Come Ezio Bosso ha riscoperto la luce

In una fredda mattinata di fine anno, poco prima delle nove, la città ancora addormentata, ho incontrato il maestro Ezio Bosso nel raccoglimento ovattato di uno dei caffè storici torinesi.

Quarantun’anni, compositore di fama internazionale, direttore d’orchestra, era venuto a Torino, sua città natale, per partecipare all’avventura del S.U.S.A. (Sentiero umano di solidarietà artistica e ambientale), promossa da Michelangelo Pistoletto, uno dei padri dell’”arte povera “ Il 21 dicembre 2012, alle ore 12.21, alla data che i Maya davano come fine del mondo, è partita dal capoluogo piemontese in occasione del Re-birth day, giorno della rinascita mondiale, una catena umana. Più di trentamila persone si sono prese per mano da Torino fino a Susa, per testimoniare come l’arte può salvare la natura e il mondo.

In questa occasione Ezio Bosso ha presentato nel Salone degli Svizzeri di Palazzo Reale «The things that remain» (Le cose che rimangono), un brano musicale che lui stesso ha composto ed eseguito al pianoforte in trio, accompagnato da due amici, Relja Lukic, primo violoncello del Teatro Regio, e Giacomo Agazzini, violino. C’è chi riconduce la sua musica alle avanguardie del minimalismo, ma il primo obiettivo di questo geniale artista, come lui stesso sottolinea, è quello di stabilire una comunicazione con chi ascolta, di esprimersi in un linguaggio accessibile.

Attualmente Ezio Bosso vive a Londra, dove è molto amato e stimato e dove ha combattuto la sua battaglia contro la malattia che lo ha sigillato nel suo corpo, nel buio e nell’immobilità, interrompendo dolorosamente la sua vita. Quando è riuscito con coraggio eroico ad uscire dal tunnel, ha ritrovato un sé stesso prima sconosciuto. Ha riscoperto segrete energie, una dimensione di vita nuova, come mi ha raccontato in un affettuoso, emozionante, colloquio.

Maestro che cosa è accaduto?

Tutto è cominciato il 21 giugno 2011, quando sono stato colpito da una grave malattia, in seguito all’asportazione di una neoplasia cerebrale. Ho dovuto stare per sei mesi al buio, fermo, non avevo più alcuna forza fisica. Allora è avvenuta in me una specie di metamorfosi, Tutto è cambiato. A cominciare dal concetto di tempo che diamo per scontato. Il tempo si è dilatato. Scendendo dentro la mia interiorità più profonda ho scoperto che siamo luce, tutto quello che vediamo è luce. E’ un concetto fisico che ho verificato rimanendo immobile nel buio.

E’ stato come entrare in una dimensione sconosciuta di vita ?

Solo oggi riesco a parlare della mia malattia, a cui si è aggiunta la sclerosi multipla. Desidero che la mia identità musicale rimanga a parte, rispetto alla mia condizione fisica. Non voglio condizionare chi mi ascolta. Vivo una sorta di loop temporale. Ogni giorno, quando mi sveglio, devo reimparare a parlare, ricordarmi come si parla. Agli inizi dicevo una parola alla sera e al mattino non sapevo più dirla, si perdeva nella notte, dovevo sempre ripartire da zero.

Come ha potuto sviluppare tanta energia ?

Mi considero un uomo fortunato. Ho la musica che mi ha dato la curiosità, la memoria, la passione del comunicare. Ho cercato di cogliere gli aspetti positivi di questa esperienza. C’è qualcosa di meraviglioso in chi, prigioniero di un corpo, lotta per riconquistarlo. Per ritrovare quelle corrispondenze fisiche che si sono come addormentate. In questo percorso interiore ho scoperto la forza imprevedibile dell’animo umano.

Nella riscoperta di se stesso che cosa lo ha colpito di più?

Ricongiungermi con fatti che non conoscevo, riscoprire la mia identità più vera e autentica. Nella sfortuna mi sono sempre posto delle domande, ho continuato a chiedermi come funzionavano le cose, come cambia la vita, come mutano le energie. Ho accettato spazi e tempi diversi.

Londra è ancora la capitale europea della musica?

