Un alito di speranza per il Sud

«La cultura incide nella lotta contro la ’ndrangheta. E’ in grado di accelerare la nascita di una mentalità nuova, di forgiare pensieri di civiltà e di condanna, di creare animi diversi, di sgombrare una mentalità impregnata di criminalità che è l’humus dentro cui la malapianta affonda radici salde e conserva il residuo di consenso che l’aiuta a sopravvivere.

I primi risultati incominciano a intravedersi, perché alla spinta della cultura si sono associate le azioni finalmente fattive dello Stato. E la popolazione se ne è accorta, non a caso sono comparse denunce impensabili fino a qualche anno fa».

A parlare è Mimmo Gangemi, l’autore de «Il patto del giudice» (Garzanti, pp. 265, € 17,60), che abbiamo recensito su «il nostro tempo» del 17 febbraio scorso. Un libro da cui si esce ammaliati dal vigore narrativo, che si fa incalzante e luminoso specie quando la realtà da dipanare diviene più aggrovigliata e la mano dello scrittore appare più sicura guidando e impastando con maestria la vita dei suoi personaggi. A dare l’impulso narrativo al nuovo “giallo” di Gangemi è la rivolta dei neri a Rosarno e il collaudato traffico di droga nel porto di Gioia Tauro. E nella figura di Alberto Lenzi, giudice e donnaiolo, con «il pensiero alla paura con cui doveva imparare a convivere», scorgiamo l’autore stesso, ciò che lui, forse, avrebbe voluto essere.

Si sente saggista nel racconto e narratore nel saggio come Sciascia?

Se proprio mi tocca scegliere, preferisco saggista nel racconto. Mi reputo un narratore che s’è forgiato ai racconti dei vecchi nelle sere d’inverno attorno alla ruota del braciere. Tante storie sono custodite nel mio animo e spingono per uscire. Poi, magari capita che, all’interno di una di queste storie, sia essa di pura fantasia o di una fantasia agganciata alla cronaca come nel caso de «Il patto del giudice», emergano spunti inconsapevoli, che esulano dal racconto e indicano un percorso. Credo tuttavia che questo tipo di distinguo, sottile, venga più facile farlo al lettore che all’autore.

Come Sciascia, al quale la lega il gusto per il “giallo”, anche lei prova una sorta di nostalgia per i vecchi capobastone come Don Mico de «Il giudice meschino»? Il suo secondo anello della trilogia, di prossima pubblicazione, parte da qui, dall'ultima scena di Don Mico che ritorna a casa e gusta i suoi limoni…

Fino a qualche anno addietro, quando ancora lo Stato latitava e di fatto l’Aspromonte era zona franca di esclusiva pertinenza della malavita, coglievo intorno a me, in tanta gente “normale”, rimpianto per il passato, assieme all’idea che sarebbe stato preferibile scalare a ritroso il tempo e tornare ai vecchi capobastone, sbrigativi e violenti, ma che almeno si erano dati regole da non oltrepassare. Erano l’anti-Stato a cui rivolgersi per dipanare una lite suscettibile di sangue o di carta bollata, per aggiustare un matrimonio, per far quagliare un affare, in assenza appunto dello Stato. La barbarie subìta in seguito, per molti anni, in effetti può aver indotto molti a pensare che allora la vita scorresse meglio, che l’aria fosse più respirabile, che esistessero valori condivisi, che l’onorata società fosse un soccorso a un costo sopportabile. Meno male che lo Stato s’è risvegliato e s’è fatto sentire, cancellando quei pensieri malsani coniati dallo sconforto.

E Don Mico?

Il mio don Mico Rota è stato sì un vecchio capobastone, ma, come tanti di quella generazione, ha scelto di non rimanere ancorato all’antico che non portava grandi ricchezze e di riciclarsi e adeguarsi a ciò che l’onorata società rigettava, seppure a parole egli continui a spacciare d’essere rimasto l’uomo d’onore di una volta. Don Mico compare anche ne «Il patto del giudice», da dove lo abbiamo lasciato, prigioniero agli arresti domiciliari. Di nuovo le sue parabole a squarciare pezzi di verità, a indicare vie devianti. Rapporti diversi con Lenzi, stavolta.

