Anziana maestra scrittrice di successo

Ha cominciato a settant’anni, dopo essere andata in pensione come maestra elementare. L’ha fatto prendendo carta e penna, riempiendo taccuini e quaderni dei suoi ricordi. Un po’ per reazione istintiva a quell’ambiente torinese, elegante e convenzionale, raccontato da Susanna Agnelli in «Vestivamo alla marinara».

Ma soprattutto per rivendicare il diritto alla memoria del mondo contadino della sua giovinezza, abitato da giovani e vecchi curvi a lavorare una terra magra, tra rocce e calanchi, e da maestre rigorose, impegnate a fare lezione in aule scolastiche riscaldate con la legna che gli scolari si portavano da casa.

Da quegli anni, da quei primi racconti, Maria Tarditi non ha più smesso di scrivere. Ha portato in giro i suoi volumi alle fiere e alle sagre di paese, li ha collocati tra le bancarelle, ne ha venduti tanti, tantissimi. Quasi 60 mila copie tra tutti i 14 libri pubblicati da editori locali (Primalpe ed Araba Fenice), a partire dall’esordio nel 2001 con «Pecore matte», in cui rievocava gli anni della sua infanzia, in alta Valle Tanaro. Fino a quando «La venturina» (pp. 352, euro € 14,90) è stata “scoperta” e rilanciata dall’editore Baldini&Castoldi. Maria Tarditi è diventata un vero “caso” letterario. E la sua scrittura, formata sui grandi autori russi, su Pavese e Fenoglio, mostrando un linguaggio impastato di umori dialettali e di terra, conferma la potenza della narrativa di tradizione orale.

«Le venturine erano figlie di N.N», ricorda, lei che, nata a Monesiglio, in provincia di Cuneo nel 1928, a undici anni lavorava già in filanda tra miasmi e vapori, ulcerandosi le dita nelle bacinelle di acqua bollente e sognando di diventare maestra. «Di venturine ce n’erano molte, io stessa credevo di esserne una, perché ero ribelle, testarda e ogni tanto mia mamma me le dava di santa ragione».

A chi e da quale luogo, dunque, parla Gemma, la ragazza protagonista de «La Venturina», quando, in apertura di libro, inizia a narrare la sua vicenda di trovatella maltrattata dalla famiglia di adozione, poi di adolescente studiosa e infine di disperata suicida? Lo sapremo solo alla fine, dopo che lei, in prima persona, ci avrà spiegato i suoi dieci anni di una vita che avrebbe voluto normale, senza che l’autrice intervenga anche una sola volta, in un commento o in un inciso, quasi che il personaggio di Gemma le fosse, per così dire, sfuggito di mano, travolta da una logica impietosa che la farà sentire colpevole anche di esistere.

Con quella domanda in mente, scorriamo le pagine di un romanzo denso e teso, fino al capitolo finale dove il dramma della ragazza sola di fronte al mondo e a Dio trova vertici espressivi inusuali. La vicenda si svolge nelle Langhe, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, tra lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la Liberazione. Gemma racconta dell’agiato possidente Pietrino che la raccoglie in lacrime sugli scalini di un pilone, la porta in casa, la adotta per la seconda volta e cambia la sua vita difficile nella storia di una venturina fortunata. Istruita dalla nonna adottiva che la incanta con le storie del mondo contadino e legge per lei la storia in corso, anno dopo anno si integra nella nuova famiglia, nella scuola e nel paese, affina carattere e intelligenza fino ad essere la prima della classe nelle elementari, nelle medie e nelle magistrali.

E’ la nonna a spiegarle che, se anche la mamma avesse voluto abbandonarla, deve pregare per lei perché «è difficile essere buoni nella miseria» e perché, se anche fosse morta, la morte non sempre è il peggior male, ma a volte una liberazione. Nelle sere d’inverno Gemma ascolta storie misteriose di “masche”, di streghe contadine. Pur tra presenze inquietanti, un Dio sfuggente e un destino che tutti chiamano a spiegare l’incomprensibile, Gemma si sente al sicuro e confessa la sua felicità nel calore di quella famiglia dove anche le notizie sulla guerra sono attutite dalla normalità quotidiana.

