Benedetto e il "suo" Concilio

Benedetto XVI incontra il clero romano. Foto (C) SIR«Per oggi, secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare». Benedetto XVI e i sacerdoti di Roma, il suo clero, i figli amati. Li rassicura subito. Nascosto al mondo, ma non a loro. «Anche se adesso mi ritiro, nella preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto». Con loro si racconta. Così, semplicemente. Come un padre con i figli, o meglio, come un nonno con i nipoti.

Parroci, assistenti, vescovi ausiliari e monsignori, con in testa il loro arcivescovo vicario, il cardinale Agostino Vallini, sono entrati nella grande Sala Nervi, dopo aver sostato in preghiera nella Basilica di San Pietro attorno all’Altare della Confessione. Sono in preda alla commozione. Piangono e applaudono, come già era avvenuto il mercoledì precedente nell’udienza generale. Discorso, no. Solo «una piccola chiacchierata. A questo penso», dice il Papa. Parla a braccio. Ma non è «una piccola chiacchierata», tanto per stare insieme. Verte sul Concilio Vaticano II. «Come io l’ho visto», precisa Benedetto XVI. Racconto sì, ma dal significato profondo. Non generico. Non per suscitare sentimenti. Non è un favola. E’ il tema del Concilio, che ha doppiato la boa dei cinquant’anni e di cui il Papa dimissionario ha riproposto l’importanza collegandolo con l’Anno della fede e con il fermo proposito di riprenderne gli insegnamenti e soprattutto attuarlo. Perché Benedetto XVI ha ben chiaro che il Concilio ha creato divisioni, opposizioni, omissioni, rifiuti. Non aveva permeato il Corpo della Chiesa, dai pastori ai fedeli. Uno dei dolori che egli ha provato in questi sette di Pontificato, insieme alle divisioni, ai contrasti, ai “peccati” e alle “sporcizie”, all’arrivismo, al carrierismo che si annidano nella Chiesa.

Ecco dunque come un suo ulteriore testamento spirituale la lunga, profonda riflessione ad alta voce, l’invito esplicito fin dall’esordio: «Riviviamo il Concilio Vaticano II-Ricordi e speranze di un testimone». Comincia «con un aneddoto», in parte noto ai biografi e ai cronisti, per arrivare alla sostanza. «Io ero il più giovane dei professori dell’Università di Bonn, quando il cardinale Frings mi invitò a scrivergli un “progetto” per una conferenza da tenere in un convegno indetto a Genova dal cardinale Siri». Il progetto piacque e venne proposto nel testo «come io l’avevo scritto». Papa Giovanni invitò il cardinale Frings ad andare da lui e il cardinale «era pieno di timore di avere forse detto qualcosa di non corretto, di falso, e di venire citato per un rimprovero, forse anche per togliergli la porpora».

Prosegue il Pontefice tra l’attenzione crescente: «Sì, quando il suo segretario lo ha vestito per l’udienza, il cardinale ha detto: “Forse adesso porto per l’ultima volta questo abito”. Poi è entrato, Papa Giovanni gli va incontro, lo abbraccia, e dice: "Grazie, Eminenza, lei ha detto le cose che io volevo dire, ma non avevo trovato le parole". Così, il cardinale sapeva di essere sulla strada giusta e mi ha invitato ad andare con lui al Concilio, prima come suo esperto personale; poi, nel corso del primo periodo, mi pare nel novembre ’62, sono stato nominato anche perito ufficiale del Concilio».

Il giovane Joseph Ratzinger era già nello spirito del Concilio. Rievoca. «Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso».

In questo spirito vennero respinti i testi preparati. «I vescovi dissero: no, non facciamo così. Noi siamo vescovi, siamo noi stessi soggetto del Sinodo; non vogliamo soltanto approvare quanto è stato fatto, ma vogliamo essere noi i portatori del Concilio. Anche il cardinale Frings, che era famoso per la fedeltà assoluta, quasi scrupolosa, al Santo Padre, disse: “Qui siamo in altra funzione. Il Papa ci ha convocati per essere come Padri, per essere Concilio ecumenico, un soggetto che rinnovi la Chiesa. Così vogliamo assumere questo nostro ruolo”». Nel primo giorno del Concilio, è sempre Ratzinger che ricorda, furono bocciate le liste chiuse per le Commissioni. «Ma subito i Padri dissero: “No, non vogliamo semplicemente votare liste già fatte”. Allora, si sono dovute spostare le elezioni, perché i Padri stessi volevano conoscersi un po’, volevano loro stessi preparare delle liste. Non era un atto rivoluzionario, ma un atto di coscienza, di responsabilità da parte dei Padri conciliari».

E’ evidente che dietro questi protagonisti c’era il giovane Ratzinger, che rivendica a se stesso non atti rivoluzionari, ma di coscienza e di responsabilità, che abbracciano l’universalità della Chiesa e anche la sua collegialità. Dice infatti: negli incontri, nelle relazioni, negli scambi «c’era già un’esperienza dell’universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non riceve semplicemente imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida del Successore di Pietro».

Non ha paura della parola «collegialità», il teologo e pastore, colui che in questi giorni è ancora Papa e lo sarà sempre nella storia e nei riferimenti dei suoi successori. Spiega: la prima idea del Vaticano II era «completare l’ecclesiologia in modo teologico, ma proseguendo anche in modo strutturale, cioè: accanto alla successione di Pietro, alla sua funzione unica, definire meglio anche la funzione dei vescovi, del Corpo episcopale. E, per fare questo, è stata trovata la parola "collegialità", molto discussa, con discussioni accanite, direi, anche un po’ esagerate. Ma era la parola per esprimere che i vescovi, insieme, sono la continuazione dei Dodici, del Corpo degli apostoli. Abbiamo detto: solo un vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato apostolo, di Pietro. Tutti gli altri diventano successori degli apostoli entrando nel Corpo che continua il Corpo degli apostoli. Così proprio il Corpo dei vescovi, il collegio, è la continuazione del Corpo dei Dodici, e ha così la sua necessità, la sua funzione, i suoi diritti e doveri. Appariva a molti come una lotta per il potere, ma sostanzialmente si trattava della complementarietà dei fattori e della completezza del Corpo della Chiesa con i vescovi, successori degli apostoli, come elementi portanti; e ognuno di loro è elemento portante della Chiesa, insieme con questo grande Corpo»..

Si tratta di una straordinaria apertura. Allora si parlava di confronto, se non di scontro, tra progressisti e conservatori, tra curia romana e episcopati del Nord Europa, quelli che Benedetto XVI nomina ed elogia espressamente, «l’episcopato francese, tedesco, belga, olandese, la cosiddetta "alleanza renana". Nella prima parte del Concilio, erano loro che indicavano la strada». Quella strada che, secondo Ratzinger, non va abbandonata. Tornare al Concilio, dunque, «alla sua profondità e alle sue idee essenziali. Ne vale la pena sempre. Perché non è vero che “il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo».

Questo il messaggio e la consegna a quello che egli ha chiamato «il mio clero, realmente cattolico, universale», perché «a Roma la Chiesa è vivente», la sua essenza è «portare in sé l’universalità, la cattolicità di tutte le genti, di tutte le razze, di tutte le culture, una città con una propria, forte e robusta fede».

Antonio Sassone

 



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