Non le sembra che la spettacolarizzazione della lotta alla mafia finisca per svuotare di valore e serietà l'azione intrapresa? Non sarebbe meglio che i giudici scrivessero più sentenze e meno libri?

Più che la spettacolarizzazione in sé rigetto le operazioni di giustizia strombazzate come grandi successi investigativi senza che lo siano. Rigetto le bufale, insomma. E ce ne sono state, anche negli ultimi tempi. Bufale che hanno strappato applausi all’Italia ignara della verità, ma che qui, dove tutto è noto, dove l’Aspromonte sussurra la verità dentro le folate del levante, ottengono il solo risultato di far perdere altra fiducia nelle istituzioni. E pensare che la legge non avrebbe più bisogno di inventarsi grandi risultati, dato che da un po’ di anni li ottiene davvero. C’è chi ha troppa fretta di progredire. C’è che se di ’ndrangheta si muore, di anti-‘ndrangheta talvolta si campa. E si fa carriera.

Quali sono stati gli scrittori importanti per la sua formazione?

Più che altro è stata la vita, con le esperienze che mi ha parato davanti, a forgiarmi quella sensibilità da cui è poi scaturita la fantasia e la scrittura. Se proprio debbo pensare a degli scrittori, mi vengono in mente Gabriel Garcia Marquez, e il suo «Cent’anni di solitudine», e Giovanni Verga.

Anche lei parte dall'oralità, sangue della narrazione omerica?

Decisamente sì. E lego all’oralità il fatto che io mi senta narratore più che scrittore, un distinguo che sento dentro, sebbene non sappia definire con le parole la sottile differenza.

Non ci vorrebbe la forza di una nuova utopia per cambiare questa terra e il dolente contesto italiano?

Più che della forza dell’utopia, per sanare dalle sue malattie questa nostra terra c’è bisogno di concretezza, di guardare in faccia la realtà che la circonda, osservare il degrado a cui è arrivata, la sua assuefazione, nemmeno dolorosa ormai, a brutture, nefandezze, violenza, discriminazione. Prenderne coscienza è il primo passo da cui ripartire per ricostruirsi. Sono processi lenti, occorre crescere le nuove generazioni con idee di civiltà, cominciare noi a mostrare la via, con esempi di giornaliera e ordinaria legalità

Lei non accetta le verità prefabbricate o rivelate in giochi al massacro che spesso coinvolgono non solo la politica ma anche la magistratura: l'aggressività verbale tanto dilagante non è figlia della stupidità?

Assistiamo a spettacoli non edificanti, di questi tempi. I valori morali sono da “saldi di fine stagione”, il decoro s’è perso, la politica si è immiserita e troppo spesso offre indecenza, la stessa magistratura troppo si lorda di terra. Tutti elementi che inchiodano una società decadente, violenta, debole culturalmente, di cui prendere atto.

A differenza di tanti nostri scrittori del passato, nei suoi romanzi, come in quello che le ha fatto vincere il «Troppa», c'è un forte alito di speranza, di fiducia nel futuro. Questa nostra terra saprà uscire dal pantano?

Quando si tocca il fondo, e noi lo abbiamo toccato, le alternative sono o affogare perduti per sempre, o trovare le spinte necessarie per risalire in superficie. Io sono convinto, e mi auguro non sia solo una convinzione partorita dalla speranza possa essere così, che stiamo spingendo per riguadagnare l’aria, vedo un chiarore oltre le tenebre, vedo le prime avvisaglie di un’inversione di tendenza, di una resurrezione.

Si considera un provocatore o un pensatore stimolante?

Sono un istintivo. Anche quando scrivo lascio libero l’istinto di guidarmi i pensieri e la penna, spesso senza sapere dove planerò finché non ci arrivo. E l’istintivo, certo, è provocatore.

La vita si vive o si scrive, per dirla con Pirandello?

La vita reale si deve vivere, al meglio. Lo scrittore ha la fortuna di riuscire a viverne tante, di vite, tutte assieme: è vita anche quella che nasce dalla fantasia, quella che si costruisce per i personaggi, sia che siano presi in prestito dalla realtà sia che siano frutto della creatività dell’immaginazione.

Gianni Carteri

 



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