Una città spaccata in due

C’è il manager che ha perso il lavoro: «Due anni fa sono stato licenziato, ho due figli che studiano e una moglie che fa la commessa in un supermercato. Non riesco più a pagare le spese condominiali e per questo rischio di perdere la casa. Sono stato affidato al servizio Terza Settimana, che prevede il ritiro della frutta e della verdura ogni venerdì e del Banco alimentare della nostra parrocchia. Sto scivolando verso il nulla».

C’è la commerciante con un negozio di alimentari raggiunta da un’ingiunzione di sfratto, che non riesce a bloccare: «Se non saldo i debiti (la lista è lunga dall’Inps a Finpiemonte a Equitalia), chiudo. Mio marito lavora tramite agenzia interinale e per un anno intero non ha percepito reddito. Mi sono rivolta alla parrocchia». E c’è l’imprenditore, due figli, uno con gravi problemi di salute, e una moglie che lavora con contratto a progetto a 800 euro al mese: «Ho una ditta che realizza corsi di informatica, ma sto sentendo la fatica dei ritardi di pagamento (in genere 180 giorni). Lavoro anche come docente presso alcuni enti di formazione professionale, i soldi - 11 euro lordi l’ora - arrivano comunque dopo sessanta giorni. La banca non ci ha più dato il fido e ho dovuto vendere la casa. Ma non è bastato. Adesso non riesco a pagare l’affitto e la luce».

Ecco i volti dei «nuovi poveri» a Torino. Professionisti ai quali la crisi ha rubato il lavoro. E la dignità. Una fragilità occupazionale che per la prima volta, in molti casi, fa da detonatore a nuovi problemi: la casa, la salute, le relazioni. Povertà inedite ma drammatiche, che si vanno ad affiancare a quelle croniche, nate dal disagio e dalla marginalità sociale. Una vera e propria emergenza di fronte alla quale i centri di ascolto non bastano più: bisogna fare rete, creare nuove sinergie, un nuovo modello di welfare. A lanciare l’allarme il direttore della Caritas di Torino Pierluigi Dovis, la settimana scorsa, in occasione della presentazione dei dati sugli ingressi al centro diocesano «Le due tuniche» di corso Mortara. Profondo Nord della città, dove un tempo sorgevano grandi fabbriche oggi dismesse, e dove sorgono palazzoni di venti piani e centri commerciali, emblema della trasformazione post industriale della città. Il centro, gestito da venti volontari, è aperto quattro giorni la settimana, tante le visite domiciliari su appuntamento (420 quelle realizzate nel 2012). Il centro è anche sede della Carità dell’Arcivescovo, cioè il luogo dove i volontari della San Vincenzo accolgono le persone e le famiglie che contattano direttamente l’arcivescovado (273 quelle incontrate nel 2012).

«La crisi scoppiata nel 2008», ha detto Pierluigi Dovis, «oggi si fa sentire ancora più forte. La città, come dice il nostro vescovo, sembra spaccata in due. I tagli di bilancio e le riforme strutturali hanno causato una riduzione dei servizi che sta spingendo un numero crescente di persone ai margini del sistema. Nella povertà di oggi si entra improvvisamente». I dati del Rapporto 2012 redatto dall’Osservatorio della povertà della Caritas parlano chiaro: 1.500 le persone ascoltate nel 2012, il 46 per cento in più rispetto al 2011. E oltre mille richieste accolte: dai pacchi di cibo al pagamento delle bollette e delle rate del mutuo, dalla retribuzione per piccoli lavori al sostegno per la scuola. Ma chi si rivolge alla Caritas? La maggior parte sono donne (52 per cento), italiane (91 per cento), età media 48 anni, spesso sole (vedove, separate, single), con in tasca solo la licenza media inferiore (l’80 per cento), nell’ultimo anno sono arrivati anche i professionisti. Segno che la crisi colpisce anche quei settori considerati fino a ieri «sicuri». Oggi la sicurezza non c’è più. Un terzo delle persone che si rivolgono alla Caritas, comunque, è senza reddito. Quali i problemi? Al primo posto il lavoro. Poi casa e salute.

«La crisi ci insegna a compiere un cambiamento di prospettiva: dal fare all’operare», ha detto Dovis. «Che non significa un superficiale agire, magari compulsivo, ma indica un’azione rivolta al raggiungimento di un fine di alto respiro: la crescita della dignità della persona. Le azioni di welfare, quelle dell’accoglienza come quelle del recupero, devono diventare opere capaci di esprimere un obiettivo di speranza. Abbiamo bisogno di nuove alleanze per riempire il vuoto con legami di fraternità». L’orizzonte per dare risposta ai nuovi poveri è l’alleanza. E «alleati» è l’imperativo pastorale sul quale la Caritas ha deciso di investire. Scrive una mamma in una e-mail: «Questa crisi ci ha svuotato dal di dentro. E’ un vuoto che ti toglie il senso della vita, che ti fa sentire inutile e incapace, che ti induce a troncare le relazioni, che ti scava dentro…». Risponde Dovis: «Dovremo essere capaci di ascoltare queste domande e di farle nostre, per un quotidiano e attento lavoro di animazione della carità e di promozione di quella cultura della prossimità, grazie alla quale chi vive un momento di difficoltà possa sentirsi meno solo».

Povertà, solitudine, paura. Per riempire questo vuoto la Caritas, che da sempre «ascolta, discerne e traduce i problemi in azioni», ha messo in campo tanti progetti. Accanto ai tradizionali pacchi viveri, ecco i nuovi servizi nati dalle domande dei nuovi poveri: dal progetto «Goccia di speranza», fondo sociale di rotazione per aiutare chi si trova in improvvisa difficoltà economica (cassaintegrati, pensionati, famiglie monoreddito), a «Mangrovia», un servizio di ascolto via mail all’indirizzo qui@mangroviainascolto.net lanciato nel marzo scorso per svelare la vulnerabilità con la fraternità, grazie anche alle segnalazioni dei gruppi Soglia (maestre, medici, diaconi, volontari); dalla «Casa di Nonno Mario» inaugurata nell’ottobre 2012 al diciottesimo piano di corso Mortara 42 e aperta ai papà separati per trascorrere un po’ di tempo coi propri figli alla «Sosta… con gli amici di Gabriele», il centro diurno per senza fissa dimora gestito con l’aiuto di Sermig, Atc e Comune di Torino, inaugurato il 21 febbraio nella centralissima via Giolitti (30 persone al giorno, perlopiù italiani, quasi tutti uomini). Senza dimenticare i «Voucher di lavoro accessorio» a favore di disoccupati, cassaintegrati, famiglie in difficoltà per svolgere attività di assistenza, pulizia, piccoli lavori di ufficio e i progetti di «Accompagnamento per chiudere la partita Iva» rivolti a professionisti, artigiani e imprenditori.

L’ultimo progetto Caritas è Sis.te.r, una «casa sorella» (dall’inglese syster) per chi è sfrattato. Nato dalla collaborazione tra istituzioni, fondazioni, volontariato, enti religiosi e no profit, offre ospitalità temporanea a chi ha perso la casa ed è in attesa di un alloggio sociale. «Si tratta di una sistemazione temporanea per alcuni mesi: cinque per il momento gli alloggi messi a disposizione da privati e parrocchie (alcuni arredati grazie al contributo del progetto, altri consegnati già attrezzati) e di un servizio di accompagnamento sociale». Una casa temporanea, per trovare la forza di ricominciare. Insieme. 

Cristina MAURO 



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