Tav: non sciolti tutti i nodi

Ne è passata di acqua sotto i ponti della Dora da quell’8 dicembre del 2005 quando tra Susa e Venaus decine di migliaia di persone sfidarono forze di polizia e governo e convinsero, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, l’esecutivo a rinviare l’apertura dei cantieri della Torino-Lione. In questi sette anni è cambiato tutto.

C’è stata la pausa di riflessione, l’Osservatorio, la ripresa del dialogo, il nuovo progetto poi addirittura ridimensionato, che oggi vede rimanere in piedi una versione low cost che comprende tunnel internazionale da St. Jean de Maurienne a Susa, stazione internazionale in entrambi gli sbocchi della galleria e poi utilizzo della linea storica ammodernata fino a Torino. Nulla a che vedere con i progetti di inizio anni 2000, con l’enorme viadotto che tagliava in due la val Cenischia a pochi km dalla millenaria abbazia della Novalesa e poi scendeva fino a Settimo con diverse gallerie che bucavano le montagne della riva sinistra della Dora, compresa quella del Musinè, nota per la presenza di amianto in dosi massicce.

Diverso il progetto, diversa la protesta. Ridimensionata dal punto di vista numerico e, ormai, priva di sponde istituzionali, con le fasce tricolori che da tempo stanno alla larga dalle iniziative di ciò che resta del Movimento No Tav. E con lo stesso Movimento ormai in balìa delle frange più estremiste. Al punto che, sui disordini dell’estate del 2011, a Torino è in corso un processo con una cinquantina di imputati.

Protesta ridimensionata, quindi. Ma non per questo meno attiva. Così anche il 7° anniversario dei fatti di Venaus, l’8 dicembre, è coinciso con un ponte dell’Immacolata violato da scontri, incendi, blocchi stradali e guerriglia. Con le solite azioni di disturbo al cantiere di Chiomonte, ma anche sull'autostrada Torino-Bardonecchia, bloccata per alcune ore nel tratto tra Susa e Oulx proprio nel giorno del via alla stagione turistica invernale delle montagne olimpiche. Alcune centinaia di persone, infatti, sono partite dal campo sportivo di Giaglione e, aggirando numerose protezioni poste dalle forze dell'ordine, hanno raggiunto le reti del cantiere. Nel frattempo una cinquantina di fuoriusciti dal primo gruppo ha occupato l'autostrada in prossimità di due gallerie, la Serre-la-Voute e la Cels, posizionando e poi incendiando masserizie sulla sede stradale. A quel punto la polizia è stata costretta a chiudere l'autostrada per effettuare le operazioni di bonifica.

Fin qui la protesta, che però non blocca il cammino della Tav. E’ della scorsa settimana l’ennesimo vertice internazionale sulla Torino-Lione, con l’ennesimo via libera alla realizzazione della linea. Circondato dalle proteste dei No Tav italiani e francesi, represse con un certo vigore dai “flic” transalpini. C’è però da dire che, accanto al rinnovato impegno per costruire la ferrovia Torino-Lione, i ministri dei due governi hanno firmato un’intesa che, di fatto, dà il via libera all’apertura della secondo tunnel del traforo autostradale del Frejus che viene promosso da “canna di sicurezza” a “canna di transito”. Funzionerà così: la vecchia canna ingloberà il traffico leggero e pesante in direzione Francia-Italia; quella nuova il traffico in direzione Italia-Francia. Tutto a posto, quindi? Neanche per sogno. Perché i conti proprio non tornano. E proprio sul capitolo più delicato, quello del trasporto merci.

Secondo il progetto targato Ltf, la Torino-Lione è pensata per far transitare qualcosa come 72 milioni di tonnellate. Ma il progetto “ridimensionato” per fasi e battezzato low cost (senza tunnel dell’Orsiera e con utilizzo della linea storica in bassa valle di Susa) è capace di accoglierne “soltanto” 22. Secondo un’elementare differenza ne mancano 50. La domanda è: dove transiteranno, forse sull’autostrada che, a quel punto, vedrebbe moltiplicarsi di ben quattro volte il traffico pesante attuale su gomma? Una bella contraddizione, soprattutto per chi giustifica la nuova linea con la necessità e l’imperativo di «togliere i tir dalle strade».

Così, c’è chi non usa mezzi termini e parla senza troppi giri di parole, di «un bel favore alla lobby della gomma». A sostenerlo sono il deputato del Pd Stefano Esposito e il consigliere provinciale Antonio Ferrentino, secondo i quali «in un colpo solo viene cancellata la volontà espressa da decine di amministrazioni comunali che hanno sempre condiviso la realizzazione della galleria di sicurezza». Adesso queste «vengono azzerate e la decisione presa a Lione conferma che non c’è alcuna intenzione di realizzare l’intermodalità gomma-ferro». E poi, domanda semplice, chi deciderà i numeri? I gestori autostradali? Vedremo.

Intanto il dimissionario presidente del Consiglio Mario Monti e il presidente francese François Hollande, nel vertice di lunedì 3 dicembre a Lione hanno firmato una dichiarazione congiunta, nella quale riconfermano l’impegno sull’opera. I lavori dovrebbero cominciare a inizio 2014. Mentre sul bilancio dell’opera pesa ancora l’incertezza sul 40 per cento del totale che dovrebbe sobbarcarsi l’Unione europea. Intanto una certezza si fa strada: che il prossimo vertice internazionale tra Italia e Francia, previsto nel 2013, si svolgerà a Torino. I nodi da sciogliere sono ancora parecchi.

Bruno Andolfatto



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