Cercati da Dio: chi e perchè

La vita è ricerca di senso. E l’uomo in ricerca va incontro a Dio. Ma dar senso al proprio vivere significa anche prender coscienza che cerchiamo perché «siamo cercati». «Ricordiamo che Benedetto XVI» ha detto mons. Luciano Pacomio, responsabile della Pastorale per la cultura e le comunicazioni dei vescovi del Piemonte, «ha usato 27 termini diversi per indicare la fede, perché credere in Dio non dipende solo da noi. La fede è un dono, un incontro, una rigenerazione, un crescendo di gioia che si oppone al dio della tristezza del non senso. La fede è grazia».

Ma cosa spinge l’uomo a cercare qualcosa che trascende l’immanenza? Cosa significa intraprendere un cammino di fede in una società sempre più secolarizzata? E infine possibile fare esperienza religiosa in un secolo nichilista che ha decretato addirittura la morte di Dio? A rispondere a queste domande uno scrittore, Antonio Scurati, già vincitore del Campiello con «Il sopravvissuto» nel 2005, e un filosofo-teologo, don Oreste Aime, docente all’Istituto superiore di Scienze religiose di Torino, invitati la settimana scorsa a Torino all’incontro «Cercati da Dio» organizzato dalla Cattedra del dialogo promossa dai vescovi del Piemonte.

«Cercati da Dio, il titolo della conferenza, rimanda immediatamente a Pascal e ai suoi Pensieri», ha detto don Oreste Aime, ricordando subito che il Seicento è stato il secolo dove sono state messe tutte le premesse che hanno portato all’attuale secolarizzazione. «Scrive il filosofo francese parlando di Gesù: “Consolati, tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato…». Ma quel «cercati da Dio» ha una lunga radice biblica: a partire da Abramo («Lascia la tua terra»), Mosè («Ho sentito il lamento del mio popolo») e Davide, che non ha chiamate, ma viene scelto, quasi strappato alla sua vita, e poi due profeti Isaia («Chi manda? Manda me») e Geremia («Mi ha sedotto e mi sono lasciato sedurre»). Senza dimenticare i primi discepoli e soprattutto san Paolo, folgorato sulla via di Damasco.

«Tutti sono stati “cercati da Dio”», dice don Aime, «e oggi si propongono come modelli per chi lo cerca ancora. Ma anche nel cuore del Novecento - un secolo di grande teologia per protestanti, cattolici e ortodossi - sono stati tanti gli esempi di uomini cercati da Dio. Anche se le grandi esperienze religiose sono state tutte femminili: da Etty Hillesum a Simone Weil, solo per citarne due». In particolare la Weil, ricorda don Aime, filosofa di origini ebraiche e mistica francese, scriveva: «Credere in Dio non dipende da noi, dipende invece da noi il non accordare a falsi dei la nostra esistenza».

E verso falsi dei - la fama, il successo, la gloria - si muovevano forse due personaggi che in maniera diversa hanno scritto la storia dell’arte e della letteratura: Anton Cechov e Pellizza da Volpedo. Due piccole storie che testimoniano di due uomini celebri e celebrati, per molti privi di fede o addirittura disperati, ma per Scurati che ha scelto di raccontare le due piccole storie, due esempi emblematici di uomini in cerca di fede. Ma anche di uomini «cercati da Dio». Il Cechov che Scurati ha deciso di raccontare non ha ancora scritto i suoi capolavori. Siamo nel 1890, ha già 30 anni, studia medicina, è malato di tubercolosi, il male del secolo («Nel rosso del sangue intravedo i sinistri dell’inferno»), e dalla critica è accusato di stare alla superficie delle cose, di non essere capace con le sue novelle di immergersi nella sofferenza del popolo russo. «E allora cosa fa?», si chiede Scurati. «Decide di mettersi in viaggio verso l’altro capo del mondo, l’isola fredda e desolata di Sachalin sul Pacifico. Obiettivo: attraversare le sconfinate steppe siberiane per raggiungere l’inferno in terra, il lager di Sachalin dove venivano internati criminali comuni e dissidenti politici. Quindicimila chilometri in treno, in carrozza, in battello. Quindicimila chilometri di sofferenza al centro del dolore verso i dannati della terra». Cosa lo ha spinto lì? Scurati azzarda: «La fede». Sarà un caso, ma solo dopo quel viaggio, Cechov scriverà i suoi capolavori più belli.

Anche la storia di Pellizza da Volpedo per come la racconta Scurati ha qualcosa che trascende l’immanenza. L’autore del «Quarto Stato», simbolo icona del riscatto e della redenzione di braccianti e lavoratori nell’Italia dell’Ottocento, dalle umilissime origini («Nipote di un servo della gleba, solo dipingendo si sentiva un uomo libero»), proprio nel momento del maggior successo, dopo la perdita dell’amatissima moglie, cade nella disperazione più assoluta. E proprio in quell’istante fa un atto di fede.

Racconta Scurati: «In una mattina del 1907, risoluto a togliersi la vita, Pellizza si ferma per un secondo e fa un passo indietro, verso la camera da letto dove dormono i suoi due bambini. Riempie due bicchieri d’acqua e li posa con amore sul comodino, di fianco ai due lettini. Poi nello studio si impicca. L’autore del “Quarto Stato” che ha infuso speranza a milioni di lavoratori, caduto nell’abisso della disperazione, addirittura già chiamato alla morte, fa un passo indietro per prendersi cura delle sue creature, che in quel momento rappresentano tutto il suo futuro. Pellizza da Volpedo è già nella tomba del suicidio, ma decide di fare qualcosa che dia senso alla sua vita e alla vita che verrà dopo di lui. Quale maggiore testimonianza di fede?».

Cristina MAURO

 

 

 

 



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