L'inferno del lager nei volti dei prigionieri

La mostra «Disegni di prigionia. Luigi Carluccio. 1943-1944-1945» allestita in questi giorni al «Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà» di Torino si può a buon diritto considerare «espressione della società civile» per la passione con cui è stata prodotta e allestita da organizzatori e collaboratori, per i valori che comunica, per il personaggio che ne è protagonista, per lo stile sobrio di comunicazione.

Luigi Carluccio, che fu critico d'arte a livello internazionale, durante la prigionia nei lager nazisti, dalla Polonia alla Germania, disegnò i volti dei suoi compagni di prigionia, che oggi per la prima volta sono esposti nella loro completezza. Sono 80 disegni eseguiti dal 1943 al 1945 nei vari campi in cui fu mandato, tra la Polonia e la Germania. 

Terminata la guerra, Carluccio non disegnò più e si dedicò alla critica d'arte. La passione per l’arte si era manifestata molto presto, quando, trasferitosi con la famiglia a Torino, era idealmente passato dalle visioni del sontuoso barocco leccese (era nato il 5 maggio 1911 a Calimera, in provincia di Lecce) a quello torinese, più lineare e leggero. Studente al liceo Massimo d'Azeglio, aveva cominciato a interessarsi all'arte moderna e a frequentare le mostre di pittura, quelle dei Sei di Torino alla Galleria Guglielmi di piazza Castello o quelle della Codebò in via Po. Nel 1934 cominciò a scrivere d'arte sulla rivista «Avvenire d'Italia», una delle poche non di regime, e nello stesso periodo fondò «Arte Cattolica» con Renzo Guasco, Luigi Barale, Raoul D'Alberto e Mario Olivetti.

Dal 1935 in avanti per lui, come per tanti giovani della sua età, era cominciato l'impegno militare, dall'Abissinia all'Albania alla campagna di Russia nel 1942-1943. Dopo l'8 settembre, come tenente di artiglieria alpina del II reggimento, gruppo «Bergamo» della divisione Tridentina, fu catturato dai tedeschi, che considerarono i militari italiani dei nemici da internare, a meno che accettassero di collaborare con la Repubblica sociale italiana (Rsi) o direttamente con la Germania. Hitler diede ai militari catturati in Italia, nei Balcani e nella Provenza lo status di «internati» (Italienische Militär-Internierte, sigla I.M.I.), condizione che li privava delle tutele  che la Convenzione di Ginevra del 1929 garantiva ai prigionieri di guerra; pertanto non ricevevano gli aiuti della Croce rossa internazionale e potevano essere impiegati nell’industria bellica

Quanti erano gli Imi? Per lo storico Claudio Vercelli, su un totale di 710 mila internati, i militari italiani che rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei tedeschi furono tra i 600mila e i 650mila. Solo in questi ultimi anni la vicenda degli Imi è entrata a far parte della storia della Resistenza. E a buon diritto, perché dire no al nazismo mentre si era in una condizione di inferiorità e soggezione non dovette essere facile, anche perché gli internati potevano constatare de visu i vantaggi di cui godevano i loro compagni che non avevano saputo fare il passo indietro. Ma il senso della dignità fu più forte della fame, del freddo, della fatica e dei maltrattamenti. «Bollati e trattati come traditori, in mani nemiche ci dichiarammo nemici», scrisse in termini lapidari Mario Negri, scultore, uno dei compagni di prigionia di Carluccio nel campo di Wietzendorf. Con loro erano internati altri italiani noti, tra cui Ettore Bonora, futuro titolare della cattedra di Letteratura italiana al Magistero di Torino, il filosofo Enzo Paci, l'attore Gianrico Tedeschi (l'unico ancora vivo), gli scrittori Raffaello Brignetti e Giovanni Guareschi, l'umorista, pittore e disegnatore Giuseppe Novello, il giornalista Stelio Tomei, che sarebbe stato suo collega alla «Gazzetta del Popolo», l'architetto Leone Pancaldi. Da questa unione di cervelli nacquero delle iniziative originali, che certamente aiutarono loro e gli altri internati a sopravvivere, a preservare e ad esprimere la loro umanità calpestata. A Wietzendorf  Luigi Carluccio fu tra gli organizzatori di una mostra di pittura, e in seguito, quando la sconfitta dei nazisti sembrava imminente, con Stelio Tomei organizzò un concorso letterario intitolato «Fine stagione», che aveva come premio una razione di pane.

Dopo gli anni di guerra, a Torino scrisse per il «Popolo Nuovo» e la «Gazzetta del Popolo»; diventato direttore artistico della galleria La Bussola, le diede una rinomanza internazionale. Sempre a Torino organizzò mostre memorabili: nel 1967 «Le Muse inquietanti» sui maestri del Surrealismo, nel '69 «Il Sacro e il Profano nell'Arte dei Simbolisti», nel '71 «Il Cavaliere azzurro», nel '73 «Combattimento per un'Immagine». Nel '79 fu nominato direttore del settore Arti figurative della Biennale di Venezia; la sua morte improvvisa il 12 dicembre 1981 a San Paolo del Brasile, dove si era recato per preparare la Biennale, non gli permise di completare l'opera; l'esposizione, che si sarebbe aperta nel 1982, si sarebbe dovuta intitolare «La faccia nascosta della luna».

Ma perché disegnare nell'inferno? «Si disegna, per continuare a vedere, a tollerare di vedere», risponde il critico d'arte Marco Vallora, che nei disegni di Carluccio trova un «tagliente inferno, dettagliato». «Carluccio disegna coscienze ed amnesie, consapevolezze ribelli e sonnolenze appannate». Vallora li chiama «brevi segni parsimoniosi» di «una vita che non ha più presa». «E questo zibaldone di schizzi, si risolve proprio in un diario di anonimità».

A parte il suo potente «Autoritratto» i personaggi non hanno un nome che li identifichi. Mario Negri ricordava le circostanze in cui li eseguiva: «S'aggirava silenzioso per le stube semibuie, ricolme come stalle di un fiato e di un caldo animale, in cerca di un soggetto, di un modello. Si sedeva accanto a qualcuno senza destarlo, se dormiva, senza parlare, se era desto». «La sua era una presenza che non infastidiva, perché aveva sulle labbra un sorriso che sapeva esser rassicurante, comprensivo, discreto e solidale». Di quei volti, colpisce lo sguardo, uno sguardo che non vede, rivolto al nulla. Il paesaggio intorno è scomparso, abbellimenti non ci sono, ci sono solo quei volti senza espressione, quei corpi abbandonati al sonno o alla malattia. Vallora nota che in quei disegni è assente il filo di un qualunque discorso, non c'è racconto. Infatti la realtà rappresentata è talmente indicibile che non c'è storia e la sobrietà del tratto è d'obbligo. Qui i dettagli sono rarissimi, resta l'eleganza dei segni tracciati su carta di recupero, fragile, chissà come procurata; tutti i personaggi ritratti sembrano usciti da gironi infernali e suscitano un'immediata pietà. «Disegnare non era e non poteva essere un passatempo». Bensì un rendere testimonianza. 

La Mostra «Disegni di prigionia. Luigi Carluccio 1943-1944-1945» è aperta al Museo diffuso della Resistenza  (corso Valdocco 4 a) a Torino.

Gianna Montanari

 



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