Musei diocesani: tesori da scoprire

Li hanno definiti «invisibili», «ignorati», «cancellati». Sono gli oltre mille musei ecclesiastici, cioè diocesani, di cattedrali, di chiese, di confraternite, disseminati in tutta la Penisola. Con splendide opere d’arte sacra e raccolte archeologiche, missionarie, etnografiche. Spesso ospitati in palazzi tra i più belli d’Italia.

Eppure poco conosciuti, scarsamente segnalati dalle guide turistiche e talora “snobbati” da un certo tipo di cultura che attribuisce loro un’immagine di polverosa clericalità: quasi che un dipinto o un pezzo di oreficeria siano belli soltanto quando esposti in un museo civico o statale. Ebbene, queste cenerentole del sistema museale italiano hanno deciso di uscire allo scoperto. Il 2 e il 3 marzo, su iniziativa della Amei-Associazione musei ecclesiastici italiani, si svolgerà una “porte aperte” gratuita delle oltre 200 istituzioni già aderenti (a loro si uniranno altri musei non ancora iscritti): una due giorni densa di visite guidate, incontri, musica.

Per il ministero della Pubblica istruzione, «i musei ecclesiastici, ed in particolar modo quelli diocesani, rappresentano una recente e particolare categoria museale diffusa soprattutto in Italia. Nati nel XX secolo (il primo fu quello di Bressanone, aperto nel 1901), si sono capillarmente diffusi su tutto il territorio nazionale in brevissimo tempo». Nella recente legislazione italiana riguardante il patrimonio culturale, non c’è una loro definizione normativa. Di conseguenza, una prima, sommaria classificazione può identificare tre tipi di musei: quelli religiosi in genere (pubblici o privati, con opere e testimonianze su qualsiasi religione), quelli ecclesiastici (di proprietà di parrocchie, diocesi, ordini o congregazioni) e quelli diocesani, con opere di proprietà ecclesiastica provenienti dalla diocesi e quindi, gestiti dal vescovo attraverso i suoi tecnici.

A sua volta, la Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa, alla quale fa riferimento l’Ufficio nazionale per i Beni ecclesiastici della Conferenza episcopale italiana, definisce «il museo diocesano come il luogo che documenta l’evolversi della vita culturale e religiosa, oltreché il genio dell’uomo, al fine di garantire il presente». Di conseguenza, è «radicato sul territorio. È il naturale deposito per i beni mobili di proprietà ecclesiale che siano stati rimossi dalla loro collocazione originaria». Non solo: «Rappresenta un centro di coordinamento delle attività conservative, della formazione umana e dell’evangelizzazione cristiana in un determinato territorio. La sua attività di tutela e valorizzazione si riflette sul territorio a cui afferisce, concorrendo ad agevolare la scoperta di testimonianze culturali spesso misconosciute, ma anche a preservare beni di grande valore i quali, poiché esposti alla devozione, presentano delicati aspetti di salvaguardia». La conferma è lo stupore che molte persone provano nell’ammirare alcune di quelle opere non nelle chiese o nei musei ecclesiastici dove sono conservate, ma quando prestate alle grandi mostre temporanee dedicate a un artista o a un periodo storico.

In questo contesto, l’Amei ha promosso appunto le «Giornate dei Musei ecclesiastici»: un’occasione per far emergere questi enti, tutt’altro che “minori” e sempre più aperti, attivi e protagonisti. Poi, ha promosso un primo progetto su un tema scelto a livello nazionale. Prendendo spunto dalle iniziative per i 1700 anni dell’Editto di Costantino, ha avviato un percorso condiviso, ispirato al tema costantiniano nel suo significato originario e alle sue conseguenze per la storia del Cristianesimo, sino ad oggi. Così, accanto alla grande mostra in corso sull’Editto, organizzata dal Museo diocesano di Milano (ne abbiamo parlato con un’ampia intervista sul numero del 24 febbraio), decine di musei italiani propongono iniziative sino a dicembre 2013: particolari percorsi di visita, esposizione di opere collegate al tema e prima non inserite nel percorso permanente, conferenze, seminari, laboratori, momenti musicali. Insomma, un’opportunità per scoprire opere e monumenti dei primi secoli della Chiesa, cercando di coinvolgere credenti o non credenti, cristiani e non.

Qualche esempio in Piemonte. Il Museo diocesano di Torino propone sino a fine anno la rassegna «Tracce di tolleranza. Per una lettura della cristianizzazione dello spazio urbano di Torino». Da marzo ad ottobre, a Susa (Torino), il Centro culturale diocesano - Museo diocesano organizza «La Valle di Susa tra Costantino e Carlo Magno», con conferenze, percorsi guidati e una sacra rappresentazione. Nello stesso periodo, ad Aosta, il Museo del Tesoro della Cattedrale ha in programma conferenze sulla nascita e lo sviluppo nei primi secoli del cristianesimo in Valle, con visita guidata agli scavi della cattedrale. A Tortona (Alessandria), sino al 12 maggio, la mostra «I prodromi del cristianesimo nella diocesi di Tortona», allestita in collaborazione con il Comune, documenta la comparsa del messaggio cristiano nel territorio ad opera di san Marziano, il proto vescovo martirizzato nel 120, e del vescovo Innocenzo, che fondò la comunità cristiana tortonese.

Per informazioni, rivolgersi all’Amei-Associazione Musei ecclesiastici italiani, presso Museo diocesano di Milano, corso di Porta Ticinese 95, 20123 Milano (all’associazione possono iscriversi anche privati); tel.02.89421797; sito: www.amei.biz; e-mail: info@amei.info.

Michele Gota

 



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