Dante: mirabile visione

Che cosa intende dire san Paolo quando scrive, nella prima lettera ai Corinzi: «Vediamo, ora, come in uno specchio, per speculum in aenigmate?». Oggetto della visione è senza dubbio Dio, l'Assoluto, nella seconda ai Corinzi si legge infatti: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo la gloria del Signore...».

Il passaggio dalla vita alla morte è una crescita, una sorta di ascesa, somiglia al passaggio dall'infanzia all'età adulta: «Quando verrà ciò che è perfetto, ciò che è imperfetto scomparirà». Avremo, allora, una visione diretta dello Spirito da cui proveniamo e a cui torniamo, mentre finché siamo in vita la visione è solo di natura speculare.

A questa visione ci porta il bellissimo libro di Giovanna Ioli che riprende fin nel titolo l'immagine paolina: «Per speculum, da Dante al Novecento» (ed. Jaca Book, pp. 272, euro 22,00): un libro dal vasto impianto esegetico, vario nei contenuti, penetrante nelle analisi, elegante nelle formulazioni e ricchissimo di suggestioni e di stimoli. E' un tema, quello dello specchio, che certo molti altri hanno già studiato (si pensi al famoso libro di Jurgis Baltrusaitis), ma che ora la Ioli estende ad ambiti e autori mai studiati, sinora, secondo questa prospettiva. Giovanna Ioli è tuttora, nella vita letteraria piemontese dei nostri anni, un punto di riferimento e quasi una sorta di istituzione: chi non ricorda la parte da lei avuta nella rivista «Sigma», messa in piedi anni or sono dai vari colleghi della Facoltà di Lettere torinese, o le sue doti di “organizzatrice di cultura”, di ispiratrice di convegni e incontri, di varie pubblicazioni o miscellanee di studi?

Sono meriti, d'altronde, che rischierebbero di trasformarsi in un arido elenco se non si saldassero non solo alla qualità intellettuale di una studiosa d'eccezione, appassionata di Dante e di Montale (autore sul quale ha pubblicato ben due monografie), di un'allieva di Giovanni Getto e di Angelo e Stefano Jacomuzzi, dell'autrice affascinante di opere narrative legate al tema del viaggio, ma anche alle squisite qualità dell'anima, alla fraterna solidarietà che ha sempre dimostrato a chi condivide con lei interessi, inquietudini, aspirazioni, al vivo senso dell'umano e del divino, doti che si risolvono in una scrittura di cui Claudio Magris, nelle pagine introduttive, ha ragione di elogiare la «volatile delicatezza» e l'«incantevole levità».

Il primo saggio del libro riguarda Dante, ed è una sorta di epifania. L'idea paolina trova infatti, nella poesia dantesca, il suo primo, stupefacente esito: la «mirabile visione» non può non tradursi in un nuovo linguaggio, sopperire alla difficoltà di rendere l'ineffabile. Dio è luce e tale luce «si riflette sugli specchi delle creature celesti»: di quella luce, per altro, il poeta sa bene che non saprà, con la sua scrittura, che rendere una pallida ombra, così come gli sarà difficile, dice sempre la Ioli, «decifrare i segni del divino», farli cogliere pienamente. E' un'idea, questa, che ci riporta al tema paolino dell'enigma: nell'insieme, infatti, l'immagine dantesca dello specchio allude ad una specularità che è insieme presenza piena di Dio e difficoltà di accedere ad una sua visione diretta e integrale, a una visione che non sia un semplice riverbero, un pallido riflesso e di cui rimanga traccia nella memoria.

