L'imperatore Costantino e il tempo della tolleranza

«Noi dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto abbiamo ritenuto di accordare ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinchè la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità». Con queste parole l’Editto di Costantino, detto anche «Editto di Milano», nel 313 d.C. inaugura la storia di tolleranza verso i cristiani e la creazione di un’identità: quella della modernità occidentale che riconosce nel chrismon ( un simbolo grafico che univa le due lettere iniziali greche del nome di Cristo) il segno della Verità. Milano ricorda i 1700 anni dell’emanazione dell’Editto con la grande mostra «Costantino 313 d.C.» aperta fino al 17 marzo a Palazzo Reale.

Abbiamo intervistato Paolo Biscottini, direttore del Museo diocesano di Milano, ideatore e curatore del percorso espositivo insieme a Gemma Sena Chiesa, docente di Archeologia presso l’Università degli Studi di Milano. La mostra proseguirà poi a Roma dal 27 marzo al 15 settembre.

Direttore, come è nata l’idea della mostra?

Come direttore del Museo diocesano pensai che fosse doveroso ricordare con un’esposizione questo evento che appartiene alla storia della Chiesa e di Milano. La mostra è stata progettata insieme con i vertici dell’arcidiocesi ambrosiana: già nel 2009 portai l’idea all’attenzione dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi e del vicario episcopale per la cultura, monsignor Franco Giulio Brambilla.

Il percorso espositivo consente di intraprendere, anzitutto, un viaggio nella Milano imperiale costantiniana e post-costantiniana. Che cosa è emerso dagli studi sull’epoca dell’Editto di Milano?

La mostra presenta 231 opere provenienti da vari musei, e si apre con una sala che esibisce la documentazione di opere riferite alla Mediolanum del IV secolo: il visitatore noterà al suo interno la presenza dei reperti più recenti come quelli venuti alla luce grazie agli scavi archeologici effettuati a Piazza Meda. Già in questa prima sala è possibile comprendere quali furono le due anime di Mediolanum nel 313: la capitale centro del potere politico, e il centro propulsore per la cultura del tempo. In quest’ultimo caso, Milano è la città attraversata da fermenti innovativi e creativi, dal raffinato profilo artistico. Una città elegante e dotata di opere di un certo pregio. In mostra si può ammirare, per esempio, la Cappella di San Nazaro, proveniente dal Museo diocesano, di epoca immediatamente successiva a quella costantiniana, che rappresenta uno dei più preziosi modelli di oreficeria dell’epoca tardo-antica.

Alla luce delle aree archeologiche attualmente visibili si può pensare ad una prosecuzione virtuale della mostra che consenta al visitatore di riconoscere i luoghi che caratterizzavano la Milano costantiniana?

Certamente, anzi: a questo proposito colgo l’occasione per ricordare che tra pochi giorni il Museo diocesano presenterà la sua prima app, grazie alla quale il visitatore entrerà nel vivo della storia di Milano e della sua Chiesa nei secoli III e IV.

Oltre alle cinque sale espositive, uno spazio è dedicato alla memoria e alla figura di Flavia Giulia Elena, madre di Costantino, imperatrice e santa della Chiesa. Quale è stato il suo ruolo in relazione alla promulgazione dell’Editto?

Fin da subito è emersa la consapevolezza che Elena, la madre di Costantino, rivestì un ruolo di fondamentale importanza nella vita del figlio sovrano. Presenza costante, è ricordata non solo come madre dell’imperatore, ma anche come modello femminile nella storia della Chiesa: come cristiana fedele si recò in Terra Santa a cercare la Vera Croce di Cristo: è la Croce il modello a cui Elena si ispira ed a cui la Chiesa si ispira, e che proprio a partire dalla battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C. diverrà l’emblema di Costantino. La ricerca della Vera Croce non è solamente un tema iconografico, ma è anche un modello di vita: Elena, il figlio Costantino, ed ognuno di noi, è sempre chiamato a cercare la Verità nella Croce di Cristo.

