L'eroismo cristiano di due fratelli

«Non credevo che così lontano dal Pakistan ci fosse gente che ci pensa e prega per noi. Mi sento incoraggiato dalla vostra solidarietà». Paul Bhatti è venuto a parlare in Italia direttamente dal Pakistan: lo ha invitato l’arcivescovo di Genova, il cardinal Bagnasco, e chi in una sera freddissima di autunno inoltrato ha voluto essere presente, ha fatto molto di più che ascoltare la storia pur eroica di un uomo, di suo fratello e della sua famiglia.

Gli applausi in cattedrale al ministro per l’Armonia nazionale del Pakistan hanno sigillato il racconto di una vita dedicata ai deboli, prima ancora che ai cristiani perseguitati, in quel Paese dove si muore mentre si è a messa, o perché si viene presi di mira e annullati socialmente a causa della propria fede. Prima di Paul, un altro Bhatti era stato ministro per le Minoranze religiose: Shahbaz, fratello minore, ammazzato nel marzo del 2011 perché cristiano. Cristiano per davvero, cristiano secondo verità, difensore degli ultimi.

Con altri quattro fratelli e i genitori profondamente cattolici i Bhatti vivevano in un raro villaggio cattolico in un Paese dove i musulmani sono il 95 per cento e il restante 5 per cento appartiene ad altre minoranze religiose. Solo il 2,5 per cento cristiani. «Educato alla fede e alla preghiera», racconta Paul Bhatti, «mio fratello Shahbaz era molto portato a riflettere sul senso di essere cristiani, e sul significato del sacrificio di Gesù. Aveva tredici anni quando ebbe una vera ispirazione, ascoltando la predica un venerdì di Pasqua: decise di corrispondere all’amore di Gesù».

Lo rivelò in una regola di vita che si diede in quello che rimane come prezioso testamento spirituale: «Donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico». Si era accorto in collegio, fuori dall’ambiente protetto della famiglia e del villaggio, cosa significhi discriminazione, per un cristiano: neppure mangiare, poteva con gli altri, primo segnale di quella che sarebbe diventata una vera persecuzione. Una terribile legge sulla blasfemia era diventata facile occasione per scatenare vendette personali, con false accuse dalle quali difficilmente le persone inermi erano difendibili: neppure gli avvocati accettavano di prenderne la difesa. «Mio fratello portava anche in casa nostra gli accusati di blasfemia, e questo causava tensioni, per le minacce e per il clima che si creava. In certi casi era riuscito a far assolvere persone accusate ingiustamente, ma accadde anche che un giudice che aveva assolto un cristiano venisse ucciso».

Dal villaggio dell’accusato di blasfemia anche i parenti dovevano scappare per evitare ritorsioni. «Dopo molte ritorsioni e molte morti», ricorda il fratello, «Shahbaz si sedette un giorno insieme ad altri sul binario del treno. Disse che se non si poteva far niente per le persone indifese sarebbe morto con loro». Dall’impegno sociale, che lo portò a fondare tra gli altri l’All Pakistan Minorities Alliance, arrivò alla politica, entrò in Parlamento e divenne ministro per le Minoranze. Visse tra le minacce, nell’insicurezza, che si accentuarono dopo la sua difesa per Asia Bibi, accusata di blasfemia e condannata a morte. Venne assassinato il 2 marzo 2011 mentre passava in Islamabad senza scorta. Il fratello Paul era allora medico in Italia, dove aveva studiato. «Un po’ mi aspettavo questa notizia», dice, «e la temevo. Pensai che il Pakistan non meritava nulla, che avrei portato in Italia tutti gli altri miei parenti». Ma al funerale accadde qualcosa: «Ho visto un mare di gente mai vista, gente che piangeva, che sveniva, che mi cercava e mi chiedeva: “Dopo Shahbaz chi ci proteggerà?”».

Subito non si sentiva preparato, ma improvvisamente, racconta, qualcosa cambiò: «Ho avuto una forza che non so descrivere, nulla di programmato: mi è venuto automatico, e ho deciso. Gesù ha usato me per continuare quella missione che fa parte della nostra fede: un cristiano deve aiutare i più deboli e quelli che soffrono». Tornato in Pakistan, ora è Paul Bhatti, consigliere speciale per l’Armonia nazionale, per continuare l’impegno del fratello: «Ripensavo alle parole di Giovanni Paolo II», spiega, «quando aveva detto che ogni cristiano deve far politica, che significa servizio per i più deboli. Se è così, ho fatto la scelta giusta».

Una scelta di vita diversa, anche: fatta dopo essere entrato nella casa dove il fratello, primo ministro, abitava in affitto, il posto per la preghiera accanto al letto, un rosario, una Bibbia e immagini religiose. Era stato il suo modo di vivere la politica: «Non voglio popolarità», scriveva Shahbaz Bhatti, «non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo». Ora che sta proseguendo l’opera del fratello non pensa di rischiare la vita, Paul Bhatti: il dialogo interreligioso sta facendo grandi passi «grazie anche alla comunità di Sant’Egidio». «Ho creato un Comitato interreligioso, composto di 12 musulmani e 12 delle altre confessioni, e nel mio ministero lavorano 150 persone, delle quali il 92 per cento musulmani: il mio obbiettivo non è difendere i cristiani, ma aiutare i più bisognosi ed emarginati».

Il terremoto del 2005 in Pakistan aveva offerto una grande occasione di solidarietà interreligiosa: i cristiani avevano portato grande aiuto ai musulmani. Vincere i cuori e le menti degli estremisti con la forza dell’amore era stato un vero programma di vita per Shahbaz Bhatti, che il fratello ha raccolto pienamente. Quando, con grande risonanza mediatica, la giovane Rimsha Masish, affetta da lieve ritardo mentale, è stata accusata di blasfemia per aver bruciato pagine del Corano, Bhatti l’ha difesa con successo, difendendo in lei non tanto la giovane cristiana, quanto il debole e indifeso capro espiatorio del fanatismo: si trattava di accusa falsa per allontanare lei e la sua famiglia dal villaggio. «Odio e persecuzioni si prevengono combattendo la povertà», sostiene Bhatti, «e promuovendo l’educazione in scuole alternative a quelle dove si insegna ai bambini l’odio religioso». Il primo grande passo è la vita di questi due fratelli: uno martire cristiano, l’altro, eroico nella rinuncia a carriera sogni e vita tranquilla per continuarne l’opera: entrambe al servizio degli altri attraverso la politica: «Una vita», ha detto il cardinal Bagnasco a conclusione della testimonianza, «che dimostra che la fede cambia il nostro modo di stare nel mondo».

Daniela Ghia

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016