La politica sulla strada dell'assurdo

A essere precisi e onesti è bene ricordare, a questo punto della crisi politica del Paese, che «il nostro tempo» è un settimanale cattolico. In quanto tale, deve innanzitutto tener conto del giudizio che la Chiesa ha dato finora su quella crisi.

In particolare, può e deve riferirsi a una frase molto chiara e incisiva dell’intervista concessa dal cardinale Bagnasco, presidente della Cei, al «Corriere della Sera»: «Il momento presente richiede di continuare a concentrarsi sui problemi prioritari dell’economia, sul modo di affrontare la drammatica questione del lavoro e sulla lotta alla corruzione. Da questo punto di vista, sarebbe un errore in futuro non avvalersi di chi ha contribuito in modo rigoroso e competente alla credibilità del nostro Paese in campo europeo e internazionale, evitando di scivolare verso situazioni irreparabili».

Difficile equivocare su queste parole. Ed è da queste che si può e si deve ripartire analizzando una fase della politica italiana che ha del fantascientifico: il leader di un governo di tecnici, che sta lavorando da un anno, fra difficoltà difficilmente immaginabili da chi, pur vivendo questo momento e sopportandone i sacrifici, non ha una conoscenza perfetta dei dati che lo compongono e soprattutto delle prospettive che ne emergono, annuncia le proprie dimissioni in termini brevissimi, le poche settimane che ci dividono dallo scioglimento delle Camere e dalle elezioni.

Perché lo fa? Perché uno dei partiti che lo sostengono da tredici mesi ha deciso che la sua «stagione è finita» e che bisogna andare alle urne. Per eleggere chi? Possibilmente, si augura quel partito, il medesimo ex primo ministro Silvio Berlusconi, che, dato l’aumento irresistibile e quotidiano dello spread fra i nostri titoli di Stato con quelli della Germania, nel novembre del 2011 lasciò Palazzo Chigi, ormai impotente di fronte alla crisi; così come, dal 1994 in poi, non aveva fatto altro che dimostrare la propria incapacità esistenziale a governare un Paese in rapido declino.

E’ molto difficile pensare, oggi, a quanto gli storici stabiliranno in futuro a proposito delle dimissioni di Mario Monti da primo ministro. Decisioni come queste vanno rispettate, perché coinvolgono il carattere delle persone, e su questo non si può discutere. Si può però osservare che altri, nelle medesime circostanze e con non minori qualità professionali, ma di diverso carattere, avrebbero forse accolto la decisione annunciata da Angelino Alfano in Parlamento a nome del Popolo della libertà con meno disgusto, con più rispetto verso la propria dignità personale e maggiore considerazione per i rischi finanziari della comunità nazionale (colpita immediatamente, alla riapertura delle Borse, lunedì 10 dicembre, dal rialzo di 30 punti dello spread e dal ribasso del 2,2 per cento delle azioni a Piazza Affari di Milano).

Detto questo, va anche riconosciuto che in questi tredici mesi il governo dei tecnici, accanto a una forte, utile accentuazione del rigore economico-finanziario (come ricorda bene Giovanni Zanetti nella pagina che segue) ha pure commesso qualche errore. Ad esempio, come si legge più avanti in questo stesso numero de «il nostro tempo», non ha ritenuto di dover rispettare la natura costituzionale delle scuole paritarie, no profit e anzi enormemente vantaggiose per la finanza pubblica, che risparmia, grazie alla loro presenza, migliaia di miliardi di spese per la pubblica istruzione. Nessuno è perfetto, viene da aggiungere banalmente, ma se si tiene conto delle condizioni in cui Monti ha governato in questo terribile 2012, si può tranquillamente osservare che nessun altro, in Italia (e nella stessa Europa, come si vede ogni giorno) avrebbe fatto meglio.

Fra un paio di mesi gli italiani andranno alle urne, e nessuno deve fidarsi, adesso, dei sondaggi, visto che non si sa né con quale legge si voterà, né come saranno divise le forze in campo, né, soprattutto, se Mario Monti sarà o non sarà della partita. Le sue decisioni influiranno fortemente su quel settore della pubblica opinione, una volta chiamato “di centro” e “moderato”, al quale si annetteva tradizionalmente gran parte dell’elettorato cosiddetto “cattolico”. Qui accanto le riflessioni di Antonio Airò aiutano i lettori a capire.

In conclusione, ci preme tornare all’intervista del cardinale Bagnasco, che, citando la lotta alla corruzione insieme ai problemi prioritari nell’economia del Paese, ha osservato fra l’altro: «La richiesta corale di riforma della politica, pur essendo un processo complesso, richiede inevitabilmente anche la riforma dei partiti e del personale politico. (…) Partecipare alla vita politica del Paese esige una dignità reale e la capacità di decidere con lungimiranza quale è il vero bene di tutti, a cominciare dai più deboli». Esattamente l’opposto di quanto, purtroppo, si sta forse per verificare, per la ventesima volta in quasi vent‘anni: l’esito massimamente e puntualmente egocentrico di una contesa elettorale che si svolgerà all’ombra di tutto quanto sta accadendo in giro per l’Italia, soprattutto nei tribunali.

Beppe Del Colle



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016