Il Presidente non si intercetta

Ne avevamo parlato in settembre, quando era “esploso” il caso: le intercettazioni “casuali” (così è stato detto) delle conversazioni del Presidente della Repubblica nel quadro delle indagini palermitane sui rapporti fra mafia e politica, tra pezzi di Stato e criminalità organizzata nei primi anni Novanta del secolo scorso non potevano essere registrate, né tantomeno trascritte e, comunque, una volta (diciamo così: erroneamente) trascritte dovevano essere immediatamente distrutte, secondo l’art. 271 del codice procedura penale.

Il Presidente della Repubblica, secondo l’art. 90 della Costituzione, non può essere ritenuto responsabile se non per alto tradimento o per attentato alla Costituzione; può essere messo in stato d’accusa solo dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi componenti; le eventuali intercettazioni telefoniche nei confronti del Capo dello Stato possono essere disposte solo dall’apposito Comitato formato della Giunte per le autorizzazioni a procedere della Camera e del Senato, e solo dopo che la Corte costituzionale abbia disposto la sua sospensione dalla carica.

Lo “scontro” pratico sembrò allora essere questo: i magistrati palermitani, del tutto d’accordo sulla irrilevanza di quelle intercettazioni, ne avrebbero voluto disporre la distruzione decidendola in Camera di Consiglio, alla presenza delle parti (e questo avrebbe voluto dire trascriverle, farne copie, consentire ai legali delle parti di estrarne copie, con tutte le conseguenze che ben conosciamo); la Presidenza della Repubblica premeva, invece, perché quella documentazione fosse direttamente distrutta dal giudice.

Il Capo dello Stato individuò nella Corte costituzionale l’istituzione che avrebbe potuto dire una parola definitiva, e fece ricorso all’unico strumento in suo possesso (unico, ma particolarmente efficace) sollevando «conflitto di attribuzioni» fra l’istituzione Presidenza della Repubblica e l’istituzione magistratura di Palermo. Ora la Corte costituzionale ha deciso questo conflitto: conosciamo soltanto il comunicato venuto da Palazzo della Consulta, secondo cui aveva ragione il Capo dello Stato; doverosamente (anche se lo si fa sempre meno) dobbiamo aspettare la pubblicazione della sentenza per capirne e commentarne le motivazioni.

Quello che sembra essere chiaro (oltre, naturalmente, la ragionevole prospettiva che per la sua decisione la Corte costituzionale abbia seguito più o meno quel filo di interpretazione delle norme procedurali che abbiamo ricordato sopra) è che da questa vicenda esce rafforzato uno dei principi fondamentali dell’organizzazione dello Stato moderno e democratico: ciascuna istituzione si muove autonomamente nell’ambito delle sue competenze e delle sue prerogative, e l’ordinamento giuridico, con le sue leggi ma altresì e di più con i suoi principi fondamentali, rimane la garanzia di un ordinato svolgimento delle relazioni istituzionali. La Costituzione è la legge delle leggi e la Corte costituzionale che decide della legittimità costituzionale delle leggi e dei comportamenti delle istituzioni dello Stato è l’organo di garanzia e di tutela costituzionale di cui parlò in Assemblea costituente Egidio Tosato, tutela non solo e non tanto dell’ordinamento in sé, quanto soprattutto dei cittadini di fronte ad un suo eventuale uso scorretto.

Questo episodio, ora, ha perso molto dell’impatto mediatico e politico che ne fece per qualche giorno tre mesi fa uno dei momenti più ruvidi dello scontro sempre latente fra politica e magistratura: resta chiaro, infatti, finiti i bollori della polemica momentanea, che la tutela delle prerogative delle istituzioni è uno dei modi, se non il più importante, fondamentali per la tutela della democrazia. Esse vanno, insieme, difese in maniera razionale ma rigorosa, e altresì interpretate in maniera onesta, trasparente, irreprensibile. Come, cioè, è necessario per assicurare un ordinato e ragionevole svolgimento della democrazia il rispetto reciproco fra le istituzioni e i “poteri” dello Stato sia in senso verticale, sia in senso orizzontale (in nome di un corretto uso dell’autonomia e dei valori federalisti così presenti nella nostra Costituzione), così è necessario che chi è chiamato a svolgere funzioni all’interno delle istituzioni si renda conto che il suo è un servizio al bene comune, e si comporti in conseguenza.

Lo stesso rigore con il quale l’ordinamento è chiamato a tutelare la legalità repubblicana nei rapporti delle istituzioni fra loro deve essere usato per tutelare la legalità repubblicana all’interno delle istituzioni, rigorosamente allontanandone quanti, invece che adempiere alle funzioni e ai propri doveri pubblici, se ne servono per interessi privati, personali o anche soltanto di parte o di gruppo: diversamente anche un momento di chiaro e positivo approfondimento giuridico come quello di cui stiamo parlando rimarrebbe (e rimarrà) un episodio, presto dimenticato.

Gianfranco Garancini

 



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