Chiesa popolo di Dio

«Il Vaticano II? Un grande punto di unità della Chiesa e del cattolicesimo romano». E’ questa la sintesi alla quale è giunto Alberto Melloni, storico del cristianesimo e grande specialista di Giovanni XXIII e del Concilio, intervenuto la settimana scorsa, insieme al teologo don Roberto Repole, all’incontro «Alla ricerca di un nuovo stile di Chiesa» organizzato a Torino dal centro culturale San Lorenzo e dall’associazione Amici Torino Spiritualità nell’ambito del ciclo «Rileggere il Concilio dopo cinquant’anni». Due gli obiettivi, ha detto don Giovanni Ferretti che ha moderato l’incontro, «superare vecchi stereotipi e fare un bilancio su alcuni punti applicati poco e altri rimasti un tabù».

Al centro della riflessione c’era infatti un passo importante, ma troppo spesso dimenticato, della Lumen gentium, una delle quattro costituzioni dogmatiche del Concilio, forse la più importante, sulla natura e l’organizzazione della Chiesa, promulgata da Paolo VI il 21 novembre 1964: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza». Chiesa, sinodalità, povertà. A cinquant’anni dal suo inizio, il Vaticano II continua a far discutere. Segno che si è trattato di un evento epocale che ha cambiato il cattolicesimo e acceso un dibattito attuale ancora oggi.

Chiuso il Concilio si aprì quasi subito tra storici e teologi la questione della corretta interpretazione. Due i grandi filoni emersi negli anni: l’ermeneutica della «continuità», sostenuta da Paolo VI e Benedetto XVI, secondo la quale il Concilio va interpretato alla luce del magistero della Chiesa, e l’ermeneutica della «discontinuità», che attribuisce al Concilio un valore in quanto evento unico, fondamentale, di “rottura” con una lettura nuova dei «segni dei tempi».

Ma furono soltanto due le interpretazioni? No, secondo Melloni. Che chiarisce subito, quasi provocatoriamente: «Non ci furono due ermeneutiche, ma qualche milione…». Secondo il professore di Storia del cristianesimo infatti il Concilio ha rimesso in moto un’esperienza tale che ogni movimento, ogni parrocchia, addirittura ogni singolo cristiano in ogni parte del mondo ha trovato nel Concilio la sua propria «lettura vivificante». Il Vaticano II così è diventato «carne e sangue» della Chiesa. E non è un caso se lo stesso papa Giovanni XXIII, che il Concilio ha voluto e indetto, ha parlato giustamente di «nuova Pentecoste». 

Il Vaticano II, ha spiegato al folto pubblico raccolto al Circolo dei lettori Melloni, reduce da una serie di incontri in Italia e nel resto del mondo, l’ultimo in Iran («Dove sono molto interessati a una sua rilettura»), non può essere letto «come se fosse una mela tonda tagliata in due parti uguali»: chi è felice e chi no delle novità introdotte. La Chiesa non è fatta di due metà. E’ una unità. «E il Vaticano II», ha sottolineato Melloni, «ne è la prova: non ci sono cattolici fuori dal Concilio».

I cinquant’anni dall’apertura sono dunque l’occasione giusta per uscire da questa logica semplificata (Concilio attuato, Concilio tradito) ma anche, e soprattutto, secondo Melloni, per riflettere su alcune questioni rimaste per troppo tempo «tabù». Una su tutte, «la questione della collegialità». Un esercizio, quello della sinodalità, che secondo Melloni dovrebbe essere praticato molto di più dai vescovi. E poi quello della «povertà», come scritto nella Lumen gentium. Quel «così come» (Come Cristo fu povero, così anche la Chiesa), sicut in latino, è pesantissimo e per la Chiesa cattolica «è come una lisca che non va né avanti, né indietro». Attenzione, non si tratta solo di una povertà materiale («I vescovi potrebbero viaggiare su una utilitaria invece che su un automobile di lusso, scegliere una croce di legno invece che d’oro, utilizzare ceramiche di Bose invece di quelle d’oro barocco…», dice Melloni), la Lumen gentium infatti dice che l’annuncio della Chiesa è la povertà. Spiega Melloni: «Gesù non aveva l’etica del basso consumo, non è questo il punto. Il punto è che la povertà annunciata è la vocazione stessa della Chiesa. Il card. Lercaro voleva dedicare tutta la Lumen gentium alla povertà di Cristo, la cronaca racconta un’altra storia e di quella proposta è rimasta solo una riga…». Ma quel sicut pesa moltissimo, si tratta di poche parole che hanno però una densità dottrinale altissima: senza la povertà la Chiesa non comunica i frutti della salvezza.

Anche il teologo don Roberto Repole, presidente dell’Associazione teologi italiani, si è soffermato sulla grande portata della Lumen gentium che disse, in modo nuovo, cosa la Chiesa pensava di sé stessa, e cioè che era «popolo di Dio», con tutto quello che comportò in termini di corresponsabilità tra chierici e laici. «Cristo è il fondamento intimo che continua ad abitare la Chiesa. La Lumen gentium colloca la Chiesa nell’orizzonte che Paolo definisce «il mistero». La Chiesa è vista come mistero, ovvero come ruolo della presenza del Dio unitrino nella storia e che, in quanto tale, è il popolo di Dio».

C’è stato un tempo nel quale la Chiesa era minoranza (epoca pre costantiniana). Poi un tempo lunghissimo nel quale la Chiesa si sentiva «coincidente» con il mondo (la cosiddetta epoca della cristianità). Oggi viviamo in una società sempre più secolarizzata, c’è chi ha teorizzato addirittura la fine della cristianità, certo è che la Chiesa del post Concilio non si pensa più come «il tutto della società». Il Vaticano II ha cercato di affrontare la sfida della modernità: come trasmettere cioè il cristianesimo agli uomini contemporanei e del futuro. Problema secondo il Presidente dei teologi italiani «che si dovrebbe affrontare anche oggi». Per Repole il «popolo di Dio» è un segno, uno strumento di quel destino di salvezza disegnato per tutta l’umanità. Oggi più che mai i cristiani sono chiamati a essere testimoni del disegno di Dio nella società, nel lavoro, nella professione, nella famiglia.

Cristina MAURO



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