficoltà». Adozioni di vicinanza, le chiama. Poi racconta una piccola storia, che gli ha donato grande speranza: «Ricevo una mail con la storia di una mamma straniera, che felice di aver trovato un lavoro, non sa però come gestire la sua bambina. Ecco allora che la vicina di casa le offre di tenere la bambina, il pomeriggio e la sera, quando lei deve andare a lavorare. Un piccolo gesto che incarna appieno lo spirito di carità e fraternità. Non dice forse il Vangelo: dividi il pane con l’affamato?».

La carità della prossimità è necessaria, ma da sola non basta. Torino ha anche bisogno di una «carità intelligente», che sappia fare rete («I nostri centri di ascolto devono raccordarsi con l’Ufficio di pastorale del lavoro o con la Fondazione Operti per avviare una rete di comunicazione e di scambio») per trovare risposte e stimolare i poveri a non adagiarsi nella miseria. Secondo il vescovo di Torino gli operatori sono come dei «medici generici» o di famiglia che rimandano sempre a «specialisti». Così devono fare gli operatori: costruire una rete di raccordo per cui, se non riusciamo ad affrontare adeguatamente i problemi di chi è in difficoltà, sappiamo indirizzarlo a chi può affrontarli con maggiore competenza. E tra i problemi più urgenti il vescovo di Torino ne individua due: il lavoro e la casa.

Il problema degli sfratti per morosità, una vera e propria emergenza sotto la Mole - nel 2011 sono stati 2.343, molto superiori a quelli di Napoli (1.557) e di Milano (1.115) - sintomo delle difficoltà economiche legate alla crisi industriale, è molto sentito da mons. Nosiglia. Ecco l’appello che è risuonato tra i volontari a Valdocco: «Abbiamo a Torino immensi spazi di strutture vuote e fatiscenti che sono chiuse, vanno in degrado. Ma chi li possiede se li tiene come tesori preziosi. Questo vale per strutture pubbliche e realtà private, che pure vanno per la maggiore in fatto di carità. E anche per quelle ecclesiali. Ciò mi addolora molto, perché spesso erano donazioni lasciate per i poveri». Non vuole fare nomi mons. Nosiglia, ma esorta: «Non intendo accusare nessuno. Semmai comincio ad accusare me stesso, se necessario. Ciascuno si faccia un buon esame di coscienza e cerchi risposte meno virtuali o attendiste, ma più consone al realismo graffiante del Vangelo». L’appello riguarda anche gli appartamenti vuoti «che gente anche buona e cristiana non intende assolutamente affittare, anche a prezzo di canone, a precise categorie di persone, tipo Rom o stranieri».

E poi il problema più urgente, che «pesa come un macigno»: il lavoro. In una città dove il tasso di disoccupazione sfiora il 10 per cento, le imprese grandi e piccole chiudono sotto i colpi della crisi, strozzate dalla mancanza di credito e dai pagamenti che non arrivano, il vescovo lancia un grido di dolore che scuote Torino. «La mia coscienza e cuore di Pastore sono gravidi di sofferenza ogni giorno di più perché sempre più numerosi lavoratori, giovani e adulti, famiglie e imprenditori mi interpellano per farmi partecipe della loro situazione spesso devastante e mi chiedono di avere sostegno. Quante piccole e medie aziende ormai chiudono o entrano in una condizione di pre-chiusura strisciante con conseguenze dolorose per imprenditori e lavoratori ormai accomunati dallo stesso destino». Quello che lascia però ancora più scoraggiati è «il silenzio tombale» che su questo problema è subentrato da parte della politica, delle componenti sociali, dell’opinione pubblica. «Quella solidarietà e senso di giustizia che erano patrimonio di valore del mondo operaio e lavorativo stanno scemando e il “si salvi chi può” prevale su tutto e tutti».

Una logica sterile. E pericolosa. Chi prenderà l’iniziativa per scuotere il torpore che avvolge il nostro mondo per fronteggiare uniti questa gravissima situazione?, si chiede mons. Nosiglia. Nessuno si illuda, avverte. «Ciascuna componente sociale e ciascuno di noi deve assumere, anche con sacrificio personale, le proprie responsabilità. Nessuno si illuda di farla franca chiudendosi dentro il proprio mondo: o ci salveremo tutti insieme o affonderemo tutti insieme. Dio difensore dei deboli e dei poveri non lo permetterà e sono certo, perché ci credo fermamente, che con il suo aiuto riusciremo a trovare le vie per imboccare la strada per la ripresa morale, civile e sociale del nostro popolo».

Cristina MAURO



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