Fenoglio scrittore gentiluomo

«Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava». Così scriveva Italo Calvino nella prefazione a «Il sentiero dei nidi di ragno» nel 1964, riferendosi a «Una questione privata» di Beppe Fenoglio, uscita postuma l’anno prima, e avviando la consacrazione dello scrittore albese tra i classici del Novecento.

Oggi, a cinquant’anni dalla morte, avvenuta all’ospedale Molinette di Torino il 18 febbraio 1963 per un cancro ai bronchi, si può senz’altro affermare che Fenoglio è uno scrittore di razza, uno dei più talentuosi e atipici classici del secondo Novecento e che «Una questione privata» rimane una delle più belle e disperate storie d’amore della nostra letteratura.

E’ però difficile dire quanto fascino Fenoglio possa ancora esercitare sulle generazioni più giovani: i temi della sua narrativa, la guerra partigiana e il mondo contadino, sembrano lontani anni luce dalla realtà tecnologica e consumistica di oggi. Eppure, in questa società corrotta e priva di valori, si sente la mancanza del suo rigore morale, del suo coraggio virile, della sua scrittura aspra e incisiva, mai banale e corriva come quella di tanti romanzetti attuali.

Il volto scavato, il fisico asciutto, la camminata dinoccolata, lo sguardo bruciante, Fenoglio era un uomo orgoglioso e solitario, scontroso e riservato. Estraneo ai salotti letterari e all’industria culturale, lavorava come impiegato in una ditta vinicola per sbarcare il lunario. Con una punta di snobismo si definiva un gentleman writer, uno scrittore gentiluomo che scopriva i suoi modelli nella Bibbia, nei poeti metafisici inglesi, in Coleridge e Hopkins, da lui genialmente tradotti.

Nato nel 1922 ad Alba, diventata grazie a lui «la più grande città della letteratura italiana del Novecento», come ha scritto Dossena ne «I luoghi letterari», figlio di un macellaio, abita in piazza Rossetti, a venti metri dal Duomo. Sin da giovanissimo, negli anni del liceo, manifesta una passione sfrenata per la letteratura inglese e per la scrittura. Interrotti gli studi universitari alla facoltà di lettere di Torino per fare il servizio militare, dopo l’8 settembre sale sulle colline delle Langhe e diventa partigiano. Sarà questa esperienza terribile, oltre alla conoscenza diretta del mondo contadino, ad alimentare la sua vena narrativa, sin dall’esordio con i racconti «I ventitre giorni della città di Alba» (1952) e il romanzo breve «La malora» (1954), entrambi pubblicati nei Gettoni di Vittorini per Einaudi.

Fenoglio rimane ferito dal risvolto limitativo scritto da Vittorini per «La malora», uno dei racconti più duri del Novecento, ritratto impietoso della miseria contadina dove le Langhe degli anni ’30 sembrano un paese da Terzo Mondo. Ciò che lo infastidisce di più è l’accusa di “lingua facile” a uno come lui, che riscriveva dieci volte la stessa pagina, tormentandosi su un verbo o un aggettivo come Flaubert, e aveva lavorato una settimana intorno a quell’incipit memorabile: «Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra».

Nel 1950 Fenoglio aveva proposto il romanzo «La paga del sabato», che affrontava il tema del difficile inserimento del partigiano nella vita del dopoguerra, a Calvino e Vittorini, che lo aveva bocciato perché troppo cinematografico. Deluso dall’Einaudi, era passato a Garzanti con «Primavera di bellezza» (1959), il suo terzo e ultimo libro pubblicato in vita.

Rinchiuso nelle gabbie del neorealismo, a cui può essere avvicinato soltanto per i temi, comuni del resto all’esperienza umana di quegli anni, non certo per lo stile, originale e lontanissimo da quei modelli, e per la struttura narrativa, ed estraneo all’ideologia di sinistra allora imperante, che diffondeva un’immagine retorica e agiografica della Resistenza, Fenoglio è uno scrittore epico, visionario e metafisico. Questo spiega le ragioni della sua tormentata avventura editoriale. Nell’ultimo decennio della sua vita, quello della maturità di scrittore, anche se breve, avrebbe potuto pubblicare sei o sette libri, se pensiamo che almeno la metà degli scrittori pubblicati nei Gettoni dalla coppia dei severi censori Calvino e Vittorini non sono neppure degni di lustrargli le scarpe.

Nel 1963, pochi mesi dopo la morte, esce «Una questione privata», un romanzo meraviglioso, uno dei più belli in assoluto della letteratura italiana del secondo Novecento, un triangolo amoroso, una quête ariostesca di fughe e inseguimenti perfettamente fusa nel paesaggio delle Langhe. Milton, controfigura autobiografica dell’autore anche nel fisico, cerca di salvare la vita dell’amico, fatto prigioniero dai fascisti, per sapere la verità sulla donna amata, Fulvia. Chi è Fulvia? «Uno splendore», come la definisce Milton, una ragazza di sedici anni ricordata mentre si arrampica su un albero per raccogliere le ciliegie, sfollata da Torino due anni prima e ora rientrata in città.

Gli amori di Fenoglio sono l’aspetto meno studiato dalla critica e neppure sul modello femminile reale che ha ispirato la figura di Fulvia c’è certezza: Benedetta Ferrero, la figlia di un notaio albese, Baba Martinazzi, sfollata da Torino, o Gigliola Franco, figlia di un primario, insegnante e poetessa, scomparsa pochi giorni fa?

Nel 1968 esce «Il partigiano Johnny», il romanzo della guerra civile sulle Langhe, a cura di Lorenzo Mondo, che attua un montaggio tra due diverse stesure del testo. Secondo Maria Corti, il romanzo risale alla seconda metà degli anni ’40, mentre Dante Isella, curatore della splendida edizione Einaudi-Gallimard, lo colloca tra il ’56 e il ’58.

Ciò che incanta e colpisce il lettore di oggi, ed è il segno sicuro della classicità e del talento originalissimo di Fenoglio, è l’immediatezza visiva con cui sa cogliere una cresta di langa, un tetto di cascina o di fienile, un ponte crollato, un greto di fiume, il variare dei fenomeni atmosferici, la neve, la nebbia, il vento, la pioggia, e la tecnica nel descrivere la guerriglia, non inferiore a quella di Stendhal, di Babel’ e di Orwell in «Omaggio alla Catalogna».

Massimo Romani

 



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