Torino, i suoi poveri

Torino tra povertà e mancanza di lavoro. «Viviamo come in una clessidra: in alto ci sono i ricchi che non hanno visto intaccati i loro beni dalla crisi e a volte li hanno addirittura incrementati, in basso ci sono i poveri che sono sempre più numerosi, considerate soprattutto le new entry, dai padri separati e magari anche esodati, ai giovani disoccupati anche se laureati, agli anziani con una pensione che non sta al passo con l’inflazione».

Torino tra crisi di valori e solidarietà. «Per fortuna però è anche una città che si conferma solidale, che risponde ancora sul fronte del volontariato, sia sul versante cattolico, che su quello laico. Di fronte a una crisi che non è passeggera ma strutturale, una crisi che morde forte il ceto medio, le famiglie, i giovani, credo che si debbano recuperare i valori veri per una vita di relazione e non di possesso, all’insegna della sobrietà e dell’autenticità».

Suor Giuliana Galli, una vita dedicata alla Piccola casa della divina Provvidenza come coordinatrice del volontariato femminile cottolenghino, una laurea in Sociologia e un master in Scienza del comportamento a Miami in Florida, prima religiosa italiana chiamata quattro anni fa alla vicepresidenza di una fondazione bancaria, la Compagnia di San Paolo, e oggi nel consiglio di amministrazione, ha scattato la sua personale fotografia di Torino. L’occasione è stata offerta lo scorso 15 novembre dal secondo incontro dei «Giovedì della Crocetta», la serie di dibattiti organizzati da oltre trent’anni nella parrocchia della Beata Vergine delle Grazie prima da don Franco Alessio, oggi dal parroco mons. Fiandino, vescovo ausiliare di Torino. Due ore di confronto serrato con suor Giuliana scandito dalle domande di due giornalisti, Pier Paolo Luciano («Repubblica») e Paolo Girola («Rai»), in una sala gremita, su un tema di stretta attualità: «Centomila poveri a Torino».

Un titolo, ha detto mons. Fiandino in apertura dell’incontro, «che è come un pugno nello stomaco». E l’analisi che il direttore della Caritas diocesana Pierluigi Dovis ha  fatto giovedì mattina di fronte alla commissione Servizi sociali del Comune non lascia spazio ai dubbi: dal 2008 ad oggi il numero di persone che hanno chiesto aiuto agli sportelli della Caritas è triplicato, 45 mila le famiglie che si sono rivolte al Banco alimentare, la rete di solidarietà e volontariato ormai allo stremo, travolta da una mole di richieste sempre crescente. «Di fronte ai 100 mila poveri, vecchi e nuovi, viene da chiedersi: ma quanti sono i ricchi in una città con oltre un milione di abitanti? E soprattutto, quanto ricchi?», ha detto provocatoriamente suor Giuliana. «La verità è che la forbice continua ad allargarsi e la bilancia non riesce più a trovare stabilità. Diceva Gesù: “I poveri saranno sempre con voi”. Il suo non era un auspicio, ma una realtà. Oggi la povertà più dolorosa è la mancanza di lavoro».

Giovani, laureati, lavoratori esodati. E’ questo l’identikit dei nuovi poveri, dei torinesi che non riescono ad arrivare alla fine del mese, perché non hanno i soldi per fare la spesa o per pagare l’affitto (o il mutuo) della casa. In pochi anni l’utente tipo della Caritas è cambiato: non solo anziani e immigrati (il 70 per cento sono italiani, il 30 per cento stranieri), ma padri di famiglia che hanno perso il lavoro e non sono riusciti a ricollocarsi, giovani professionisti precari (artigiani, commercianti, giornalisti, ex dipendenti pubblici), madri di famiglia con figli piccoli da mantenere. Tutti chiedono un sostegno economico: hanno bisogno di cibo, di un appartamento, di un lavoro.

Racconta suor Giuliana: «Il volto triste della crisi è quello di una ragazza di Napoli, studi all’Università, che mi invia il curriculum per cercare lavoro a Torino. Ma a Torino, le spiego, il lavoro non c’è. Potresti forse trovare un posto da badante. “Ma suor Giuliana, ho una laurea”, mi risponde. Ecco, a quella ragazza, oggi, direi di adattarsi: anche l’occupazione più umile diventa dignitosa se affrontata con la giusta preparazione e apertura mentale. Poi, forse, arriveranno giorni migliori. Io se fossi giovane mi adatterei…». Forse è questo il segreto (e la lezione) di suor Giuliana: cogliere l’attimo, sapersi adattare e rischiare. Lei è riuscita a farlo, senza mai provare imbarazzo quando i giornali per quel doppio incarico che unica sacro e profano l’avevano ribattezzata «sorella banca».

