La guerra degli sfratti

A Torino nel quartiere di Barriera di Milano lo scorso 23 gennaio è stata quasi guerriglia urbana. Da una parte gli attivisti dei centri sociali col volto coperto in stile black-bloc schierati davanti ai portoni dei palazzi per difendere gli inquilini dagli sgomberi; dall’altra le camionette della polizia a fare lo slalom tra posti di blocco, materassi e cassonetti ribaltati sul selciato e, sullo sfondo, le saracinesche dei negozi abbassate. In mezzo, la disperazione delle famiglie sfrattate, molte straniere, che vivono con l’incubo dell’ufficiale giudiziario, al quale chiedere l’ennesima proroga.

Anche in zona San Paolo, tra via Monginevro e via Frejus, l’emergenza sfratti ha colpito duro. E mercoledì scorso gli uffici della Circoscrizione 3 di corso Peschiera sono stati addirittura occupati per un’ora e mezza da uomini e donne che hanno paura di essere sgomberate da un giorno all’altro, oltre ai giovani dei centri sociali che anche qui cavalcano la protesta.

Fin qui la cronaca. Ma dietro a ogni emergenza c’è anche una storia. Come quella di Monica, il nome è di fantasia, 42 anni, un marito in cassa integrazione a zero ore, e due figli piccoli da mantenere. Nell’aprile scorso, la ditta nella quale era impiegata dal 1994 è fallita, e si è ritrovata improvvisamente senza lavoro. «E’ stato uno schok. Prima ho provato rabbia: avevo sacrificato i miei bambini per il mio lavoro e adesso mi ritrovo sulla strada. Poi una sorta di rassegnazione: la crisi che ascoltavo al telegiornale aveva colpito proprio me. Poi il rischio di cadere in depressione: perdere il lavoro ha significato perdere la mia identità, le mie certezze, anche la fiducia in me stessa. Sono arrivata persino a chiedermi se ero stata una buona madre. Adesso mi è rimasta la paura, un senso di vuoto che mi spaventa: non so come pagare l’affitto e perderò la casa, quale futuro per i miei due bambini? Non si può vivere con 800 euro al mese. Siamo arrivati al punto di doverci chiedere “cosa pagare” e cosa no: prima la spesa per il mangiare, poi le spese per i figli dalla scuola alle medicine e poi, se avanza, l’affitto e le bollette. Il problema è che non avanza mai nulla».

Gli sfratti sotto la Mole sono diventati una vera e propria emergenza. Come dimostrano i fatti di cronaca e la storia, una tra le tante, raccolta tra le famiglie senza un tetto. «Morosità incolpevole», la chiamano. Nel 2012 la maggior parte dei quasi 4 mila procedimenti avviati dal tribunale sono infatti causati dalla crisi, dalla cassa integrazione, dalla perdita del lavoro, dalla disoccupazione. Trascurabile, in rapporto, il numero degli sfratti per scadenza termine del contratto di locazione, come invece accadeva una volta. I numeri parlano chiaro: nel 2012 gli sgomberi perché era scaduto il contratto sono stati 112, nel 2003 le famiglie che hanno dovuto cercare una nuova sistemazione perché si era ormai esaurito il rapporto con il padrone di casa erano state 660. Segno che oggi si tratta non solo di un’emergenza abitativa, ma di emergenza sociale. Per la prima volta il numero degli sfratti ha superato la soglia psicologica dei 3.500 provvedimenti in un anno, segnando un più 14 per cento rispetto al 2011. Ma se si guardano i dati sul grafico preparato dal Comune per fotografare il fenomeno dal 2003 ad oggi, si scopre che l’aumento in dieci anni è stato addirittura dell’80 per cento. La soluzione della “casa popolare” resta una chimera: a fronte di 8.500 richieste, solo poche centinaia di famiglie riusciranno ad ottenere un alloggio dallo Stato (al netto delle 800 circa che lo otterranno attraverso l’emergenza abitativa). E questo mentre Torino vive il paradosso di avere, a seconda delle stime, dai 35 ai 50 mila appartamenti vuoti.

