Waugh il piacere di leggere

Evelyn Waugh (1903-1966), per ritmo e precisione di scrittura, fu il più perfetto stilista inglese della sua epoca, in grado di regalare ancora oggi il piacere della lettura. Studiò a Oxford dove visse in un ambiente di dandies estetizzanti. Attratto dalla pittura, frequentò un’accademia d’arte e scrisse un saggio su «Dante Gabriel Rossetti» (1928), il fondatore del cenacolo preraffaellita.

Il suo primo romanzo, «Lady Margot» (1928), è un affresco sulla jeunesse dorée degli anni Venti, seguito da «Corpi vili» (1930), amori di due giovani e squattrinati snob che si lasciano e si ritrovano in un susseguirsi di esilaranti avventure che riecheggiano lo stile di Firbank. Un’impronta più originale, tipicamente waughiana, ha «Una manciata di polvere» (1934), in cui un inglese parte alla ricerca di una città scomparsa nella foresta amazzonica. Malato di febbre, viene raccolto da un vecchio meticcio di origine inglese, analfabeta, che non lo lascia più partire e lo tiene a forza presso di sé per farsi leggere ad alta voce i romanzi di Dickens.

Nel 1930 si converte al cattolicesimo e si risposa dopo essere stato lasciato dalla prima moglie. Compie diversi viaggi in Brasile, in Oriente e in Abissinia come corrispondente del «Daily Express», che gli ispireranno un bellissimo volume, «Quando viaggiare era un piacere», tradotto da Adelphi nel 1996. Durante la guerra partecipa come ufficiale delle truppe da sbarco alle operazioni nel Mediterraneo e nell’Africa del Nord e scrive «Sempre più bandiere» (1942), in cui inneggia al risveglio patriottico dell’Inghilterra grazie alla figura di Churchill.

«Ritorno a Brideshead» (1945) è forse il suo romanzo più ambizioso, affresco delicato della nobiltà cattolica di campagna, ritratta con un misto di ammirazione nostalgica e spietato sarcasmo. Anche il romanzo successivo, «Il caro estinto» (1948), attacco durissimo contro la civiltà moderna attraverso l’atteggiamento irreligioso e sentimentale della società americana verso la morte, contribuì a consacrare la sua fama.

Negli anni Cinquanta scrisse una trilogia sulla guerra, «Uomini alle armi» (1952), «Ufficiali e gentiluomini» (1955) e «Resa incondizionata» (1961), che narra l’epopea, gremita di episodi grotteschi, di un antieroe borghese, cattolico e onesto, travolto dalla grettezza e inefficienza della burocrazia civile e militare.

Con il titolo «L’uomo che amava Dickens» (Bompiani, traduzione e cura di Mario Fortunato, pp. 263, euro 17,00) escono ora undici racconti di Waugh che coprono tutto l’arco della sua attività creativa, dal 1925 al 1962. Sono quasi tutti inediti tranne tre, già usciti da Adelphi qualche anno fa col titolo di uno di essi, «Compassione», a cura di Ottavio Fatica. Fortunato rileva la grande naturalezza dei dialoghi, secchi e fulminei, che ricordano l’umorismo di Wodehouse e anticipano quelli della Compton-Burnett, e lo stile sempre impeccabile di un grande snob, magnifico e feroce ritrattista di personaggi che vivono tra una colazione al Ritz e una cena al Claridge’s, e riflettono il modo di vivere di una società aristocratica e alto borghese, decadente e cinica, frivola e vuota.

Il racconto d’apertura, «Benvenuti nell’Europa moderna» del 1946, è una satira del mondo accademico che anticipa i romanzi di David Lodge. Un filologo inglese viene invitato nello stato comunista di Neutralia perché ha scritto un libro su un antico poeta di quel Paese, e si vuole sfruttare il suo nome a fini di propaganda. Dopo molte avventure e disavventure, egli fa ritorno, politicamente purificato, nell’antico ordine della sua scuola.

Esilarante per lo humour tipicamente inglese che lo percorre è «Una nobile dimora», in cui il tutore di un nobile diciottenne un po’ svitato riceve l’incarico di portarlo in giro per l’Europa in cambio di una notevole somma di denaro. Ne «Il manager del Cremlino» il figlio di un generale russo fuggito durante la rivoluzione diventa proprietario di un night-club a Parigi, mentre in «Esercizio tattico» un uomo, tornato dalla guerra, si accorge di odiare la moglie, che lo ricambia con ugual moneta.

Leggendo questi racconti si ride di gusto, come accade assai di rado con altri scrittori. Ne è un esempio «Il passeggero sensibile», in cui un uomo che odia la radio fa salire in macchina un passeggero che la pensa come lui. In Waugh c’è una continua osmosi tra romanzi e racconti, uno scambio di trame e personaggi, che ritornano facendo gli stessi gesti e sparando analoghe battute. «L’uomo che amava Dickens» è il sesto capitolo di «Una manciata di polvere», «A grande richiesta» rappresenta un finale alternativo dello stesso romanzo, «Compassione» è un episodio di «Resa incondizionata», in cui il maggiore Gordon si prodiga per mettere in salvo un centinaio di ebrei in Croazia durante la Seconda guerra mondiale, tra ustascia e partigiani comunisti.

L’ultimo racconto, non solo della raccolta ma di tutta la narrativa di Waugh, «Basil Seal di nuovo in sella o Il regresso del libertino», è la storia di un uomo obeso che insieme alla moglie va in una costosa casa di cura per dimagrire. Intanto l’adorata figlia diciottenne ha deciso di sposarsi con un ragazzo simile al padre quand’era giovane. Basil lo considera un mostro e non si accorge, come gli fa notare un’amica, che anche lui un tempo era così. Non sveliamo il colpo di scena finale, davvero esilarante. Waugh ha qui disegnato l’autoritratto di un vecchio, di un inguaribile snob che si prende la rivincita sui giovani rampolli della Swinging London degli anni Sessanta, nei quali si specchia ma rifiuta di identificarsi.

Massimo Romano

 



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