Un gesto che interroga sull'avvenire del Papato

La rinuncia al pontificato di Benedetto XVI apre questioni sicuramente inedite nella storia del cristianesimo e, allo stesso tempo, sollecita una riflessione serrata sulla situazione attuale della Chiesa cattolica.

Il Papa teologo ha certamente spiazzato gli osservatori delle vicende vaticane che, nei giorni scorsi, hanno proposto su giornali, televisioni e siti internet considerazioni di vario tenore sulle cause di quel gesto che, come pochi altri, può definirsi storico. Più silenziosamente, ma in modo più radicale, i fedeli cattolici sono stati investiti da un evento che rompe una delle tradizioni più persistenti all’interno della Chiesa romana. Proprio attraverso l’insistenza sulla trasmissione da una generazione all’altra di riti e credenze (presentati spesso come immutabili), la Chiesa ha definito nei secoli una sua precisa identità che, ora, improvvisamente è stata fortemente scossa.

Seppure il bisogno di riforma e di rinnovamento sia sempre stato presente nella comunità cristiana (frenato in maniera ora più, ora meno decisa da varie istituzioni ecclesiastiche), nel cattolicesimo spesso il valore della tradizione ha sopravanzato il richiamo alla rivelazione. La permanenza del vescovo di Roma sulla cattedra di San Pietro fino alla morte rappresentava uno degli elementi simbolici della inalterabilità della Chiesa, in grado di comunicare implicitamente ai fedeli l’idea della saldezza dell’istituzione e della continuità della tradizione. Ora che Ratzinger ha rotto questa tradizione, spinto al gesto non da pressioni esterne, ma «con piena libertà», come ha affermato di fronte ai cardinali riuniti in concistoro l’11 febbraio scorso, la percezione del ruolo del papato nel cattolicesimo ha subito un’indubbia cesura.

Anche se l’eventualità dell’abbandono da parte del Pontefice del suo compito di guida del cattolicesimo era prevista dal Codice di diritto canonico del 1984, questa rimaneva una possibilità che, ora che si è verificata, può mutare in parte il significato attribuito dai fedeli al ministero petrino. Più che il suo concreto esercizio, ciò che forse è destinato a cambiare più rapidamente è l’immagine simbolica del papato all’interno della comunità cristiana, ponendo non poche domande. I legami comunitari all’interno della Chiesa, per secoli, e ancora ora, mediati spesso attraverso la figura del Pontefice, come risulteranno cambiati da questa decisione? Come sarà ridisegnato nella mente dei fedeli l’ordine che definisce la comunità cattolica a cui si sentono di appartenere? Quale autorità sarà attribuita effettivamente al magistero del Papa? Quale trasformazione subirà il ruolo del Pontefice rispetto al passato, soprattutto se confrontato con le ricorrenti spinte che hanno portato ad alimentare varie forme di devozione nei suoi confronti?

Se la definizione del primato petrino all’interno della Chiesa romana è stata il frutto di successivi cambiamenti, culminati nel 1870 durante il Concilio vaticano I con la definizione del dogma dell’infallibilità pontificia, nel corso del Novecento si sono create le condizioni per riconsiderare questo aspetto centrale nel cattolicesimo, intorno a cui si sono incagliati molti dei confronti ecumenici con le chiese protestanti e ortodosse. Il Concilio vaticano II, indetto da Giovanni XXIII e portato a termine da Paolo VI, ha raccolto le più mature riflessioni teologiche emerse nel cattolicesimo che proponevano di presentare la Chiesa, prima che una gerarchia ordinata con a capo il Pontefice, come un’espressione del mistero cristiano, dove la comunione doveva essere il segno distintivo del popolo di Dio chiamato a testimoniare la “buona notizia”. La rinuncia di Benedetto XVI, «ben consapevole della gravità di questo atto», potrebbe tradursi in un’occasione di seria riflessione da parte di tutta la Chiesa sulle forme che oggi può assumere questa comunione.

Il «vigore sia del corpo, sia dell’animo», che il Papa ottantaseienne ha sentito diminuire negli ultimi mesi, appare necessario per capire e intervenire nelle tensioni che si sono sedimentate negli anni, nella curia vaticana e non soltanto. «Governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo» non è compito di poco conto, soprattutto quando tra coloro che dovrebbero aiutare nella navigazione vi sono persone che appaiono poco interessate alla «testimonianza di fede e di vita cristiana». Per Benedetto XVI questa testimonianza è invece necessaria per «manifestare il volto della Chiesa», ma altrettanto urgente è l’invito a riflettere su «come questo volto venga, a volte, deturpato». Sono parole dure, quelle pronunciate dal Papa il Mercoledì delle ceneri, due giorni dopo la notizia della rinuncia, una sorta di spiegazione del suo atto che colpisce nel segno: le «colpe contro l’unità della Chiesa» e le «divisioni nel corpo ecclesiale» sono le conseguenze evidenti di «individualismi e rivalità» che si annidano nell’istituzione ecclesiastica, ancora più gravi in quanto, sembra suggerire il Papa, diventano contro-testimonianza per «coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti».

Se questa è la realtà della Chiesa vissuta dal Papa, dove le trame svelate da libri e inchieste giornalistiche sono soltanto una parte di ciò che effettivamente accade, la situazione è più grave di quanto sino ad ora sia stato fatto percepire ai fedeli. E la gravità non è data soltanto da scelte compiute da prelati e laici cattolici che poco hanno a che fare con l’annuncio del Vangelo e molto più con l’uso disinvolto del potere: il vero dramma è la lontananza crescente accumulata dalla Chiesa nei confronti dei mondi vitali della società, dai giovani e dalle donne, in particolare.

Benedetto XVI ha mostrato con la sua rinuncia una rara libertà dal potere, riscattandolo, in parte, dalle critiche che gli sono state rivolte anche per la sua inabilità a gestire la complessa struttura curiale e, ancor più, a riformarla. I freni posti, già nel corso del Concilio vaticano II, sia alle proposte di maggiore distacco della Chiesa dai poteri e dalle ricchezze del mondo, sia alle richieste di maggiore collegialità nel ministero petrino, sono tra le cause di questa situazione. Non sarà semplice inventare un nuovo modo di guidare la Chiesa, dove prevalgano il senso della comunità, la libertà e la povertà. La rinuncia al papato, forse oltre le intenzioni di Joseph Ratzinger, è un segnale di un cammino da intraprendere con più coraggio in questa direzione.

Marta Margotti

 



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