Il paradosso di una città spaccata in due anche sul problema casa, con una fetta di popolazione ricca che dalla crisi esce ancora più ricca, e una fetta di torinesi, la più grande, che invece si impoveriscono e rischiano di cadere sotto la soglia della povertà, è stato sottolineato più volte in questi ultimi mesi anche dall’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia. Da qui l’appello lanciato di recente per allargare l’offerta della casa a canone convenzionato - ad oggi sono stati firmati una ventina di contratti gestiti dalla Fondazione Operti con il progetto «Mai più sfitti» - e l’iniziativa «Colletta per la casa» che sarà lanciata domenica 10 febbraio in tutte le parrocchie della città. Obiettivo: sostenere un contributo sufficiente ad allontanare per almeno sei mesi dal rischio di sfratto le famiglie in difficoltà a causa della crisi. I fondi raccolti saranno gestiti in ogni comunità attraverso la Caritas. Ha spiegato il direttore Pierluigi Dovis: «L’iniziativa è organizzata su base parrocchiale. L’idea è che la parrocchia deve uscire e andare sul territorio per diffondere l’annuncio del Vangelo. E quindi della carità». Come dire: tra parrocchia e territorio serve un’alleanza in nome della fraternità. In fondo, la parrocchia è «casa tra le case».

Alla base dell’iniziativa voluta da mons. Nosiglia, in sintonia con l’idea di prossimità a lui tanto cara, c’è la proposta di accompagnare la famiglia in difficoltà, facendosi vicini come parrocchia, interessandosi ai suoi problemi, passo dopo passo. Nel progetto poi c’è anche un’idea di mutuo aiuto. Se una comunità parrocchiale non individuasse realtà in emergenza sul proprio territorio, attraverso la Caritas potrà condividere la colletta con le comunità più bisognose. «La casa è un bisogno fondamentale», ha detto l’arcivescovo, «la nostra colletta aiuterà le famiglie più in difficoltà. Non è tanto una questione di numeri, ma dobbiamo dare un segnale alle persone e alle istituzioni perché di fronte a un problema così grave bisogna fare rete, tutti insieme, per prenderci cura di chi è in difficoltà». La diocesi oltre ai fondi raccolti attraverso la Colletta del 10 febbraio metterà a disposizione anche altre risorse aggiuntive per integrare situazioni di grave emergenza.

Di fronte all’emergenza che monta, dopo l’Sos lanciato l’anno scorso, quando la situazione cominciava a deflagrare (tra le cause le progressive riduzioni dei fondi da parte sia della Regione che dello Stato), anche il Comune ha messo in campo alcune iniziative per dare una mano alle centinaia di famiglie che rischiano di finire sulla strada: dai canoni concordati al recupero di immobili da destinare alla locazione di alloggi. Ultimo caso, il recupero di Cascina Falchera, che potrà garantire 120 appartamenti. Tra le proposte avanzate da alcuni consiglieri comunali anche quella di creare un «fondo straordinario salva sfratti» con l’aiuto delle fondazioni bancarie, ma anche quella di chiedere allo Stato e al Demanio la possibilità di utilizzare le ex caserme e le strutture libere in città per dare un tetto a chi è senza casa. Anche la Compagnia di San Paolo ha inserito tra le sue priorità l’emergenza sfratti e predisposto un piano d’azione per affrontarla. Da subito, ha detto di recente il presidente Sergio Chiamparino, ex sindaco della città, la Compagnia può attenuare l’emergenza con erogazioni mirate. Per il futuro ci sono alcune importanti ristrutturazioni di edifici nella zona tra Porta Palazzo e la centralissima via Milano: immobili che potranno essere utilizzati come residenze temporali, dove far pagare affitti calmierati. Poi c’è stata la creazione del fondo «Abitare sostenibile Piemonte» forte di 100 milioni che impiegherà in interventi di housing sociale per affrontare le emergenze, dare un tetto agli studenti e alle persone in difficoltà. Il futuro della città passa anche dalla capacità o meno di arginare l’emergenza sfratti.

Cristina MAURO



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