Etty, balsamo per molte ferite

Etty Hillesum è un nome conosciuto, la cui trama di vita merita di essere ripercorsa per comprendere il valore di «Diario», che ora Adelphi presenta in edizione integrale, dopo quella mutila del 1986.

Nata in una famiglia ebraica di intellettuali, Etty cresce con interesse culturali vasti: ama la letteratura e la lingua russa, appresa dalla madre ebrea russa, si laurea in Legge, vive a contatto con i grandi nomi della poesia e della musica. L’educazione impartitale è quanto mai moderna e svincolata da schemi, le sue numerose relazioni amorose si susseguono e la distruggono per l’investimento psicologico troppo forte e mai appagato. A ventisette anni (era nata a Middelburg, in Olanda, nel 1914), mentre studia ad Amsterdam, il suo fisico cede, come pure il suo equilibrio psichico e psicologico. La visita ad un personaggio strano ed eclettico, Spier, segnerà il suo cammino di liberazione e di maturazione, fra i due sorgerà ben presto un amore profondamente radicato.

Come sappiamo tutte queste vicende? Julius Spier, che era anche un chirologo e dalla lettura delle mani comprendeva tensioni e malattie e le guariva, indica alla giovane Etty un metodo per sanarsi: scrivere un diario. Saranno pagine catartiche. Aveva scoperto in Etty, dietro a tante inquietudini, una preziosa stoffa di scrittrice e una capacità di introspezione che, pagina dopo pagina, si vede levitare: da “gomitolo aggrovigliato” qual era a una giovane donna capace di affrontare con serenità e spirito lieve la terrificante bufera nazista.

Che cosa è accaduto? Nelle righe vergate, quasi ogni giorno e più volte al giorno, vediamo il volto di Etty Hillesum passare attraverso momenti trasfiguranti, lasciare impronte cariche di luce nel momento più buio e tenebroso della storia d’Europa. Tuttavia, Etty non scriveva per conservare un archivio delle efferatezze naziste. Non intendeva lasciare nulla ai posteri. «Io non ne sento il bisogno», scrive, anche se alla fine della sua breve vita un guizzo di desiderio a tale proposito deve averle attraverso l’animo.

Scriveva per una ragione profonda che affiora via via che si percorrono le copiose pagine di «Diario», ben 900 pagine. L’edizione integrale consente di cogliere la personalità della giovane ebrea a tutto tondo: i dieci quaderni dei diari hanno dovuto superare rovesci notevoli, sono rimasti per quarant’anni chiusi in un cassetto, la sera antecedente alla partenza definitiva per il campo di smistamento di Westerbork, Etty li consegnò all’amica Maria Tuinzing perché, a sua volta, li desse allo scrittore Klaas Smelik. La giovane desiderava che l’amico ne curasse la pubblicazione, qualora lei stessa non fosse ritornata, come prevedeva. Smelik però li ebbe in mano solo nel 1946 o 1947 insieme con una raccolta di lettere, cercò un editore ma non fu ascoltato e il valore delle pagine misconosciuto. Le lettere però che descrivevano il campo avevano già visto la luce nel 1943.

Soltanto nel 1979 il figlio dello scrittore trovò in J. G. Gaarland un editore che seppe cogliere la bellezza e l’importanza dei nove quaderni consegnatigli, il settimo a tutt’oggi è introvabile. La figura testimoniale del «Diario» trapassa la vicenda personale per inserirsi in quella tragica della Shoah: la sua umanità sigilla ogni parola, tanto straordinaria, proprio perché tanto quotidiana e, di conseguenza, vicina alla vita di tutti. Una donna nuova che, con l’avventura del “guardarsi dentro”, oserà dire: «Io riposo in me stessa…, questo “me stessa” è la parte più profonda e ricca di me, in cui riposo, e che chiamo “Dio”». Non solo, ma penetra anche più a fondo: «Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e cerco di tendere l’orecchio fin nel cuore delle cose…. Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».

La manovalanza, dura e spietata con se stessa, si rovesciava sugli altri con estremo altruismo, giungendo fino a prestare servizio, lei ammalata, nel campo di smistamento di Westerbock, dove transitarono 107 mila ebrei olandesi, di cui ne sopravvissero 5.200, ultima stazione prima di arrivare a quella grande fossa comune che si chiama Auschwitz. Scava e togli che cosa produce? La scoperta di un Chi e la formazione lenta ma nitida della postura della preghiera. Si legga il passo seguente, espunto dalla prima edizione che non consentiva di cogliere la personalità totale di Etty, mutilando i suoi aspetti religiosi non di chiesa confessante. Etty si inginocchia dopo la lettura della I Lettera ai Corinzi «come una verga da rabdomante che sferzava il fondo duro del mio cuore, facendone improvvisamente scaturire sorgenti nascoste. D’un tratto mi sono ritrovata inginocchiata e l’amore sprigionato scorreva di nuovo dentro di me...».

Siamo dinanzi alla preghiera pura, libera, prima che assuma la forma di una qualsiasi confessione religiosa. E’ l’umanità in Etty che grida a Dio. Può allora affrontare la morte dell’uomo amato. «Ho sostato accanto al suo letto e mi sono trovata davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio…». Pur nel dolore profondo afferma: «Sono così felice e trovo la vita così bella e ricca di significato». Può anche guardare negli occhi i suoi carnefici e pensare: «Una delle tante uniformi ha ora un volto. Ci saranno ancora altri volti su cui potremo leggere e capire qualcosa. E questo soldato soffre anche lui. Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce sempre da una parte e dall’altra e si deve pregare per tutti».

Accetta la vita nel campo di smistamento come «cuore pensante», diventa «tetto» per Dio e per chiunque incontri assumendone la sofferenza e la disperazione: «Io non posso fare niente, io posso solo prendere il dolore su di me, e soffrire». Muore il 30 novembre 1943. Aveva scritto: «Un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca. È una cosa molto severa e dura in senso vetero-testamentario, ma è anche dolce come il gesto delicato con cui la punta delle sue dita sfiorava le mie ciglia. (…). Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite».

Cristiana Dobner



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016