Ma basta essere giovani e sapersi adattare ai tempi per costruirsi un futuro migliore? I numeri della Caritas ci raccontano di una città alle prese con una crisi senza precedenti. La crescita delle richieste non è dovuta soltanto all’aumento della povertà, ma all’aumento delle barriere per accedere ai servizi pubblici che, pur essendo lodevoli, tentano di arginare la mole di domande inserendo più filtri rispetto al passato. Un caso su tutti, l’emergenza casa. Secondo i dati della Caritas «crescono gli sfrattati per morosità incolpevole». Dai primi mesi dell’anno a Torino gli sfratti sono stati 3 mila. A gennaio, 1.500 famiglie che vivono in case di edilizia residenziale pubblica potrebbero essere sfrattate perché non riescono a pagare il canone di affitto.

Sul tema casa suor Giuliana non si tira indietro di fronte a chi tra il pubblico chiede perché non si utilizzano anche gli istituti religiosi. «Gli appartamenti sfitti? Si stima siano 60-70 mila, solo in città. Tanti, troppi. Non so se frutto dell’indifferenza oppure di politiche che mancano. Bisognerebbe studiare qualche formula che consenta di metterli a disposizione di chi non ha più una casa. Anche sul fronte degli istituti religiosi si potrebbe fare di più, ma si dovrebbe ripensare strutture nate per scopi diversi e in certi edifici potrebbe essere difficile e poco conveniente», ha detto con la consueta concretezza. Poi ha ricordato che proprio dalle fondazioni, dalla diocesi (progetto Operti) e dalle istituzioni (Comune, in primis) sono arrivate risposte importanti. «Penso a progetti come quello di housing sociale sostenuti dalla Compagnia di San Paolo e dalla Crt che garantiscono case a prezzi calmierati. Ma anche l’appello del vescovo di Torino che chiedeva di offrire una casa a chi è senza, è stato accolto: tredici parroci, mi ha detto mons. Nosiglia, hanno già risposto».

Di fronte a un sistema welfare che arranca (a causa dei tagli alla spesa sociale) e rischia davvero di non essere più sostenibile (tra invecchiamento della popolazione e denatalità), si deve tornare a parlare di etica della responsabilità individuale e di supplenza del privato al posto delle istituzioni pubbliche? Suor Giuliana su questo è molto chiara: «La politica deve tornare al servizio del bene comune. Chi fa politica di professione deve aver mangiato parola per parola la nostra Costituzione e aver rispetto delle istituzioni. Il Cottolengo ripeteva a noi suore: “Quello che vi passa di mano non è vostro, ma dei poveri”».

Attenzione, avverte suor Giuliana, «il denaro è un miele viscido, metti le dita dentro e ti prende la mano. Come si dice: è un ottimo servitore, un pessimo padrone. Io non lo amo, ma so che è utile per fare cose buone. Come la zappa nell’orto o l’ago per cucire». Il potere esiste, lo sperimentiamo tutti i giorni, non va condannato per principio, l’importante è che non si trasformi in dominio. Per questo, secondo suor Giuliana, le fondazioni hanno il dovere di aiutare a garantire le politiche sociali: «Sono stata molto contenta due mesi fa quando nel discutere il budget per il prossimo anno in Compagnia si è deciso di stanziare 4, 5 milioni di euro in più per il welfare».

Torino è in declino domandano i giornalisti? «Non mi sembra», risponde suor Giuliana, «non si spiegherebbero i 50 mila in coda per Artissima o i 250 mila visitatori del Salone del gusto. Semmai è in declino la Torino industriale, la città di stampo fordista, dove anche i viaggi dell’Unitalsi a Lourdes erano organizzati in collaborazione con la grande fabbrica. Questa Torino non tornerà più, la nuova Torino ha cambiato vocazione. Deve inventare cose nuove, come una città laboratorio. In fondo, l’ha sempre fatto».



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