Credo che l'offerta musicale sia tuttora la prima al mondo per la possibilità di incontri, per l'apertura accademica ai nuovi linguaggi musicali. Nell'ambito classico Londra ha sempre accolto e dato spazio ai compositori, pensiamo nel passato a Bottesini, Dragonetti, Rossini stesso. Nell’arte la sua tradizione è principalmente musicale. Nel mio caso è stato del tutto casuale: mi hanno offerto una residenza di compositore con il Royal Ballet. All'inizio non mi piaceva molto, poi abitandoci mi sono trovato bene, mi sono sentito ben accolto. Il mio pubblico principale è di lingua inglese, America, Australia, Sudamerica, Sudafrica. In senso culturale il Commonwealth esiste ancora. Ciò che esce da Londra ha una rilevanza, viene considerato un punto d'arrivo, è la capitale del mondo anglosassone. E’ stata la vita che mi ha portato lì.

L’esperienza che sta vivendo le procura un senso di pienezza interiore, è anche motivo di pace con sé stesso in tempi di infelicità diffusa? Ha un valore questa riscoperta del tempo che crea lei stesso?

E' il mio bisogno che crea la dimensione del tempo, il desiderio di controllo assoluto di tutto. Ricominciare, rigenerarsi, in fondo anche il pensiero cristiano è basato su questa consapevolezza, ma lo dimentichiamo spesso. Ricadiamo in una sorta di immobilismo. Si accetta il cambiamento interiore, ci sono i giorni brutti e quelli più belli nei quali si dimentica la propria condizione.

Lei ha vissuto la paura, un sentimento oggi più che mai dominante , che stravolge l’umanità. Come è riuscito ad esorcizzarla?

La paura tende a bloccare, crea diffidenza, ignoranza, immobilità. Ci riempiamo di oggetti, ma non per muoverci, per stare fermi, per avere delle àncore. Abbiamo sempre paura, è uno degli aspetti che ho dovuto affrontare nella malattia. Paura terribile di perdere tutto, perdere la parola, perdere la musica. La paura è parte del nostro percorso, un metodo di apprendimento. Chi, come me, ha problemi di parola e di mobilità non può permettersi di avere paura. Bisogna aprire gli occhi, anche se la paura esiste perché fa parte del nostro dna. La superiamo attraverso la fede, la bellezza dell’arte. L’arte è nata anche per vincere la paura. Bellezza dell’arte, bellezza della natura, colpo d’occhio, colpo d’orecchio, colpo di gusto, questo dovrebbe sviluppare e perseguire chi ha una responsabilità educativa.

In che misura l’attività di compositore l’ha aiutata nella risalita verso la vita?

Essere musicista classico è stata una fortuna. La musica è una disciplina, ha un potere taumaturgico. Oggi vedo la musica più nitida, anche se il comporre è ancora uno sforzo fisico, mi crea confusione nelle sinapsi. Mi aiuta molto lo studio dello spartito, tanto che ho ripreso tutte le partiture affrontate come direttore d’orchestra. Mi sono aggrappato con rispetto alla forma per ritrovare la mia dimensione. Sono un compositore cellulare, tendo allo sviluppo.

La sua esperienza di compositore è connotata da grande versatilità. Lei ha percorso i sentieri del teatro di prosa, collaborando con registi importanti come Malosti, Terracciano, nel cinema ha lavorato con registi come Salvatores e Tavarelli. Ha scritto le colonne sonore di diversi film, tra cui «Io non ho paura», poi la Sinfonia Oceans, presentata in prima assoluta al Teatro Regio di Torino e tanta musica da camera. Come vive questa versatilità ?

Oggi molti vogliono fare teatro, ricordiamoci che Sibelius scriveva intermezzi per la prosa. Negli anni Cinquanta del secolo scorso abbiamo cominciato a catalogare il compositore come colui che creava oggetti intellettuali a sé stanti . La musica è stata la mia fortuna perché mi ha fatto studiare mille altre cose, la filosofia, la meteorologia, il balletto. Mi ha fatto scoprire la fisica, mi ha messo in condizione di studiare me stesso.

Quali priorità nel comporre per il cinema, ad esempio per un regista come Salvatores?

Salvatores ha adeguato il film «Io non ho paura» al mio pensiero musicale. Ho scritto un quartetto d’archi in 14 parti traducendo i suoi desideri. Ora sto preparando un lavoro con David Tremlett, uno dei fondatori del minimalismo delle arti visive.

Qual è il fine prioritario del suo far musica ?

L’idea principale alla base del mio lavoro è l’essere umano. Io mi considero uno strumento della musica, l’esperienza musicale è un’esperienza umana, l’ho esplorata per essere un uomo migliore. Oggi ciò che mi sta a cuore è l’interscambio tra chi ascolta e chi suona; entrambi, ascoltatori ed esecutori, sono per me musicisti con funzioni diverse. E la musica diventa colloquio.

Giorgio Gervasoni

 



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