Irène sempre bravissima

I romanzi di Irène Némirovsky non tradiscono mai il lettore, al punto che l’ultimo sembra sempre il migliore. Trama ben costruita, personaggi convincenti, senso delle stagioni e dell’atmosfera, scrittura precisa e asciutta, fanno di lei una scrittrice di notevole talento, non inferiore ai cosiddetti guru della letteratura coeva, come Gide e Sartre, molto vicina al Simenon dei romanzi “duri”, a cui l’accomuna una visione crudele e impietosa della vita e una attenta descrizione degli ambienti parigini e della provincia francese.

Scritti tra le due guerre, ebbero in Francia un discreto successo, ma poi vennero dimenticati e anche in Italia, tranne un caso sporadico, per sessant’anni nessun editore pensò di tradurla, sino a quando nel 2005 scoppiò il caso con la pubblicazione a Parigi del suo ultimo romanzo, «Suite francese», rimasto incompiuto per la deportazione a Auschwitz e conservato gelosamente in una valigia dalle figlie, e Adelphi decise di tradurre tutte le sue opere.

Esce ora «La preda» (Adelphi, traduzione di Laura Frausin Guarino, pp. 212, euro 18,00), scritto nel 1937 e pubblicato l’anno successivo. Lo sfondo è il mondo della finanza e della politica che l’autrice conosceva bene grazie alle frequentazioni del padre, ricco banchiere. Una società alto borghese ritratta come un nido di vipere e di corruzione in cui si muove Jean-Luc Daguerne, figlio di un architetto malato e in declino che vive in un villino alla periferia di Parigi. Intelligente e ambizioso, senza soldi né conoscenze, è una sorta di Julien Sorel degli anni Trenta che vuole conquistare il potere. Come nell’eroe stendhaliano, la molla nascosta che lo muove non è l’attrattiva del guadagno, ma l’amor proprio, e accetta di perdersi pur di conquistare la stima e l’amore di una donna.

La situazione storica, quella del 1932, un’epoca di miseria, disoccupazione, arrivismo, fallimenti, corruzione, ricerca disperata di un lavoro per non soccombere, sembra ancora peggiore di quella della Restaurazione e presenta curiose coincidenze con quella di oggi, per cui il romanzo ha un sapore di insospettata attualità: «Il mondo che lui, come tutti loro, aveva sognato di dominare non gli era mai parso tanto inaccessibile. Vi stava entrando dalla porta di servizio, quella della povertà, dell’abbandono, dell’amore tradito. Si sentiva così solo… Rifletté: “Julien Sorel poteva ancora contare su una parte della società. Ma noi?... A cosa appigliarsi oggi?... Tutto scricchiola. Neppure il denaro è sicuro. Intorno a noi, niente. Nessun appiglio”».

Jean-Luc svolge lavori precari, passa il tempo in bistrot pidocchiosi e caffè frequentati da giovani ambiziosi, che sognano di fare carriera, di conquistare il potere. Ha un amico, Serge Dourdan, suo ex compagno di collegio, e una donna, Edith Sarlat, bella, ventenne, occhi verdi e capelli biondi, figlia di un ricco banchiere. Ma si sente ferito nell’orgoglio perché si accorge che «lei lo amava solo per il piacere che le dava». Quando scopre che è fidanzata con un uomo ricco, la mette incinta per sposarla e si serve di lei come di un trampolino di lancio. Lo suocero si suicida perché rovinato dalle donne e Jean-Luc diventa il segretario di Langon, amministratore della banca e ministro delle Finanze. Intanto il suo amico Dourdan viene arrestato per falso e condannato a cinque anni di carcere.

La seconda parte è ambientata nel 1937. Jean-Luc, con il cuore inaridito dal «mondo di furfanti e di sgualdrine» che lo circonda, divorzia da Edith e la getta tra le braccia di Langon. Rivede Marie, la donna del suo amico Dourdan, mite, esile e scialba. Fa con lei una gita a Barbizon, vanno in un piccolo caffè riscaldato dal fuoco di un camino, mentre fuori scroscia la pioggia, e Marie gli dice che vorrebbe essere la sua amica, non la sua amante. Pagine stupende che emanano una disperata tristezza (pp. 147-51) e anticipano il futuro della vicenda. Jean-Luc prova tenerezza per lei, che si concede, forse per pietà, ma non gli dà l’amore che vorrebbe. Quando Dourdan esce di prigione, Marie lo raggiunge, e vanno a vivere in provincia prima di partire per il Sudamerica in cerca di un futuro migliore. Jean-Luc, ormai disilluso, non si presenta alle elezioni, avverte la solitudine e il gelo nel cuore, e si spara un colpo di pistola.

«La preda» è un tremendo romanzo, impregnato di cinismo, disincanto e senso della disfatta, sospeso tra due aforismi perfetti che dànno il senso a tutta la vicenda: «La giovinezza è un vino pregiato che di solito si beve in un bicchiere da due soldi» e «Il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino». Il fratello José, di dieci anni più giovane di lui, lo ammira per la sua «ambizione vincente», e ignora che è «preda dell’amore più vile. Non dell’amore, ma di me stesso, di tutto quello che non ho avuto, di tutto quello che ho rifiutato, di tutto quello che mi è parso disonorevole e meschino, e che effettivamente lo era».

Il clima in Francia, per l’antisemitismo crescente, si fa irrespirabile per la Némirovsky, che continua a scrivere, nascosta in provincia, romanzi, racconti, e una bellissima «Vita di Cechov», che uscirà postuma nel 1946, ora tradotta per la prima volta in Italia da Monica Capuani (Castelvecchi, pp. 188, euro 17,50). L’autrice si rispecchia nello scrittore russo, ne disegna il lato femmineo e delicato: «Un volto magro, bello, con le guance scavate, i capelli folti, una barba leggera, ancora appena accennata, la piega della bocca seria e dolorosa, uno sguardo incredibile, penetrante, tenero e profondo allo stesso tempo, un’aria modesta, un’aria da ragazza». Ne apprezza la semplicità, la concisione, il pudore, il «calmo disincanto», la maestria nel racconto. Confronta la Russia degli anni ’80 con la Francia degli anni ’30 con lo sguardo aguzzo della grande scrittrice: «Il male regnava, allora come ora; non avrebbe assunto le forme dell’Apocalisse, come oggi, ma lo spirito di violenza, di vigliaccheria e di corruzione era diffuso ovunque. Come oggi, il mondo era diviso tra carnefici ciechi e vittime rassegnate, ma tutto era meschino, gretto, compenetrato di mediocrità. Si era in attesa dello scrittore che avrebbe parlato di quella mediocrità senza collera, senza disgusto, ma con la pietà che meritava».

Massimo ROMANO

 



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