Poveri, malati. E Lui

Continua ad essere un esempio a cui guardare, san Camillo de Lellis, il fondatore dell’Ordine dei ministri degli infermi. Ieri come oggi, quanto mai attuale in una società come la nostra in cui sembrano sgretolarsi i valori dell’altruismo e della solidarietà e l’ambito sanitario risente della difficile congiuntura economica.

E proprio nel tessuto contemporaneo, intriso di edonismo e di falsi ideali, vale riflettere sul messaggio e sull’opera del «gigante della carità», una figura che ha ancora tanto da insegnare.

L’occasione è fornita dalle celebrazioni del quarto centenario della morte, organizzate da gennaio 2013 a luglio 2014 in tutta Italia e nel resto del mondo e ospitate a Torino dal 16 marzo prossimo con un fitto calendario di iniziative. «E’ un appuntamento importante per soffermarsi sul grande dono che san Camillo ci ha lasciato», commenta padre Antonio Menegon, della Comunità di accoglienza Madian dei religiosi camilliani di Torino, «ovvero il carisma e la dedizione con cui prestava servizio verso i poveri e gli ammalati. Ricordarlo aiuta a meditare sul nostro ministero, sul lavoro quotidiano. Per seguire sempre, come suoi figli, gli insegnamenti che ci ha trasmesso. Occorre pensare ai malati poveri, e non ai poveri malati. Come camilliani ci adoperiamo per curare e assistere gli infermi indigenti, sovente dimenticati dalle istituzioni».

La Comunità Madian, nata nel 1980 per accogliere i senzatetto anziani e bisognosi, si è adattata negli anni alle nuove emergenze, tra cui immigrati, famiglie in difficoltà, minori abbandonati. In questi ultimi anni la struttura, in cui prestano servizio tre religiosi e una quarantina di volontari, si sta occupando per lo più di malati immigrati. «Attualmente», spiega padre Menegon, «ne ospitiamo una cinquantina, mandati dalle istituzioni locali e soprattutto dagli ospedali». Sono persone che soffrono di gravi patologie, portatori di handicap fisici o psichici, pazienti in attesa di trapianto o in fase di recupero post-traumatico. «Offriamo loro vitto, alloggio, cure mediche e quant’altro possa servire, inoltre fungiamo da riferimento per molti stranieri di passaggio a cui distribuiamo farmaci e alimenti». La Comunità Madian, che nel 2011 ha ottenuto il premio «Torinese dell’anno» indetto dalla Camera di commercio, «desidera essere un piccolo segno di condivisione e speranza».

Stare accanto ai malati poveri e abbandonati, dunque, perché la sofferenza possa essere vissuta con dignità e rispetto, con condivisione. Questa, in fondo, l’eredità lasciata da san Camillo. Figlio di un capitano di ventura, Camillo nacque a Bucchianico, in provincia di Chieti, nel 1550. Da giovane seguì le orme del padre, dedicandosi all’arte militare e nel tempo libero al gioco d’azzardo, ma ad un certo punto incominciò a sentirsi vuoto e perso in una vita senza senso. Ad aprirgli gli occhi fu un frate cappuccino di San Giovanni Rotondo. La luce della grazia trasformò la sua vita. Per curare una gamba affetta da una piaga dovette infatti recarsi all’ospedale di San Giacomo a Roma, dove era già stato da soldato. Con occhi e animo diversi rispetto ad allora, si accorse dei patimenti dei malati, lasciati nella sporcizia, malnutriti, maltrattati da mercenari impreparati e privi di umanità. Colpito dalla carenza di cure e di assistenza, Camillo divenne infermiere, garantendo innanzitutto l’igiene all’ambiente e alle persone. Per la sua diligenza fu nominato Maestro di casa, ovvero responsabile del personale e dei servizi dell’ospedale. Ma i bisogni degli infermi erano troppi per potervi far fronte da solo, così chiese aiuto ad un gruppo di amici e li coinvolse nel suo progetto: dedicarsi totalmente al servizio dei malati per solo amor di Dio e con l’affetto che solamente una madre può avere per l’unico suo figlio.

Da qui prese vita nel 1582 la Compagnia dei servi degli infermi, che quattro anni dopo papa Sisto V riconobbe come congregazione accogliendo anche la richiesta di portare sulla veste la croce rossa. La trascuratezza in cui versavano i malati non era però soltanto materiale, ma anche spirituale. Camillo trovò come suo seguace qualche sacerdote e si fece prete lui stesso, per poter fondare un ordine di chierici. A via a via, la Compagnia si allargò. Camillo e i suoi presero servizio all’Ospedale Santo Spirito, ma si misero anche a rintracciare malati e poveri nelle borgate e nei tuguri. Quando nel 1590 a Roma scoppiò la carestia, i Servi degli infermi si prodigarono a tal punto per offrire soccorso che papa Gregorio XIV elevò la congregazione a Ordine dei ministri degli infermi.

Nel frattempo, negli ospedali romani era stata introdotta una riforma sanitaria. Quindi da varie parti d’Italia giunse la richiesta di inserire questi religiosi nei propri ospedali. In una ventina d’anni i Ministri degli infermi presero servizio nelle principali città, da Napoli a Milano, da Genova a Palermo. Ma non solo. Camillo mandava i suoi compagni a prestare cure sui campi di battaglia e ad assistere gli appestati ovunque scoppiasse un’epidemia. Visse per quarant’anni in ospedale e lì fece scuola, addestrando centinaia di giovani al servizio della carità, con l’esempio e gli insegnamenti contenuti nelle sue «Regole per servire con ogni perfezione gli infermi», un codice di assistenza sanitaria che venne applicato in vari ospedali d’Italia. Si spense a Roma il 14 luglio 1614 e nel 1746 papa Benedetto XIV lo proclamò santo indicandolo come l’iniziatore di «una nuova scuola di carità».

La spiritualità di san Camillo si racchiude nella parola «misericordia». Fatto oggetto della misericordia di Dio, quest’uomo se ne fece strumento per gli altri. Come la misericordia di Dio si rivela maggiormente con i più deboli, i peccatori, così l’azione di Camillo si rivolse ai più bisognosi e ai più sofferenti. «Misericordia, carità e amore sono i cardini della sua dottrina», sottolinea padre Menegon, «ed essi presuppongono la giustizia».

Oggi i camilliani sono presenti in Europa, Africa, Asia, America, Australia. A breve apriranno piccoli ambulatori locali in Indonesia. «Come Ordine intendiamo portare avanti e incrementare il nostro impegno nelle missioni già avviate», dice padre Menegon. Per dare migliore assistenza necessitano strutture piccole e carismatiche, possibilmente gratuite, che garantiscano la centralità della persona. Più una struttura, infatti, diventa importante e più si comporta con la logica dell’azienda, e l’attenzione rischia di rivolgersi più ai bilanci che ai malati». Prosegue: «C’è una differenza tra sussidiarità e supplenza; la Chiesa deve essere supplente allo Stato e non sussidiaria».

E proprio dalle persone più deboli, arriva un prezioso insegnamento di vita: saper accogliere la fragilità che c’è in ciascuno di noi. Cogliere la provvisorietà e il limite. Vedere quindi nell’immagine sofferente la presenza di Dio. «Bisogna ridimensionare», continua padre Menegon, «quegli elementi vani, come la bellezza e il successo, che abbiamo fatto diventare degli assoluti, e che assoluti non sono. Non c’è nessun super-uomo, siamo tutti creature che rispondono a quell’essere superiore che è Dio».

Sarah Tavella

 



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