Ma la nonna si ammala e muore e Gemma si scopre improvvisamente debole, priva di una lettura e di una interpretazione del mondo, in balia di tanti misteri evidenti anche nel suo corpo che cambia, nel cuore che osa la promessa di farsi suora e poi vi rinuncia, nella mente appassionata allo studio in cui trova riuscita e conforto, nell’amicizia con il fratellastro Nino che le porta i primi turbamenti d’amore. Altri anni di una guerra che doveva essere breve e poi muore anche Pietrino, ucciso da una banda di balordi. Cade il fascismo, Badoglio annuncia l’armistizio, dalla Russia tornano in pochi, le vendette si sprecano.

Gemma per il quarto anno delle magistrali è a Pegli, dagli zii dove studia sperando che la matrigna la ritenga degna di suo figlio Nino. Ma sono anche gli ultimi sogni: «Con Nino ci ritroveremo… ci sposeremo… capiranno tutti.. voglio essere felice». Per ringraziarne il Signore, ogni mattina all’alba, va a messa. Un giorno, di ritorno da scuola, un parente le annuncia che Nino si è ucciso con un colpo di pistola alla testa, dopo aver svelato alla madre il suo amore inverosimile e socialmente indecoroso per la sorellastra. Gemma, diciassette anni non ancora compiuti, deve ammettere la sua impossibilità a superare da sola la prova più grande. Con lucidità spietata vede se stessa come «un’anima persa», senza via d’uscita: l’illusione di raggiunta normalità sociale che la famiglia adottiva le aveva dato è scomparsa con la morte di Nino e le dicerie che già circolano in paese. Il diploma di maestra non basterà a cancellare da lei il marchio d’infamia di essere una “venturina” ingrata, vipera cresciuta in seno ad una famiglia perbene. E la colpa del suicidio di Nino è sua perché quando ha capito che la loro amicizia si mutava in amore, non lo ha dissuaso né sostenuto. Essere “ nata male”, fuori da un matrimonio benedetto da Dio, non la scusa. Anche lei partecipa della colpa: al catechismo glielo hanno insegnato e la sua difficoltà a crederlo dimostra che è superba ed arrogante verso il Padre Eterno.

Ora, nella notte nerissima che si addensa, sembra che il mare la chiami e il tarlo del suicidio rode le ultime resistenze. Con l’intransigenza della giovinezza, Gemma non si lascia vie di fuga: adesso è certa che Nino non si è suicidato per lei quanto per la vergogna di questo amore irregolare. Lei non è cattiva, ma vile, se, come fanno tutti, incolpa il destino avverso perché non ha il coraggio di accusare Dio. Come ha fatto Nino, anche lei si castigherà per non avere rispettato le regole dell’ambiente conformista in cui è cresciuta, sparirà nel mare così che non la trovino e pensino alla fuga di una disgraziata. Quando sul molo arriva una ondata gigantesca che l’avvolge e la trascina via, Gemma sente una voce che la chiama, poi una mano di madre, calda e forte, che la stringe: ora non è e non muore più sola, ha trovato il suo posto, accanto a chi, ne ha la improvvisa certezza, l’ha preceduta sulla stessa via.

Allora è da qui, da questo “oltre” i luoghi e i tempi umani, che Gemma parla a una madre ritrovata, e a noi che l’ascoltiamo partecipi, leggendo un romanzo di formazione nel quale le esperienze, prime tra tutte l’amore materno e l’amore sentimentale di un uomo e di una comunità, invece di consolidarsi, vengono a mancare. Maria Tarditi le presta il suo stile diretto e lineare, costruito su periodi brevi e dialoghi intensi, e il suo ritrarsi appare infine come il rispetto dovuto alle confessioni più sofferte, in una prova d’autore affrontata con lo slancio e la perizia di una scrittrice di rango.

Fiorenzo Fontana

 



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