Ratzinger, un'identità in cammino

Benedetto XVI con Giorgio NapolitanoDegli ultimi giorni del pontificato di papa Benedetto XVI la televisione ha rimandato molte immagini. Particolarmente suggestive sono state quelle dell’ultimo incontro, il 23 febbraio, fra papa Ratzinger e il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. Scena che ha commosso, perché vi si è visto il congedo fra due anziani, l’uno al termine del proprio servizio nella Chiesa, l’altro all’approssimarsi del fine mandato.

Tuttavia, oltre l’emozione, quelle immagini potevano anche essere lette nella loro forte valenza simbolica, se si tiene conto della storia delle due personalità in questione. Benedetto XVI è stato uno dei teologi di punta del Concilio Vaticano II, vescovo e, prima di diventare Papa, prefetto della Congregazione della fede. In altri termini una carriera interpretata da molti con le chiavi dell’innovazione in giovinezza, e dell’arcigna custodia dell’ortodossia della fede nell’ultima parte.

Il presidente Napolitano è stato uno dei protagonisti della vita politica italiana durante gli anni della Guerra fredda. Elogiò nel 1956, con tutto il partito cui apparteneva, l’intervento sovietico in Ungheria come repressione delle spinte controrivoluzionarie. Negli anni successivi, però, la sua posizione evolse più in direzione del riformismo che della rivoluzione. Fu leader, infatti, della corrente «migliorista». Il presidente Napolitano e papa Benedetto XVI possono essere assunti come figure emblematiche degli ultimi cinquant’anni del XX secolo e il loro incontro, al termine delle carriere di entrambi, come il gesto con cui definitivamente si conclude il Novecento e come l’incontrarsi di due storie che in quegli anni furono sovente in tensione dialettica. Muovendo da queste considerazioni e per fare il punto sulle sfide che aspettano la Chiesa nei prossimi anni abbiamo intervistato don Renzo Savarino, professore emerito di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica di Torino.

Don Savarino, sia di papa Benedetto XVI sia del presidente della Repubblica Napolitano si sono date molte interpretazioni. Sono ancora adeguate le vecchie categorie per leggere la realtà?

Aggiungerei che quelle categorie furono categorie politiche e oggi, all’interno del mondo politico, rivelano tutta la loro fragilità e incapacità di leggere il reale come si presenta. Sono state successivamente trasbordate all’interno del mondo cattolico, e qui hanno provocato incomprensioni ancora maggiori. Non hanno favorito la capacità di confrontarsi, e questo è in modo paradigmatico espresso dalla figura di Ratzinger. Prima di dire «uomo di punta» o «tradizionalista», occorre richiamare il suo profilo umano e intellettuale, l’ampiezza e la profondità della sua cultura, la vastità del suo insegnamento teologico. E poi la qualità umana della persona e l’attenzione costante che egli aveva, anche quando era solo professore, per l’aspetto pastorale.

In che senso Benedetto XVI eccede queste categorie?

Perché le istanze positive che vi sono nell’una e nell’altra parte sono state da lui vissute in modo sintetico. In altri termini: si è detto che Ratzinger ha fatto un percorso, da innovatore a conservatore “retrogrado”. Questa fu una semplificazione mediatica, accolta anche in ampie zone del mondo cattolico. Ma se andiamo ad esaminare la sua posizione originaria nel Concilio ci rendiamo conto che non era innovatore quanto alla sostanza della dottrina. Lo era rispetto a formulazioni diventate arcaiche e insufficienti. Lo era nel senso che intendeva integrare punti che erano stati dimenticati. Questo, in fondo, fu la grande aspirazione del Concilio. Ratzinger fu rappresentativo dell’ala che fu definita «progressista», ma il suo non era un progressismo eversivo. Era un progressismo che ricuperava valori della grande tradizione bimillenaria cattolica, anteriori allo schema post-tridentino, e al tempo stesso intendeva ripensarli e ripresentarli al mondo moderno.

Anche il presidente Napolitano eccede le classiche categorie. Si possono dire delle differenze con il percorso di Benedetto XVI?

Napolitano è partito dall’approvazione dell’invasione dell’Ungheria ed è giunto a riconoscere che l’ideale comunista era alto, ma che nella pratica si è rovesciato nel suo contrario. Qui si tratta veramente di un percorso. In Ratzinger, a mio avviso, si tratta di variazione e approfondimento, non di percorso. Il nucleo centrale del suo pensiero è stato, anche quando era presentato come progressista, la concentrazione sull’identità cattolica e sull’essenziale della fede. Un’identità non ossificata, ma umana e dinamica. Questo filo percorre tutto il suo insegnamento. Le degenerazioni ideologiche del post-Concilio hanno accentuato questa preoccupazione, l’hanno resa palese, ma c’era già prima. Non credo, però, si possa trascurare un altro aspetto. Il giudizio sul suo pontificato uno storico non può darlo, perché è ancora cronaca. Può però segnalare un grande aspetto del suo insegnamento, cioè la sua fermezza congiunta con la bontà.

