"La Chiesa si schiera là dove si forma l'uomo"

Almeno cinquanta domande per passare dalla «Porta stretta». Le poneva, man mano che parlava ai vescovi, e a tutti gli uomini di buona volontà, il cardinal Angelo Bagnasco, nei primi cinque anni della sua presidenza alla Conferenza episcopale italiana. In un libro, che nel titolo evoca il passo del Vangelo di Luca, sono state raccolte tutte le sue Prolusioni, quegli attesi “discorsi” di apertura tenuti nelle Assemblee generali e nei consigli permanenti della Cei, quelli che risuonano quattro, cinque volte all’anno nei titoli più o meno fedeli dei giornali, a capo di articoli che riportano  stralci non sempre significativi.

Chi non si è accontentato, o non andando alle fonti non le ha lette nella loro interezza, può tornarci su: le prolusioni di cinque anni della presidenza di Bagnasco stanno in quattrocento pagine (edizione Cantagalli) che concentrano altrettanti anni di storia ecclesiale e di storia d’Italia insieme. Anche grazie a quelle cinquanta e più domande c’è «un invito a tornare a pensare» ha detto a Genova monsignor Domenico Pompili, Comunicazioni sociali della Cei, presentando il libro ai giornalisti: «Paolo VI nella Populorum Progressio diceva: il mondo soffre per la mancanza di pensiero(…). Appiattiti sulle contingenze rischiamo di perdere quella capacità di tirarci fuori, ovvero di trascendenza». Ogni prolusione (come l’ultima, ancora, lunedì) è stata effettivamente un tirarsi fuori per guardare all’uomo e «a tutto ciò che ne valorizza l’umanità portandola a compimento, o al contrario, la minaccia (…), permettendo di percepire ciò che nella cronaca resta per lo più invisibile».

Il professor Piero Coda, nel suo saggio teologico di introduzione al libro, rende omaggio all’autore delle prolusioni chiedendosi: «Non attesta forse l’apostolo Paolo, con adamantina certezza, che ai discepoli è fatto l’incalcolabile dono del “pensiero stesso di Cristo?». E sembra davvero lo «sguardo di Dio sul mondo» quello di chi sostiene che: «Questa stessa Italia, nostra Patria, chiede a tutti un supplemento di amore, (…) un amore capace, nel discernimento sapiente, di inglobare pure le ragioni diverse dalle proprie» (prolusione settembre 2009).

Aiutano nel discernimento, come si diceva, le molte domande che Bagnasco pone  nei suoi discorsi. E’ stato lo stesso Pompili a provare a contarle: «Colpisce la fitta serie di domande che ritmano il suo pensiero», ha commentato, «(…) e risvegliano l’interrogazione profonda dell’uomo. (…) Stanare le effettive domande degli uomini, sembra essere uno degli obiettivi delle prolusioni del Cardinale». Un atteggiamento molto «conciliare», certamente segnato dalle domande di senso della Gaudium et spes (n. 10): «Cos'è l'uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso? (…)». Domande che segnano uno stile: lo stile della persona stessa, da quando Angelo Bagnasco stava in mezzo ai giovani scout della sua parrocchia, e immutato attraverso i suoi ruoli pastorali fino alla presidenza dei vescovi. Uno «stile fatto di misura e pacatezza», che fa trapelare quella che il direttore delle Comunicazioni sociali, citando il beato Newman, chiama «luce gentile».

Una luce che è «slancio, sguardo in avanti, entusiasmo», secondo Piero Coda, che ammira la capacità di Bagnasco di «offrire un’impregiudicata fenomenologia dell’oggi e della sua crisi, ma anche di scavarne con attenzione le radici e di ponderarne con giudizio la portata». Da tutto questo sprigiona il fascino dell’annuncio di Gesù, «letteralmente», dice Coda, «Vangelo».

