L'umanesimo di Carrà

 

La mostra antologica di Carlo Carrà (1881-1966) che la Fondazione Ferrero presenta ad Alba fino al 27 gennaio 2013, grazie alla scelta delle opere e l’impianto espositivo cronologico permette di seguire, attraverso un protagonista capace di confrontarsi con i grandi maestri del suo tempo, tutti i movimenti che si sono susseguiti nel Novecento (dal divisionismo al futurismo, dalla metafisica al realismo magico, dal ritorno al classicismo all’affermarsi dei «valori plastici»), anche se i due poli di riferimento del suo percorso narrativo sono il futurismo e la metafisica.

Certi paesaggi rimandano a Giovanni Segantini e certe nature morte a Giorgio Morandi, certe composizioni, molto dinamiche, richiamano Umberto Boccioni, certe costruzioni oggettuali fanno pensare a Giorgio De Chirico, i corpi  massicci degli uomini e delle donne non sono lontani da quelli di Mario Sironi, ma Carrà resta Carrà e i suoi maestri sono lontani nel tempo da Giotto, a Masaccio, a Piero della Francesca.

L’artista non va a rimorchio delle correnti via via emergenti, conserva la sua personale identità pur adeguandosi con flessibilità alle novità espressive che emergono. Si accompagna ai nuovi protagonisti del mondo artistico italiano, presentando le loro opere con numerosi articoli sulle riviste fiorentine «Lacerba» e «La Voce», su «L’Ambrosiano» di Milano e su «Valori plastici» di Roma, formulando giudizi e valutazioni che esprimono le sue convinzioni estetiche.

La sua filosofia  rimanda anche a Jacques Maritain, che cita ripetutamente nei suoi scritti. Ho rintracciato una lettera del 26 dicembre 1934 a Gino Severini, che documenta questa presenza: «Caro Severini, Ti ringrazio di avermi mandato “Arte e Scolastica” che terrò nella mia piccola biblioteca fra quelli che mi sono più affezionati. Ringrazia tanto il Maritain a nome mio, per la cordiale dedica che ha voluto scrivere a fronte del libro e ti prego di porgergli i miei saluti ed auguri di buon Capodanno».

C’è un umanesimo di fondo nell’opera di Carrà, come rileva Maria Cristina Bandera, che ha curato la mostra e il catalogo edito da «24Ore cultura», raccontando, periodo per periodo, quasi anno per anno, «il lungo corso di un vero pittore italiano», riportando, a presentazione delle opere, raccolte in esposizione, numerose pagine dagli scritti autobiografici dell’artista. Il percorso museale si snoda cronologicamente, ma è bene soffermarsi su alcune tematiche che meglio evidenziamo questo umanesimo, iniziando dall’«Autoritratto» del 1951 in cui Carrà, a settant’anni, si ritrae con pennello e tavolozza in mano, gli occhi fissi sulla  tela da  dipingere, in un momento di concentrazione, quasi a significare che l’opera d’arte che nasce dalla mente rimane sempre incompiuta, perché quanto oggettivamente realizzato non può esprimere del tutto la soggettività dell’artista, che rimane sempre insoddisfatto di fronte alla sua opera. Per lui la perfezione dell’opera è lo scopo del lavoro quotidiano, come bene significa il quadro «Gesù divino lavoratore» del 1953, non presente in mostra, ora alla Galleria di arte contemporanea di Assisi.

Il tema del paesaggio, urbano, campestre, marino può essere una chiave di lettura di questa bella mostra, anche perché l’artista quando l’artista si confronta con la figura umana, se non è colta in un paesaggio la colloca all’interno di una stanza, costruisce uno spazio ben definito. L’ultima opera presente, un lavoro del 1965, è una stanza vuota, con un tavolo spoglio e una porta spalancata sul buio, non sul “vuoto,” ma sul “mistero”, che come rileva Elena Pontiggia nel saggio su Carrà del 1996, «piuttosto che allusione a un congedo, in questo caso potrebbe essere letta con l'anelito di assoluto espresso da Mallarmé: “Come è stata veramente chiusa… così deve aprirsi ora perché il mio sogno sia spiegato”. C’è una profonda religiosità laica in questo artista».