Questo è il significato di una mostra eccezionale che esamina in maniera profonda la portata dell’evento storico dell’Editto di Costantino: quali furono allora le conseguenze per la storia del cristianesimo?

Si consideri che prima dell’Editto di Milano le chiese e le basiliche cristiane non esistevano: i cristiani si riunivano in edifici privati, le cosiddette domus ecclesiae, fino a quando Costantino concesse loro la libertà di culto. Gli edifici della cristianità nascono nel momento in cui il cristianesimo è tollerato, accettato, riconosciuto. Non si dimentichi, però, che questi luoghi non sarebbero mai esistiti se la vita di Costantino non fosse stata nutrita dalla passione della madre Elena per il cristianesimo: una vocazione, quella della santa imperatrice, che la portò ad identificare il suo percorso di madre con quello di cristiana.

È proprio riflettendo su questo aspetto che il percorso espositivo presenta una grandissima digressione iconografica dedicata alla figura di Elena, vera ispiratrice di tutta la mostra?

Sì, e non solo. Nella fase iniziale di progettazione avevamo addirittura pensato di collocare molti più dipinti e molte più opere riferite ad Elena, poiché volevamo che la sua presenza fosse ovunque in queste sale, così come lo è stata nella vicenda storica del figlio. Il visitatore comprenderà, quindi, che il punto di riferimento della mostra è la figura dell’imperatore Costantino nel suo legame con la madre Elena e con la sua fede cristiana.

In merito al tema della libertà del culto per i cristiani, in che modo l’Editto di Milano diventa l’avvenimento storico che inaugura un periodo di pace fondato sulla consapevolezza che la ricerca del Dio unico è la premessa indispensabile per la convivenza nel nome della tolleranza?

Con l’Editto di Milano le persecuzioni ai cristiani cessarono del tutto e non è affatto vero che di lì ebbero inizio quelle a danno di altre minoranze religiose. Almeno per ottant’anni, dopo il 313, a  Milano, città pagana in quanto capitale di un impero, si instaura un clima di pace che consentirà alle famiglie pagane di vivere accanto a quelle cristiane nella totale assenza di rancori di natura religiosa e nella costruzione di un rapporto di tolleranza. L’Editto voluto da Costantino diventa, quindi, il punto di partenza di un magnifico periodo di pace fondato sulla fede nel dio unico e sull’abbandono graduale del culto pagano delle divinità. Nella mescolanza degli stili, dei linguaggi, dell’iconografia, che avviene a partire dal 313, il paganesimo nell’accostarsi al cristianesimo si orienta sempre più verso la ricerca di un solo Dio, e il cristianesimo assume elementi iconografici dal culto pagano: la mostra presenta queste reciproche influenze con una particolare digressione sulla figura del Buon Pastore, rappresentazione di Gesù Cristo che si avvicina a raffigurazioni pagane quali quella del dio Mitra o di altre divinità. Tutto questo significa che nella Mediolanum del 313 si fa strada lentamente l’esigenza di un adeguamento delle diverse fedi religiose, a vantaggio di quella cristiana, pur mantenendo ognuna di esse la specificità di quei caratteri che predicano la pace come strada sicura verso la salvezza.

In che modo a partire dalla promulgazione dell’Editto di Costantino si colgono i germi della nascita di una modernità occidentale, cristiana?

Ricordiamo che la pace stessa, che ha la sua centralità in Gesù Cristo, è il grande tema della cultura occidentale, che nasce per volere di Costantino nella capitale Mediolanum, che a sua volta diviene il terreno in cui la modernità occidentale viene sperimentata per la prima volta in una convivenza pacifica tra religioni diverse. Nel 313 d.C., qui, nasce un’aspirazione che caratterizza ancora oggi l’Occidente: l’aspirazione ad una pace che non è solo determinata dalla cessazione dei conflitti, ma anche dalla fede cristiana sulla quale si fonda la salvezza dell’uomo occidentale. La storia dei popoli diviene una storia di salvezza e di convivenza nel nome della tolleranza, possibile solo nella pacifica confluenza di fedi diverse.

Michela Beatrice Ferri

 

 



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