Olmi: "Sono in pace"

A 81 anni compiuti, Ermanno Olmi ci regala un libro di sorprendente vitalità e di grande speranza: «L’apocalisse è un lieto fine» (Rizzoli). Un libro dove passato e presente si intrecciano mirabilmente in un affresco dalle mille tonalità: squarci luminosi, amarezza e gioia nella vita, stati d’animo, dialoghi, attese, nostalgie, poesia e sogno, economia e politica e tant’altro ancora.

Olmi non teme di mettersi a nudo, nell’intuizione che solo nel dono compiuto ogni sogno rimane fissato nell’eternità: «Che nulla cadrà mai più nell’oblio? Che il sogno sia il fine ultimo dell’esistenza umana?».

Leggendo queste pagine si prova la sensazione di un totale coinvolgimento nella vita di quest’uomo che, attraverso film indimenticabili, aveva già depositato nel nostro vissuto la bellezza del tempo, la fantasia dell’innocenza, il sogno indomito di un altrove, l’essenza profonda della natura, la santità dei diseredati, la forza creativa dei sentimenti. Ogni brano è come una musica che ti induce a pensare e a riflettere sulle piccole e grandi cose di cui ogni esistenza è ricca. E mentre leggi, sottolinei, sorridi e ti commuovi, e alla fine preferisci rileggerlo, con più lentezza, per gustare fino in fondo il senso profondo di quelle parole.

«L’apocalisse è un lieto fine» è un libro che ci porta a guardare la bellezza della vita, l’infinita bellezza che ci circonda e di cui riusciamo a cogliere solo barlumi; a guardare l’universo anche negli aspetti contraddittori e amari, ma sempre con occhi incantati, rifatti nuovi da quella “parola” che nasce dall’amore vissuto. Il cinema è stato, per Olmi, la sua vita, e sappiamo quanto egli abbia amato quest’arte. Tuttavia,  nel libro, non si sofferma molto sulle sue opere, le sfiora di striscio, quasi a dirci che in fondo, per lui, lo scarto tra il cinema e la vita è zero, in quanto tutto il suo vissuto (le circostanze, le sensazioni, le riflessioni, le ricerche, gli attimi di felicità o di dolore) è diventato linfa vitale e creativa. Infatti nei suoi film, così apparentemente diversi l’uno dall’altro, occorre sempre cercare quella sottotraccia che è il basamento unitario dell’intera opera; un basamento essenzialmente fatto di poesia e innocenza, poesia dell’infanzia, della montagna, dell’amore coniugale, del lavoro, dell’incontro tra uomini e donne, dell’umile solidarietà tra gli oppressi, dell’amore per l’umanità. Nella piena consapevolezza che la poesia è mistero e che al centro di questo misero rimane sempre l’uomo.

Olmi inizia a raccontare con una confessione: «Ho deciso di raccontarmi attraverso gli altri. Persone a cui ho voluto bene e ancora ne voglio; quelle a cui sono grato e che ricordo con gioia. Trascuro invece chi mi ha ingannato o persino derubato… So di essere prossimo alla conclusione del mio tempo. Sul calendario della vita, il futuro ha già segnato la mia data. Ma non mi spaventa. Sono in pace e non mi farò rubare neppure un istante della mia serenità». E con pace egli ti conduce in questo viaggio avventuroso iniziato tanti anni fa e che ancora continua. L’infanzia, la scuola ,l’adolescenza, il lavoro, gli amici, i parenti: è come bere acqua alla sorgente e ti disseti e comprendi il senso profondo della tua esistenza dove s’impasta il vero col falso, il bello col brutto, il buono col cattivo.

L’importante è avere cuore, occhi e mente per decodificare ogni segmento di vita, bruciando via via ciò che ha da cadere. «Ripenso alle due realtà che ho conosciuto per averle vissute in prima persona: quella rurale e quella industriale. La cultura urbana (“la civiltà”, si dice, ma non mi convince) assicura uno stipendio a fine mese, consentendoci di sopravvivere. Ma fino a quando? E non è una domanda retorica. Inoltre, è un meccanismo fragile: se si inceppa un ingranaggio, come forse sta già accadendo. Allora non si avrà più neppure la certezza del pane garantito. Anche per questo dobbiamo diventare consapevoli del valore o del disvalore della nostra condotta: le nostre scelte sono buone o cattive, sane o velenose, civili o addirittura criminali. Cosa vogliamo fare di questa nostra Terra? Sono aperti molti interrogativi. Nel secondo dopoguerra, in uno slancio ottimista verso la ricchezza, abbiamo privilegiato i grandi numeri del denaro e del consumo. Ora siamo a un punto di stallo di un sistema economico senza sbocco, ridotti a sopravvivere in un mondo che abbiamo avvelenato e che sta per essere seppellito sotto montagne di rifiuti».

Tuttavia, nonostante la percezione di una crisi in atto, Olmi riesce a cogliere e prospettare l’alternativa, il percorso nuovo da intraprendere. E si esce dalle sue pagine corroborati da un’iniezione di fiducia. Oltre ogni angoscioso pronostico. Quello che sorprende e affascina è l’onestà intellettuale del suo pensiero. Olmi non mistifica, non edulcora, non si nasconde mai, attingendo la forza da quei ricordi pieni di felicità: «Sono stato spesso tacciato di essere nostalgico. Alla mia età, però, posso dire a tutti, col massimo rispetto, che non me ne importa un bel niente. Anzi, rivendico il mio diritto di godere pienamente della mia nostalgia. Cos’è, se non la nostalgia, a farmi ritrovare i momenti in cui sono stato felice?». E se c’è nostalgia per la felicità passata, c’è il desiderio di un futuro anch’esso felice, senza più guerre e violenze: «La guerra è lo scandalo più aberrante di cui siamo ancora colpevoli di fronte all’umanità e soprattutto ai bambini, piccoli innocenti».

Il suo sguardo si proietta in avanti, facendo tesoro di un passato tragico per umanizzare il nebuloso presente. La sua onesta indignazione diventa allora sprone, coraggio, incitamento, forza creativa dirompente: «La patria di tutti è la patria della democrazia. In particolare per voi giovani: adesso è venuto il vostro tempo. Non fate come noi, che ci siamo accontentati di affermare i principi della democrazia e non abbiamo vigilato abbastanza sui nostri comportamenti. Oggi i fondamenti della Costituzione sono in pericolo. E’ sotto gli occhi di tutti il rischio che si scivoli lungo una china dove i principi di giustizia e di solidarietà potrebbero essere incrinati dagli interessi di pochi. La democrazia è un’affermazione di civiltà e insieme un atto d’amore».

Occorre vigilare, sì, ma prima di tutto dentro di noi, così come Camus aveva un giorno intuito: «Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio». Solo un’epigrafe? No, un invito per tutti che Olmi fa attraverso le parole dello scrittore «amico».

Pasquale Lubrano

 



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