I primi paesaggi negli anni 1909-1909, come quelli delle montagne biellesi, che ammira da Sagliano, ospite di suo fratello, sono divisionisti; quelli degli  1909-1914 come «La stazione di Milano» o «Luci notturne» sono futuristi. In questo periodo firma il «Manifesto dei pittori futuristi», è vicino ai movimenti anarchici, partecipa ai funerali di un anarchico ucciso durante lo sciopero del 1904 e annota nel suo diario: «Vedevo innanzi a me la bara, tutta coperta di garofani rossi, ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarriti, i bastoni e le lance urtarsi, sì che a me parve che la salma avesse a cadere da un momento all'altro in terra e i cavalli la calpestassero». Nasce un quadro, oggi al Museum of Modern Art di New York, «I funerali dell’anarchico Galli», che traduce esattamente le emozioni, dell’artista.

Negli anni 1916-1919, partecipa alla Prima guerra mondiale, ma, ammalatosi è ricoverato in ospedale a Ferrara, dove con De Chirico e Filippo De Pisis stabilisce i principi della pittura metafisica, ma quasi subito sviluppa una sua interpretazione personale meno matematica e più poetica, aperta al trascendente. I suoi paesaggi conservano il senso del mistero, ma, stimolano un sorta di contemplazione della natura, come attesa di una rivelazione che ne spieghi l’enigma.

Carrà ha titolato diversi quadri «Le figlie di Loth», ma ben guardare la versione esposta in mostra sembra un’«Annunciazione», una scena con due figure ieratiche, viste di profilo, una sulla porta di casa in attesa ed una inginocchiata, di fronte, che sembra porgere un saluto, il cane, protagonista di molti quadri di Carrà, è qui soltanto un elemento narrativo. Così viene presentata l’opera in catalogo: «Il quadro è ormai un'icona non solo dell'evoluzione della poetica di Carrà, ma anche del coevo clima storico-artistico italiano. Nella pittura di Carrà, la lezione classica si compie attraverso il recupero dell'arcaicità, della purezza e della semplicità. Se anche per Carrà, quindi, può parlare di "ritorno all'ordine", nelle Figlie di Loth tale ordine si manifesta attraverso un arcaismo di forme e volumi costruiti secondo un rigore geometrico puro, collocati in uno spazio-tempo che appare come sospeso, impregnato ancora delle atmosfere misteriose ed ermetiche della pittura metafisica».

Qualunque sia l’interpretazione del tema dell’opera, ci troviamo di fronte ad una percezione religiosa del mistero dell’esistenza, come anche si può constatare nella magnifica tela «L’attesa» del 1926 che il compositore Alfredo Cascella avendola vista in una mostra ad Amsterdam ha voluto subito acquistare. L’opera, è stata realizzata in Versilia, dove l’artista ha trascorso diverse vacanze estive. «Lo spazio pittorico è quasi totalmente dominato dal paesaggio toscano, reso nelle sue tonalità verdi e terrose e definito con volumi netti e semplificati. Al centro della composizione, in forte contrasto coloristico rispetto al contesto ambientale, risalta un piccolo cane nero. Esso, come la donna sulla sinistra che sporge dalla porta di casa, spiega con il proprio atteggiamento il titolo dell'opera: entrambi immobili, quasi iconici, guardano innanzi, nell'attesa di un accadimento».

Tutta l’opera di Carrà nasce realmente a contatto con la natura: i suoi paesaggi non sono fittizi, sono contemplati al mare o in montagna, sono stati “ricreati” dal vero nella mente dell’artista, che li ha visti  integrandoli con i suoi ricordi. Le due donne di profilo dei quadri presentati richiamano Giotto. Nel paesaggio delle «Le figlie di Loth» si può scorgere il tempietto della celebre «Città ideale» del Palazzo Ducale di Urbino, che la critica non è ancora riuscita ad attribuire con sicurezza.

Ma Carrà si distanzia sempre dai suoi riferimenti culturali, li assorbisce in una visione personalissima, come quando nel periodo della metafisica veste i manichini di De Chirico, talvolta dà loro un volto, ad esempio ne «Il figlio del costruttore» del 1918, con forti riferimenti autobiografici (la racchetta da tennis e la palla), e creando con i colori un’atmosfera tutta particolare. In fondo più della figura, anche se attraverso la figura, è il colore il vero protagonista dei quadri di Carlo Carrà.

La mostra della Fondazione Ferrero con 76 dipinti, provenienti da Musei di tutto il mondo e da collezioni private, che vanno dal 1900 al 1966, è un occasione da non perdere, perché permette una visione unitaria dell’opera di un grande maestro dell’arte contemporanea.  

Piero VIOTTO



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016