Al voto, con giudizio

Non c’è che dire: tutto dipenderà da quanti italiani voteranno domenica per un non candidato alle Camere, Beppe Grillo. C’è da stupirsi? No, dalla politica di questo Paese sono circa vent’anni che vengono soltanto stranezze, inganni, comicità, promesse mai mantenute, personaggi noti in altri campi, ma politici inesperti; e purtroppo in mezzo a una corruzione davvero infinita, nel senso che non finisce mai e avvolge tutti i partiti, più o meno importanti: non c’è bisogno di citare fatti, cifre, collusioni, interne o internazionali. Tutto è ampiamente noto, purtroppo anche nel resto del mondo.

Dunque, tutto dipenderà dai voti che otterrà il Movimento 5 stelle fondato e portato da Beppe Grillo a folle immense in molte città, da Nord a Sud, da piazza Castello di Torino a Palermo, all’insegna unica della rabbia verso tutta la realtà odierna, dall’euro all’Imu, dall’Europa al più piccolo paesello, fino alla classe dirigente parlamentare e governativa, che va «mandata via tutta di brutto».

Non stiamo a descrivere la tattica e la strategia di un attore certo non più giovane, da decenni dedito ai soliloqui urlati in televisione, nei teatri, sulle piazze, con ottimi successi di pubblico, meritati ma inimmaginabili fino a qualche mese fa come strumenti di polemica politica, democratica fino a un certo punto e non oltre: Grillo non ha voluto confrontarsi né con i leader degli altri partiti, né con i giornalisti in una delle tantissime conferenze stampa di queste ultime settimane, perché è nato per provocare, non per rispondere alle domande provocatrici altrui.

Ora il problema imposto da Grillo alla politica italiana va preso sul serio, perché distrugge di fatto una tradizione che dura dal 1946, cioè dall’inizio della Repubblica. Forse non potevamo aspettarci altro, dopo Tangentopoli e dopo il coincidente collasso dei vecchi partiti e il berlusconismo che non si è dimostrato in grado di sostituirli come sistema di governo, avvelenato com’é da un conflitto d’interessi che peraltro nessun oppositore ha saputo cancellare.

Domenica e lunedì si vota per il rinnovo delle Camere e in tre regioni, la Lombardia, il Lazio e il Molise, con una legge, chiamata porcellum, che con la diversa formulazione dei premi di maggioranza fra la Camera e il Senato rischia di compromettere l’esito ragionevole delle urne, cioè la formazione di una maggioranza in grado di sostenere un governo stabile, di centro-destra, di centro-sinistra, di centro “allargato” qui non importa.

I sondaggi ci hanno detto, finché sono stati resi pubblici, che il partito che otterrà più consensi sarà il Pd di Bersani, e al secondo posto dovrebbe esserci il Popolo della libertà, mentre il terzo è in ballottaggio fra il Movimento 5 stelle e la «Scelta civica» di Mario Monti, alleato con l’Udc di Casini e il Fli di Fini (il quale ultimo rappresenta ormai poco più che se stesso, e dunque…).

Ma gli ultimissimi episodi della campagna elettorale hanno detto che Grillo potrebbe addirittura rovesciare il pronostico, e ottenendo la maggioranza dei voti per il Senato in Sicilia diventare di fatto il perno dell’intero sistema parlamentare (si calcola che potrebbe ottenere alla Camera settanta deputati, il che equivarrebbe a un gruppo in grado di controllare i tempi di approvazione di leggi e decreti legge, con discorsi e ostruzionismi di vario tipo).

Dunque, per riassumere. Se tutto, o quasi, sembra dipendere da quanto otterrà dai seggi domenica e lunedì il Movimento 5 stelle, cosa dire delle altre forze in campo? E soprattutto, cosa ricavare con realismo da una campagna elettorale mai vista prima a un livello così basso di offerta di intenzioni, di programmi e di alleanze concettualmente accettabili? Questo potrebbe sembrare un giudizio antipolitico e sprezzante, che non ci appartiene, ma per capirlo va tenuto conto di un’attenuante molto importante: la situazione di crisi, uguale se non peggiore di quelle di molti altri Paesi “avanzati”, in Europa e in America, non avrebbe consentito più concretezza, più speranza, più diritto all’ascolto da parte di un elettorato che definire deluso è troppo poco (come Grillo ha capito per tempo).

Non basta. Non è più consentito a nessun gruppo politico di richiamarsi a un pensiero, un’ideologia, una filosofia della vita, l’adesione magari di origine religiosa a un principio comunitario suggerito da una condivisioni di valori. Il Novecento non ha lasciato nulla di tutto questo nella maggioranza della popolazione. Fra i vecchi partiti scomparsi da un ventennio c’è la Democrazia cristiana, che nata come idea di libertà, giustizia e bene comune a cavallo fra l’Otto e il Novecento e poi realizzatasi dopo il fascismo e la Resistenza, infine rimasta al potere per mezzo secolo, non ha resistito al crollo del sistema fondato sul welfare e garantito dalla superiorità funzionale del capitalismo sul comunismo realizzato, almeno fino al sorgere di un’altra realtà economico-sociale, quella delle Nazioni in via di sviluppo dopo l’emancipazione dal colonialismo occidentale e l’inizio travolgente della globalizzazione in competizione con l’Occidente.

Per concludere. Ha ragione la Cei quando chiede agli italiani di andare a votare e di non lasciarsi imbambolare dalle promesse eccessive, mentre tutto resta difficile da equilibrare, fra i tagli indispensabili alla spesa pubblica e alle tasse, e l’assoluta necessità di fornire capitali pubblici e privati all’innovazione e alla ricrescita; e mentre il Governatore della Banca comune europea, Draghi, dice che la ripresa è ancora lontana. Votare bene significa mostrarsi convinti che i quattordici mesi del governo dei tecnici sono serviti realmente a trattenere l’Italia sul ciglio dell’abisso greco, e che il nuovo Parlamento debba essere in grado di continuare lungo il tracciato aperto da Mario Monti, con le opportune correzioni e grazie a un’alleanza solida, senza pregiudizi né di casta né di classe. Aperta a quanti, in entrambe le Camere, ascoltino la voce del “bene comune” e trovino il giusto equilibrio sui valori della vita.

Beppe Del Colle



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