Nelle mani degli Usa

I recenti esercizi previsionali, resi pubblici dall’Unione europea, dalla Bce e, per l’Italia, dall’Istat, sono apparsi particolarmente negativi in quanto stimano, per il nostro Paese, una variazione negativa del Pil anche nel prossimo anno, dopo un 2012 che dovrebbe chiudersi con una caduta produttiva compresa tra il 2,2 e il 2,4 per cento.

E’ pur vero che la flessione prevista per il 2013 resta a tutt’oggi moderata, dell’ordine del mezzo punto percentuale, ma è evidente che dopo i sacrifici che sono stati imposti quest’anno al Paese dal pur necessario risanamento delle pubbliche finanze, e la conseguente recrudescenza della recessione, ci si attendeva comprensibilmente un risultato positivo nella prospettiva del 2013. Ciò soprattutto considerando che, in ogni caso, la stabilizzazione finanziaria non potrà dirsi finalmente avviata senza un processo di ripresa produttiva che possa condurre ad una caduta del rapporto tra stock del debito pubblico e Pil a fronte dell’aumento del denominatore, mentre l’indebitamento netto annuo della pubblica amministrazione potrà essere molto più facilmente governato in presenza di una crescita spontanea del gettito fiscale indotta dai maggiori livelli produttivi e dalla generazione di nuovo reddito.

Dopo le pesanti flessioni del 2008 e soprattutto del 2009, il modesto rimbalzo del 2010 e la sostanziale stagnazione del 2011, condizionato in misura pesantissima dal crollo di fiducia del secondo semestre, il Paese sembrerebbe doversi rassegnare ad un ulteriore biennio di recessione. In realtà, ad una valutazione più attenta, le recenti stime contengono alcuni elementi di speranza, in quanto il risultato negativo atteso per il 2013 appare legato prevalentemente ad un effetto statistico, ossia, per così dire, al bassissimo livello del Pil con cui il paese “entrerà” nel nuovo anno. Con la conclusione del 2012, infatti, l’economia italiana totalizzerà il sesto trimestre consecutivo di caduta del Prodotto, che flette ininterrottamente dalla metà dello scorso anno, soprattutto a causa dell’estrema debolezza della domanda interna, che la vivacità delle esportazioni non è in condizioni di compensare adeguatamente.

Ciò significa che, se è ragionevole attendersi che la domanda interna possa lievemente riprendersi il prossimo anno (poiché la compressione e il rinvio delle decisioni di spesa non può durare all’infinito e perché tutto sommato la situazione finanziaria del Paese oggi è decisamente migliore di un anno fa) ciò avverrà a partire da un livello estremamente basso e soprattutto avverrà molto lentamente, in quanto soprattutto gli investimenti, a fronte dell’elevato grado di capacità produttiva attualmente inutilizzata presso le imprese, ben difficilmente potranno ripartire con grande vivacità. Il recupero dei livelli di attività, in sostanza, proprio perché partirà da un minimo estremamente basso, potrebbe non essere sufficiente, nel confronto statistico, ad assicurare una variazione positiva al Pil del 2013 considerato nel suo complesso, anche se tra i diversi previsori si osserva un sostanziale accordo nel collocare la svolta ciclica positiva nella primavera del prossimo anno.

Va peraltro considerato che, nella prospettiva del 2013, proprio l’elevato grado di apertura internazionale dell’economia italiana, che ha consentito al nostro sistema manifatturiero di fronteggiare parzialmente la caduta delle domanda interna attraverso una buona dinamica delle esportazioni, potrebbe introdurre ulteriori elementi di incertezza. Si pensi su questo fronte all’ormai evidente rallentamento dell’economia tedesca, che nella migliore delle ipotesi conoscerà almeno un semestre di stagnazione (gli ultimi tre mesi del 2012 e i primi tre del prossimo anno) per riprendere a crescere molto lentamente in seguito. Se si considera l’interrelazione dell’economia internazionale ciò è assolutamente ovvio (la Germania è il primo esportatore del mondo insieme alla Cina, e non poteva non risentire della recessione della Ue e del rallentamento in corso nei Paesi emergenti), ma è anche vero che il mercato tedesco è di estrema importanza per le esportazioni italiane, e che le nostre imprese sono tra i maggiori fornitori di componentistica, semilavorati e macchinari per le industrie tedesche.

Considerando poi l’economia mondiale nel suo complesso, altri elementi di incertezza derivano da squilibri di lungo termine che non sono mai stati adeguatamente affrontati in passato e che, dopo cinque anni di instabilità economica e finanziaria globale, sembrano proprio ora “presentare il conto”. Improvvisamente, all’indomani delle elezioni presidenziali, gli Usa sembrano essersi resi conto di ciò che in Europa era chiaro da sempre, e cioè che la posizione finanziaria della Repubblica stellata è molto peggiore dei debiti sovrani dei Paesi Ue sui quali dall’altra parte dell’Atlantico per anni si è saccentemente pontificato. Ci si accorge, insomma, complici le stesse famigerate società di rating che ora minacciano il declassamento del merito di credito del governo americano, che negli Usa il rapporto tra debito pubblico e Pil è ampiamente superiore persino a quello italiano. Una situazione che ovviamente non è nata ieri, ma che emerge a fronte di decenni di spesa in deficit da parte di un Paese che si è assunto responsabilità imperiali di carattere globale dopo la caduta dell’impero sovietico e le ha assolte, nel bene e nel male, appoggiandosi sulla disponibilità del resto del mondo a finanziare le proprie attività. Oggi dunque il sistema finanziario internazionale è in una trappola quasi perfetta, con gli Usa sovraindebitati e i loro principali creditori (Cina, Germania, Giappone) obbligati ad impedirne il crollo per non esserne a loro volta travolti, ma comunque desiderosi di diversificare la loro posizione finanziaria.

Potrebbe sembrare un problema di equilibrio geopolitico, poco attinente alle possibilità di ripresa dell’economia, ma purtroppo non è così perché il dibattito sul cosiddetto fiscal cliff, apertosi subito dopo le elezioni presidenziali americane, ruota proprio intorno al rischio che un mancato accordo sulla stabilizzazione della finanza pubblica nella maggiore economia mondiale possa far scattare una serie di meccanismi di salvaguardia che, conducendo all’incremento delle imposte e alla riduzione di tutta una serie di incentivi fiscali, provochino una repentina flessione del reddito disponibile, della domanda e dei livelli di attività, con gli inevitabili riflessi sui maggiori partner commerciali degli Usa, Italia compresa. In sintesi, il 2013 potrebbe anche essere l’anno della crisi del debito sovrano dell’America, una ben magra rivincita per l’Europa.

Antonio Abate

 



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