La lunga gioventù di Arturo Paoli

Gli occhi di Arturo Paoli sorridono. Nonostante la schiena curvata dall’età e il bastone su cui si appoggia camminando, aver compiuto cent’anni non gli impedisce di continuare a guardare avanti.

Questo prete che ha attraversato un secolo di storia tra l’Italia, il Nord Africa e l’America latina è tornato da alcuni anni nella sua città di Lucca e riesce ancora a osservare la realtà in modo fiducioso, anche perché da tempo ha scoperto «il segreto di quei pochi che riescono a non invecchiare». È evidente, sostiene, che «nessuno può arrestare il progresso o il regresso fisico. Quel che è importante è mantenere la gioventù intellettuale. Il segreto è uno solo: legare la propria vita, e quanto costituisce il vero nucleo della propria vita, alla storia, al futuro».

Non è stata una scoperta semplice. Paoli, anzi, ha pagato di persona la tenace volontà di essere coerente al Vangelo. Ordinato nel 1940, insieme a tre altri preti nascose e organizzò la fuga di oltre ottocento ebrei braccati da fascisti e nazisti. Nominato vice assistente centrale della Gioventù cattolica nel 1949, fu spinto alle dimissioni per essere stato tra coloro che immaginavano una Chiesa più attenta all’annuncio cristiano e meno preoccupata di intervenire nelle scelte politiche italiane: insieme al presidente della Giac, Mario Rossi, e ad altri giovani dirigenti cattolici, si era decisamente opposto all’“operazione Sturzo”, in quanto riteneva che l’accordo tra Dc, Msi e monarchici per le elezioni amministrative a Roma del 1953, patrocinato da eminenti personaggi vaticani, fosse un errore pastorale, prima ancora che politico. In Argentina, dove approdò nel 1960 dopo essere stato accolto nella comunità dei Piccoli fratelli di Charles de Foucauld, arrivò a una più radicale maturazione, con la decisione di legare in modo inestricabile l’annuncio del Vangelo alla sorte dei poveri e dei giovani: per questa scelta, che era inevitabilmente religiosa e politica, fu condannato a morte durante la dittatura militare argentina e fu costretto nel 1974 a rifugiarsi in Venezuela.

«Gesù non è venuto per salvare l’anima come primo intento della sua esistenza; ma per liberare le relazioni umane e costruire quello che chiama il “Regno di Dio”», scrive adesso Arturo Paoli, indicando in questo punto l’essenziale della sua esperienza umana e cristiana. Nel suo libro «Dialogo della liberazione», uscito nel 1969 e ripubblicato ora da Nino Aragno Editore, con una documentata introduzione di Sergio Soave, storico dell'Università di Torino, è possibile ritrovare il percorso che lo ha portato a questa maturazione. Vi si percepisce chiaramente, però, anche altro: la tensione di discussioni condotte nelle comunità di base, i fermenti del Concilio vaticano II, l’indignazione per i soprusi del potere economico, le esperienze politiche latinoamericane e le dure repressioni armate, la speranza fortissima di poter cambiare la realtà, una spiritualità radicata nella concretezza della vita quotidiana e le lotte per difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna.

Quel libro, scritto «impetuosamente», nei barrios e nelle capanne ai margini della foresta, tra una riunione di giovani e una messa insieme ai boscaioli, con i capitoli trascritti e spediti in maniera avventurosa tra il Sudamerica e Brescia (il primo editore fu la Morcelliana), ha significato molto, e non soltanto nella vita di Paoli. Tra gli oltre suoi cinquanta volumi editi, «almeno una decina di opere potevano aspirare ad essere “il libro” da ripubblicare. Ma sul fatto che “Dialogo della liberazione” sia l’opera maggiore di fratel Arturo non sembrano esserci dubbi», sostiene Sergio Soave nella sua introduzione. «È situato lì, nel bel mezzo di un cinquantennio di inesausta produzione. Raccoglie e compendia tutti i motivi della sua precedente, ricchissima elaborazione e segna una strada su cui molti altri cammineranno, comprese le successive opere dell’autore che pure aggiungeranno, talora, sostanziali varianti». Quel libro, tradotto subito in numerose lingue e letto con passione soprattutto da giovani alla ricerca di un senso nuovo da dare alla fede cristiana, è tra le opere da cui ha preso avvio la “teologia della liberazione”, che tra acuti contrasti ha segnato la riflessione e la prassi della Chiesa latinoamericana dei decenni successivi.

Per Arturo Paoli la liberazione è «un cammino verso la verità», intesa però non soltanto come «l’adesione volontaria dell’intelligenza ad una realtà che è fuori di me», ma come un percorso, che va alla radice dell’esistenza e sovverte i criteri soliti di giudizio. Non si è liberi quando si scarica la responsabilità delle proprie azioni dietro il rispetto delle leggi, quando si fugge dalla realtà e ci si rifugia in uno spiritualismo evanescente, quando le relazioni con gli altri sono vissute nel segno della sopraffazione e la politica diventa uno strumento di dominio. La vita e la morte di Gesù sono state per «la liberazione di tutto il popolo» e nel suo sacrificio vi sono la realtà e la promessa dell’amore che si compirà soltanto «nell’incontro finale». Il «dare la vita per gli altri, con la finalità di migliorare il mondo, di fare avanzare il mondo, verso la libertà e l’amore» è dunque la traccia lasciata da Cristo perché gli uomini e le donne trovassero la strada per dare un senso alla propria esistenza. Sotto questa luce, tutto ciò che è umano, secondo Arturo Paoli, può diventare occasione di liberazione, dalle minute scelte quotidiane alla politica internazionale.

E proprio sulla questione del potere il discorso di Paoli diventa ficcante: «La democrazia è prendere e guardare le decisioni politiche dall’angolo visuale del popolo e non dell’oligarchia, o del denaro. È un problema di prospettiva che cambia completamente la sostanza delle decisioni». Non si tratta di agire per gli altri, come una gentile e forse anche generosa concessione, ma con chi vive la storia. Arturo Paoli, guardando la situazione dell’America Latina, scriveva che la democrazia è «decidere del popolo, dei poveri, degli operai non arbitrariamente, dall’alto, ma con loro. […] Se la democrazia vuol dire potere di popolo, bisogna che il popolo si prenda questo potere e imponga a me di guardare le cose da questa parte». E concludeva: «Così l’amore politico di un cristiano non deve distinguersi da quello di una persona non cristiana se non in questo: conservare la prospettiva di Cristo, il suo punto di osservazione». Si tratta della solidarietà con i miti, gli inermi, quelli che subiscono violenza, «solidarietà con le loro decisioni, con le loro scelte, con la loro lentezza. Non precederli, seguirli; non imporsi, lasciarsi imporre. E non per una specie di falsa umiltà; ma perché questa decisione spetta a loro». Non è una sfida da poco, ieri come oggi: si tratta di guardare la storia dalla parte dei margini, perché lì si annida il futuro.

Marta Margotti

 



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