Ratzinger e Napolitano sono due storie emblematiche dell’ultima parte del '900. Da un lato abbiamo avuto il crollo delle ideologie, dall’altro oggi si insiste a parlare di tradimento del Concilio, con valutazioni diverse e opposte fra loro. Sembra comunque che quella stagione sia conclusa. Il '900 ha lasciato dietro di sé solo macerie?

Ogni secolo lascia dietro di sé macerie, questo va premesso. Ci sono macerie e macerie, e il crollo del Muro di Berlino è emblematico. Ma è caduto il Vaticano II o sono cadute le letture ideologiche e riduttive del Concilio? Questo è il punto da mettere a fuoco. E su questo punto Ratzinger ha sempre insistito. Il Concilio è una cosa e le interpretazioni che se ne dettero su molti aspetti sono un’altra. Il suo discorso alla curia romana del 2005, dove ripropone la chiave interpretativa della riforma nella continuità, in alternativa all’interpretazione della discontinuità, è la chiusura di tutto un itinerario che Ratzinger ha fatto, ed è la proposta di un programma di riacquisizione dell’autentico messaggio conciliare. Ci possiamo porre però una domanda inquietante: è stato seguito in questo programma, o non è un profeta inascoltato?

Però i profeti inascoltati oggi diventano grandi progressisti dopodomani. Comunque, pare che sia così, vero.  Oggi da una parte c’è una reazione, quasi una nostalgia dei bei tempi andati preconciliari, dall’altra un’innovazione che vuole il già Vaticano III. Questo è significativo soprattutto perché i cardinali che parteciperanno al Conclave hanno celebrato il Vaticano II nell’aula conciliare.

Sì, erano vivi, ma ne erano fuori. Non l’hanno vissuto in prima persona. Però il Vaticano II rimane. Il Concilio è una ricchezza offerta alla Chiesa, e va messa in atto come ispirazione. Ci sono varie interpretazioni dell’applicazione del Concilio, ma il testo è un riferimento più normativo.

Tuttavia dal Conclave uscirà per la prima volta un uomo che è ermeneuta del Concilio, non un protagonista. Questo potrebbe comportare delle conseguenze sul profilo del nuovo Papa?

Il profilo del nuovo Papa? Il primo profilo è quello personale. Noi però non sappiamo chi sarà e dunque non possiamo entrare in merito. Possiamo dire che presumibilmente il nuovo Papa apparterrà a quella generazione che non è entrata nell’aula conciliare, l’ha seguito da fuori e si è formata sui testi conciliari. Con le interpretazioni correnti nelle varie scuole. E questo bisogna anche notarlo.

E questo potrebbe cambiare il profilo del Papa?

Cambiare non direi. Influire sì, senz’altro. Ma la parte maggiore la faranno l’intelligenza, il cuore e la fede della persona. Perché il Concilio è un patrimonio molto ricco della Chiesa. Se noi lo leggiamo al di fuori delle precomprensioni ideologiche, sia di un estremismo sia dell’altro, è una ricchezza offerta alla Chiesa. Ma non è tutta la Chiesa. Non è tutto il messaggio. Il messaggio della Chiesa trascende le nostre affermazioni umane. C’è qualcosa che è più grande del testo del Concilio: il Vangelo, il Nuovo Testamento, che è normativo del Concilio. Il Concilio è norma normata.

Il futuro Papa, il cui ministero sarà esercitato con questa influenza maggiore che sono l’intelligenza, la fede e il cuore, dovrà agire in quella i complessità di cui ha parlato Ratzinger nel suo discorso al Concistoro l’11 febbraio: il «mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede» A suo parere è possibile delineare questo panorama? Tutti puntano sulle difficoltà della Chiesa. Ci sono delle risorse su cui il Papa può giocare?

Sono le risorse del cristianesimo. Sui problemi non è il caso di insistere perché ne parlano già tutti. In primo luogo vorrei ricordare che vi sono posizioni diverse rispetto al cristianesimo. Noi viviamo in un’Europa che è stanca del cristianesimo, quasi si vergogna, nella cultura ufficiale, nel sentire comune, di essere cristiana. Salvo lodevoli eccezioni, naturalmente. Abbiamo un Terzo mondo che in modo vario ha invece un rapporto diverso con il cristianesimo. Le cristianità di Africa con i loro giovanili entusiasmi sono una risorsa. La minoranza cristiana in Asia, minoranza che in certi posti paga di persona: è un problema, ma è anche una risorsa. Il cristianesimo latino americano che oscilla tra l’eredità coloniale e la proiezione verso un nuovo cristianesimo: anche questa è una risorsa. In conclusione: il nuovo Papa risiederà in Vaticano, ma l’orizzonte sarà mondiale. Le considerazioni sui continenti probabilmente saranno tenute presenti nel Conclave, e non potranno essere dimenticate successivamente nel governo generale della chiesa. Vi sono problemi, è vero. Che però, come già accadde nelle svolte decisive della Chiesa, possono essere trasformati in sorprendenti risorse.

Marco FRACON



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