Attenti alle promesse

Appare estremamente difficile una valutazione delle prospettive dell’economia nel 2013, a livello interno e internazionale, prescindendo dall’evoluzione del quadro politico dei maggiori Paesi e, in alcuni di essi (in primis Germania e Italia), dalle imminenti scadenze elettorali.

Ciò premesso, si può affermare con sicurezza che nell’anno appena iniziato la crescita globale sarà ancora ampiamente trainata dalle grandi economie asiatiche, anche se, per quanto riguarda la Cina, è presumibile che verranno confermati ritmi espansivi minori di quelli a due cifre registrati fino a pochi anni fa. D’altra parte, anche nel caso dell’emergente colosso asiatico, il 2013 sarà il primo anno in cui la nuova leadership politica delineatasi in occasione del recente congresso del Partito comunista cinese verrà messa alla prova, ed è probabile che si usi molta cautela nell’intervenire su un meccanismo che finora ha funzionato complessivamente bene, ma che resta, soprattutto sul piano finanziario, estremamente delicato e non privo di fattori di rischio.

Quanto agli Usa, di cui più diffusamente si tratta in altra parte del giornale, il confronto politico sul cosiddetto “baratro fiscale” si è risolto per così dire all’italiana, con un sostanziale rinvio dei dossier maggiormente scottanti. Sono stati evitati gli aumenti automatici delle aliquote fiscali e i tagli di spesa che sarebbero scattati in caso di mancato accordo, ma si tratta sostanzialmente dell’unico dato positivo. Come è stato autorevolmente rilevato dal Fondo monetario internazionale, la stabilizzazione della finanza pubblica della maggiore economia del pianeta è ancora molto lontana dall’essere raggiunta, e nelle condizioni attuali il trend del rapporto tra debito pubblico Usa e Pil resta esplosivo.

Considerando le responsabilità politico–militari che gli Stati Uniti si sono assunti a livello internazionale come superpotenza e il ruolo estremamente rilevante giocato da soggetti esteri (in primis Cina, Germania, Giappone e paesi Opec) nel finanziamento del debito Usa, emerge con grande chiarezza un collegamento a lungo termine tra la sostenibilità del debito in oggetto e l’evoluzione del confronto strategico e geopolitico tra le maggiori potenze nei prossimi decenni. Ci si può infatti ragionevolmente domandare fino a quando la Cina, che ha tutto per essere un competitor globale degli Usa a livello politico, sarà disposta a finanziare la proiezione della potenza militare statunitense a livello mondiale. Per quanto riguarda comunque il 2013, è presumibile che almeno per la prima metà dell’anno gli Usa risentano dell’incertezza legata alla necessità di dare una soluzione meno precaria al problema della sostenibilità del budget federale, e che quindi la crescita subisca quantomeno un certo rallentamento.

Quanto al nucleo forte dei grandi Paesi della Ue, con la parziale eccezione del Regno Unito, il 2013 sarà tutto in salita e, almeno per il primo semestre, le possibilità di crescita dipenderanno unicamente dalla capacità di cogliere le occasioni offerte dal perdurante sviluppo delle economie emergenti. La stabilizzazione finanziaria è stata e rimane indispensabile, ma le sue conseguenze negative sulla dinamica della domanda e dei livelli di attività sono altrettanto inevitabili. La stessa Germania, come chiarito fuori dai denti da Angela Merkel in occasione del discorso di fine anno, si attende un 2013 molto difficile, considerando l’inevitabile rallentamento legato alla caduta delle esportazioni tedesche verso i Paesi europei maggiormente impegnati nell’azione di risanamento finanziario. Ciò sarà parzialmente compensato dall’ottimale posizionamento delle imprese tedesche nei Paesi ove la crescita si manterrà ancora vivace nel 2013, con particolare riferimento all’area asiatica e alla Russia.