Ma l'idea speculare si ritrova, nel libro, anche ad altri livelli, ad esempio quello degli autori che si riflettono in personaggi che sono il loro double e che Giovanna Ioli studia con dottrina e acume, Foscolo e Jacopo Ortis, Pirandello e il fu Mattia Pascal, e noi potremmo aggiungere Henri Beyle, che si sdoppia due volte divenendo prima Stendhal, poi Henri Brûlard. Oppure Proust, che si sdoppia nel personaggio che nella «Recherche» racconta la sua storia e dice «io». Si situano su questa linea anche i brillanti saggi su Svevo, su Quasimodo e su altri autori. Più centrale, a nostro giudizio, è per altro un'altra forma di specularità che la studiosa esplora con una passione letteraria che è anche una fervida inquietudine esistenziale, ed è la specularità che si risolve nella ripresa di immagini, lessemi, idee poetiche già svolte e trattate da altri, la specularità intesa come rifrazione di autori in altri autori, di testi in altri testi.

Si pensi alla frase che viene attribuita a Picasso: «Quando dipingo, ho l'impressione che tutti i pittori del passato dipingano con me». E' come se gli autori trovassero nella scrittura di quanti li hanno preceduti dei modelli e dei parametri alla luce dei quali meglio conoscere se stessi, se intendessero, specchiandosi in altri, dare di sé un'immagine riflessa più nitida e più profonda di quella reale. E' la specularità che dà luce e prospettive pluridimensionali alla creazione letteraria e poetica: un «gioco di rispecchiamenti», ad esempio, che la studiosa rintraccia con sottile acutezza nelle «Ultime lettere di Jacopo Ortis»: si coglie nel Foscolo, dice, «l'assunzione continua di materiali linguistici appartenenti ad autori e opere di ogni tempo», da Omero a Plutarco a Saffo, dalla Scrittura a Dante e a Shakespeare, da Goethe a Sterne, ad Alfieri, agli autori settecenteschi di romanzi epistolari. La sua, dice l'autrice con felice formula, è una «tecnica musiva».

Ma dopo, quello dantesco, i saggi più affascinanti per noi sono i due che riguardano Montale: il secondo ripercorre la tecnica della citazione dantesca che è rintracciabile nella lirica montaliana: saggio illuminante e spesso assolutamente imprevedibile. Il primo, in fondo, racchiude forse la chiave di tutto il libro: lo specchio, per Montale, «risolve in sé la possibilità dell'apparizione e del miracolo». Chi non ricorda, ad esempio, la lirica «Forse domani andando...?». O l'altra, che termina: «Se un'ombra scorgete...», o quella che inizia: «Cigola la carrucola...»? In tutte affiora l'idea dell'immagine riflessa, dell'improvvisa apparizione che d'un tratto scompare, dell'ombra che accompagna il reale. Nel poeta, il luccicare di scaglie di mare diventa il luogo del mistero, il riverbero si risolve in un riflesso atemporale, la rifrazione rompe gli argini del tempo presente e dello spazio circoscritto, proietta verso l'eterno e l'infinito.

Vero è che questo percorso si svolge per tappe che la studiosa indaga con talento discriminativo: all'inizio è in Montale un residuo simbolistico e descrittivistico di matrice almeno in parte francese, poi il poeta viene scoprendo che al di là del reale c'è una verità da afferrare, un azzurro da cui ci separa solo un sigillo: un azzurro, dunque, diverso da quello che non dà pace alla fantasia di un Mallarmé, poiché quel sigillo ne impedisce la piena percezione. E' un percorso lungo, in cui luci e tenebre, miraggi e ombre si alternano, in cui, tra la vita e la morte, pare si scopra una terza, eletta via. Sottili analisi, distinzioni, definizioni: ci pare che il modo migliore di concludere su questo punto sia ricorrere alle parola della stessa studiosa: «La funzione principale degli specchi montaliani non è quella di rispecchiare gli oggetti visibili, ma piuttosto quella di manifestare l'invisibile, di rivelare la possibilità salvifica annidata nel reale». Lo specchio diventa, così, un modo di avvicinarsi al sovrumano, secondo una prospettiva metafisica cui ci orienta l'ambiguità, la duplicità del fare poetico.

Lionello Sozzi



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