L'Imu e le assurdità

 

«Troveremo le soluzioni tecniche appropriate», ha assicurato il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, da Lussemburgo, subito dopo che per la seconda volta il Consiglio di Stato aveva emanato parere negativo sul regolamento del governo che specifica le modalità con cui gli enti non profit (associazioni, cooperative, enti di confessioni religiose) e con essi la Chiesa italiana, cioè le diocesi, le parrocchie, gli istituti, la Caritas, le organizzazioni benefiche, dovranno pagare l’Imu a partire dal 1° gennaio 2013.

La scadenza è ravvicinata e le preoccupazioni crescono per le difficoltà che ne deriverebbero a tutto il complesso delle opere socio-assistenziali-caritative cattoliche, dagli asili per l’infanzia, per gli invalidi, gli anziani, alle scuole, alle mense per i poveri.

L’Azione cattolica ha lanciato l’allarme. Si cerca un «giusto e serio equilibrio tra le diverse esigenze», come si fa presente da parte d altri autorevoli esponenti del governo. Pur convinti che il parere del Consiglio di Stato non sia «vincolante», tuttavia non è possibile ignorarlo, anche perché alle spalle c’è un diktat europeo. Ecco dunque che governo, legislatori, legali, sociologi sono al lavoro per trovare la nuova soluzione, che non dovrebbe discostarsi molto dalla precedente, ampiamente accettata.

Al Consiglio di Stato si dà atto di aver condiviso e promosso le norme «tecniche» del regolamento, che riguardano i calcoli matematici per stabilire l'importo dell'imposta dovuta, suggerendo persino i punti dove modificare il testo. Ma si è anche rilevato che l'attività commerciale non è solo quella in cui si realizzano degli utili, bensì, più in generale, quella in cui ci sono costi e ricavi.

Ad avviso di quell’organismo giurisdizionale, non si può parlare di ambito non commerciale per scuola, sanità e alberghi perché chi usufruisce di questi servizi pagherebbe una retta «simbolica». Di conseguenza, l’Unione europea potrebbe aprire una nuova procedura di infrazione, invece di chiudere quella già avviata, con eventuali sanzioni, in quanto sarebbero violate le regole della concorrenza. Il governo certamente intende  «assoggettare» all’Imu  «tutti i soggetti» che vi sono tenuti proprio in una linea di equilibrio e di giustizia, riconoscendo appunto il valore sociale delle organizzazioni senza fini di lucro. Ma sarà così? Da qui i timori e il giustificato allarme. 

La questione è complessa. Il giurista Alberto Gambino, premesso che l’esenzione dall’Imu «non è un favore del governo alla Chiesa», spiega che «solo il Parlamento nella sua sovranità può indicare quali sono le attività lucrative, quelle pur commerciali ma non lucrative». Il governo non si è voluto sostituire al Parlamento, ma «tutt’al più ha cercato di cristallizzare una tendenza giurisprudenziale che ha distinto fra attività di impresa a fini lucrativi e attività commerciali non profit».

Per il Consiglio di Stato, il decreto governativo in molte parti «esula» dalle competenze indicate dalla legge sulle liberalizzazioni, secondo la quale gli immobili ad utilizzo misto (commerciale e non commerciale) sono tenute a versare l'Imu dal 2013 in proporzione all'uso non commerciale per come risulta dalla dichiarazione dei proprietari. Un’operazione difficile da compiere. Uno scorporo, una divisione come spaccare il capello in quattro, quando ad esempio passi dall’oratorio a una saletta a consumare una colazione. Ecco perché con il nuovo regime il governo vorrebbe chiudere un contenzioso di anni, alimentato soprattutto da versanti di oltranzismo  anti religioso e anti sociale.

Ecco dunque che si alza il grido «giù le mani dal Terzo settore», che conta oltre 400mila organizzazioni di vario tipo, arruola 750mila occupati, si avvale di  5 milioni di volontari e apre i suoi servizi a 50 milioni di italiani. Il Forum delle Associazioni familiari, col presidente, Francesco Belletti, domanda:  «A chi interessa mettere in ginocchio il Terzo settore?». Il ministro per la Cooperazione e integrazione Andrea Riccardi ha avvertito: «Penalizzare il non profit significherebbe impoverire il Paese» e «far ricadere sullo Stato i costi aggiuntivi che ne deriverebbero, qualora le organizzazioni della società civile non fossero più in grado di provvedere alle attività educative, assistenziali e sanitarie». Andrea Olivero, presidente dlele Acli e portavoce del Forum del Terzo settore, aggiunge: «Sarebbero a rischio molte attività che vanno, ad esempio, dalle mense ai dormitori, dall’assistenza ai disabili alla cura degli anziani, dalla protezione civile alla difesa del patrimonio culturale». Secondo  Belletti, «l’interpretazione del concetto di libero mercato è becera». Dunque «non è ammissibile che l’Europa frustri un capitale sociale di questa entità», anche perché attribuire «una funzione economica ad un’attività di natura socio-assistenziale e senza fini di lucro è una forzatura inaccettabile». Non regge, infatti, neanche l’accusa di "concorrenza sleale" alle imprese profit. «Non è chiaro», afferma il Forum delle associazioni familiari a chi dovrebbero fare concorrenza, «una mensa della Caritas, una casa famiglia o una scuola». Mentre si osserva ancora che il Terzo settore “è parte integrante della ricchezza economica e umana e fa del nostro Paese un unicum nel panorama europeo», alcuni parlamentari, in testa Maurizio Lupi, firmano un documento in cui invitano a riflettere che l’Europa «non è un’entità astratta che emana direttive indifferenti rispetto ai popoli che la costituiscono».

Antonio SASSONE

 



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