Per quanto riguarda il nostro Paese, il 2013 non potrà che essere condizionato in misura estremamente rilevante dal bassissimo livello di attività che l’anno appena concluso ha lasciato in eredità. Un livello di attività legato a fattori strutturali di bassa crescita (insufficiente produttività, posizionamento internazionale da rivedere, incrostazioni burocratiche e alti costi dell’amministrazione) ai quali sì è aggiunta la mazzata del risanamento che il governo Monti è stato costretto a concentrare in tempi brevissimi, per evitare una fuga dal debito sovrano della Repubblica, che negli ultimi mesi del 2011 appariva molto più di una semplice possibilità.

Aver rimandato troppo a lungo la stabilizzazione dei conti ha obbligato l’esecutivo a intervenire senza troppi riguardi e soprattutto sul fronte delle entrate. I provvedimenti oggi maggiormente oggetto di discussione a livello di campagna elettorale, ossia l’introduzione di un prelievo patrimoniale sugli immobili (perché in ciò consiste l’Imu) e la riforma delle pensioni, hanno rappresentato la cartina al tornasole della nostra volontà di risanamento e il complesso dei provvedimenti adottati ha accresciuto la fiducia dei mercati nell’affidabilità del debito dello Stato e delle imprese italiane, determinando una fortissima riduzione dei costi del loro finanziamento. La riduzione ben al di sotto dei 300 punti base del differenziale tra il rendimento chiesto dal mercato per finanziare il debito italiano rispetto a quello tedesco comporta, se mantenuta e possibilmente consolidata, un risparmio di risorse estremamente rilevante per il governo, le imprese e le famiglie.

Cento punti base di spread in meno significano, a regime, venti miliardi di euro in meno di spesa per interessi da parte del Tesoro, che potranno essere destinati a un più rapido abbattimento del debito (che provocherà ulteriori diminuzioni del suo costo) e alla rivitalizzazione degli investimenti nei settori–chiave delle infrastrutture, della ricerca e della formazione. Analogamente, il minor costo dei debiti delle imprese e dei mutui delle famiglie libererà, in prospettiva, risorse per gli investimenti e per una ripresa della propensione a spendere. Il recentissimo accordo sulla revisione delle regole di Basilea 3 potrà in questo senso porre le banche in condizione di mettere più credito a disposizione delle imprese e delle famiglie in una fase di tassi decrescenti.

E’ peraltro inevitabile che, come per tutte le maggiori economie esportatrici europee, almeno per la prima metà del 2013 la dinamica del Pil resterà tendenzialmente negativa e l’unico sostegno significativo verrà dalla capacità di esportare verso le economie emergenti. Solo a partire dalla tarda primavera, secondo le più accreditate previsioni, cominceranno a manifestarsi concreti segnali di ripresa delle componenti interne della domanda. Ciò, alla luce dell’imminenza delle elezioni e del cambio di governo, solleva un ovvio interrogativo connesso, per il nostro Paese, alla continuità dell’azione di risanamento e al rischio che per dare seguito a incaute promesse elettorali o per accelerare la ripresa, si ritorni ad una politica orientata alla spesa e si abbandoni il rigore che ha caratterizzato i tredici mesi del governo tecnico.

A questo proposito, sarebbe opportuno prestare più attenzione al fatto che, Agenda Monti o no, vittoria di uno schieramento o di un altro, dalla primavera 2011 (ancora all’epoca dell’ultimo governo Berlusconi) alla fine del 2012 il nostro legame con l'Europa è divenuto sempre più forte. Con il fiscal compact, la classe politica italiana ha abbracciato il "vincolo" europeo. Aveva cominciato il governo Berlusconi-Tremonti e ha continuato il governo Monti. Il pacchetto delle nuove e stringenti regole cui l'Italia si è adeguata è passato in Parlamento. Il pareggio di bilancio è entrato in Costituzione. La riduzione del debito pubblico per arrivare in vent’anni al 60 per cento del Pil (come richiesto dal Trattato di Maastricht) è un preciso obbligo, con tutto quello che ne consegue in termini di continuità dell’aggiustamento, per chiunque uscirà vincente dalle elezioni. Il resto sono chiacchiere e propaganda da talk-show preelettorale.

Antonio Abate

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016