O insieme o niente, ha ribadito il Cardinale ai giornalisti: per questo anche il discernimento che tesse tutte le prolusioni, per essere evangelico, non può avvenire senza un «noi». Il «noi della Chiesa» scrive Bagnasco nella sua presentazione, sottolineando la collegialità: le prolusioni sono mie, dice, però «non sono frutto di una riflessione astratta e solitaria, ma la voce di una Chiesa che, proprio a cominciare dai suoi Pastori, è una Chiesa che ascolta, che è capace di vedere, incontrare, parlare; che sta con la gente e tra la gente, cercando di capire e farsi capire».

Sta dentro al vissuto e parla, la Chiesa, senza che sia ingerenza: «La Chiesa», dice Bagnasco, «è sempre un popolo». E’ il Popolo di Dio del Vaticano II: «Nel mio servizio peraltro», afferma il cardinale genovese, «avverto di essere l’eco di molti, spero di tutti». La Chiesa immersa nella vita, come si dice nella prolusione del maggio 2010, «è invitata a respirare al ritmo del mondo», e interpreta il tempo presente «contestando i miti dominanti che portano non alla felicità, ma a deserti tristi e disumani».

Fino ad arrivare a oggi: «Siamo entrati in una fase inedita della vicenda umana» (prolusione del gennaio 2012) (…) e la stessa categoria di “crisi” suona inadeguata e inefficace». Già due anni prima il presidente Cei si era chiesto: «Non è che la nostra generazione vive, tutto sommato, ancora di rendita, mentre le scorte si vanno esaurendo, anzi in varie situazioni sono già esaurite?». Aveva intitolato quella prolusione: «Allungare il passo».

Ed ecco, allungando il passo, il passaggio per la «porta stretta», passaggio «che può felicemente avvenire», come dice il professor Piero Coda, perché il «soggetto unitario plurale», che la comunità ecclesiale è ormai capace di esprimere a livello culturale e sociale può interloquire e incidere nella società civile. Passare dalla porta stretta si può, con quella che Bagnasco chiama «bussola interiormente adottata dai cattolici», che attinge a un «giacimento valoriale ed esistenziale».

Siamo dunque ricchi e non lo sappiamo, oppure sperperiamo. E invece siamo chiamati a farci minatori, e scavare, portare alla luce e poi mettere a servizio: ora più che mai anche in politica. «La Chiesa non cessa di raccomandare ai giovani e all’intero laicato non solo la strada del volontariato sociale, ma anche della politica vera e propria, nelle sue diverse articolazioni, quale campo di missione irrinunciabile e specifico». («Crescere in una fede pensata», prolusione settembre 2009).

Chi vorrebbe la Chiesa chiusa nelle sacrestie e non immersa nella «compagnia degli uomini» può stracciarsi le vesti se, specie a ridosso delle elezioni, le parole del presidente dei Vescovi invitano alla chiarezza dei programmi e delle intenzioni: lo ha fatto ancora a Genova la settimana scorsa. Di più: «La Chiesa si schiera», ha detto. Immaginiamo, e accade continuamente, un titolo così, in prima pagina. Poi vai a leggere e, se vuoi, capisci: la Chiesa si schiera, ha spiegato Bagnasco, «con quei “fondamentali” che fanno l’umano, e che una società distratta come la nostra, e a volte un po’ ideologizzata, sembra o dimenticare o non considerare come fondativi».

E ha continuato parlando dell’inizio e della fine della vita e ponendo ancora domande: «Se  non teniamo fermi questi due momenti, e tanti altri, dove la vita è più fragile e indifesa perché uno magari non ha più la voce, o non ha ancora la voce, per affermare se stesso, come potrà lo Stato essere giusto? E se non difende e promuove e valorizza la famiglia, che è il grembo naturale della vita, fondata su matrimonio tra uomo e donna in cui il bambino è concepito e nasce e cresce e si educa nella ricchezza complementare delle differenze, su quali basi si reggerà poi la nostra società? Qui c’è il fondamento antropologico della persona e della società, tutto il resto è conseguenza».

La Chiesa, che agisce nell’immediato con la sua rete di carità e solidarietà, deve avere anche una prospettiva lungimirante, ricordando alla società distratta ciò che è  fondamentale. «Questo», dice il card. Bagnasco come riassumendo anche tutte le sue prolusioni, «questo è il nostro schieramento».



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