E a febbraio le elezioni

Il premier tecnico Mario Monti compie un gesto di alta politica. Sale al Quirinale e annuncia a Giorgio Napolitano le dimissioni, «irrevocabili» del governo subito dopo l’approvazione della legge di stabilità, indispensabile per evitare l’esercizio provvisorio.

A determinare la sua decisione, che prende di sorpresa i partiti, non è stata tanto la scelta di Berlusconi di tornare in campo con pesanti accuse al presidente del Consiglio di aver peggiorato la situazione dell’Italia rispetto al novembre 2011, quanto piuttosto l’intervento di Angelino Alfano alla Camera. «Tredici mesi fa», ha affermato il segretario del Pdl, «questo governo nacque perché le cose andassero meglio. Tredici mesi dopo, le cose vanno peggio. Non abbiamo bisogno di molte discussioni. Oggi siamo qui a dire che consideriamo conclusa questa esperienza di governo» Monti ha preso atto e ha subito definita conclusa la sua esperienza di governo.

Andremo quindi alle elezioni politiche con qualche anticipo rispetto al termine normale della legislatura. La data ipotizzata è quella del 10 febbraio (con una possibile coda che fisserebbe la consultazione o il 17 o il 24 febbraio in concomitanza con le elezioni per il rinnovo dei Consigli regionali della Lombardia e del Molise, mentre quelle per il Lazio, sulla base di una sentenza del Tar, resterebbero confermate per il 3 febbraio) Sarà comunque il Capo dello Stato a sciogliere il Parlamento e a fissare la data della chiamata alle urne dei cittadini. Teoricamente il presidente della Repubblica, dopo l’approvazione della legge di stabilità (prevista a ridosso del Natale) potrebbe chiedere un dibattito alla Camera per verificare formalmente che il governo non ha più i 316 voti necessari e solo dopo si convocherebbero i comizi. Ma che si voti a febbraio o a marzo la sostanza politica non cambierebbe. Siamo ormai in piena campagna elettorale.

Avremo quindi un centro-destra capeggiato da un Cavaliere (come avevamo sempre sospettato, anche quando proclamava di farsi da parte) che riprenderà gli stessi slogan populisti di vent’anni fa (meno tasse e soprattutto meno Europa) ricontrattando l’alleanza con la Lega (che quasi certamente accetterà) e presentandosi agli elettori come l’unico politico in grado di fermare la sinistra comunista («hanno cercato un Berlusconi come nel 1994, ma non l’hanno trovato, e mi hanno richiamato a gran voce», ha detto irridendo al segretario del Pdl, Alfano, e alle sue annunciate, e subito rientrate, primarie). Dall’altra parte ci sarà il centro-sinistra di un Bersani certamente galvanizzato dal successo delle primarie, ma che dovrà ora definire il perimetro di una coalizione capace di tenere insieme sul piano programmatico Vendola e Casini e di assumere anche non poche delle indicazioni di Renzi. Che certamente, forte del 40 per cento dei consensi, non intende stare alla finestra.

Ma lo scenario non è più schematico come immagina Berlusconi. Il tempo è cambiato. L’Italia vive una condizione di crisi economica, sociale e anche civile, con recessione, disoccupazione, tensioni che ha origini lontane e una dimensione internazionale con non poche responsabilità (dimenticate) del centro-destra e del governo del Cavaliere. La politica di rigore che Monti ha avviato, anche se non è riuscita a superare gli squilibri di un Paese in continua difficoltà, ha ridato all’Italia sul piano internazionale quella credibilità persa con Berlusconi, ma che ora rischia di essere messa in discussione dai mercati se avranno la sensazione di una campagna elettorale sgangherata e intrisa di demagogia (sia da parte della destra, sia da parte di certa sinistra populista). Il problema non è tanto lo spread (tornato a crescere all’annuncio delle dimissioni di Monti), quanto piuttosto la proposta credibile di un governo del Paese che faccia intravvedere una possibile uscita dalla crisi in cui ci troviamo.

Da parte dei centristi (da Casini, a Fini, a Montezemolo e anche da vari settori del mondo cattolico) si chiede di non abbandonare il percorso di rigore finanziario (ma con un più di equità e di sviluppo) avviato da Monti e si sollecita il presidente del Consiglio a scendere in campo mettendosi alla guida di uno schieramento moderato che possa contrapporsi al populismo del Cavaliere ma anche a certo massimalismo di una sinistra barricardera e di un Movimento 5 stelle più parolaio che programmatico.

Non sappiamo come Monti risponderà a questa sollecitazione. La tentazione di scendere direttamente in politica è concreta E il presidente del Consiglio potrebbe anche decidere di farla sua. Bersani si è augurato che Monti resti fuori dalla consultazione, perché il Paese potrebbe meglio utilizzarlo dopo il voto. Indica che il presidente del Consiglio resta una grande riserva per l’Italia. Il dibattito tra le forze politiche, mentre si attende una legge di stabilità che possa meglio garantire i mercati e l’Unione europea, chiarirà anche cosa intende fare Monti.

Antonio Airò

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016