L'allarme del Papa in Siria

 

«Potrebbe essere troppo tardi». Il Papa lancia l’allarme per la Siria, minaccia non solo per i popoli confinanti, da Israele alla Turchia, dall’Egitto al Libano, ma per il mondo intero. Una spina nel cuore per chi predica e ama la pace, per i cattolici e i cristiani.

Benedetto XVI non esita a confessare la sua preoccupazione davanti ai fedeli nelle udienze e dalla finestra del suo studio. «Continuo a seguire con particolare apprensione la tragica situazione di violenza in Siria, dove non cessa il rumore delle armi e aumenta ogni giorno il numero delle vittime e l’immane sofferenza della popolazione, in particolare di quanti hanno dovuto lasciare le loro case».

Non si limita agli appelli, Benedetto XVI. Aveva pensato a iniziative clamorose, come l’invio di una delegazione del Sinodo. Risultata impossibile, ha ripiegato su una “missione speciale”, affidata al cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio consiglio Cor Unum, il quale per una settimana in Libano ha incontrato, secondo le disposizioni del Pontefice, pastori e fedeli delle Chiese presenti in Siria. Ha visitato alcuni rifugiati provenienti da quel Paese. Ha presieduto una riunione di coordinamento delle istituzioni caritative cattoliche. A queste la Santa Sede ha chiesto «un particolare impegno in favore della popolazione siriana, sia dentro che fuori del Paese». Sfidando, dunque, pericoli e veti. Che sono reali, al punto che la Croce rossa internazionale ha denunciato di «non riuscire a fronteggiare l'emergenza».

Un allarme lanciato dal presidente Peter Maurer: «Non possiamo svolgere le nostre operazioni in modo sufficientemente rapido con l'aggravarsi della situazione umanitaria», ha detto dalla sede di Ginevra. «In molti centri gli aiuti non arrivano. Non sappiamo quale sia la situazione reale». Gli fa eco il Papa. «La mia solidarietà», dice, «e quella di tutta la Chiesa alla popolazione in Siria e la vicinanza spirituale alle comunità cristiane del Paese». Più forte si alza «la preghiera a Dio» e il rinnovato invito «alle parti in conflitto e a quanti hanno a cuore il bene della Siria a non risparmiare alcuno sforzo nella ricerca della pace e a perseguire, attraverso il dialogo, le strade che portano ad una giusta convivenza, in vista di un’adeguata soluzione politica del conflitto». Una soluzione è urgente. Il Papa avverte la portata del dramma. «Dobbiamo fare tutto il possibile, perché un giorno potrebbe essere troppo tardi».

Dalle difficoltà globali a quelle di casa, non disgiunte però da parentesi liete. In visita agli anziani della Casa famiglia di Sant’Egidio nell'«anno europeo dell'invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni», dà vita a un incontro caloroso e familiare da «anziano tra gli anziani». E, pur affermando che «è bello essere anziani», stigmatizza la società «dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto» che mortifica ed emargina le persone anziane, ritenute non produttive e dunque «inutili». Una società, anzi «vorrei dire una civiltà», si giudica anche da come tratta gli anziani. Serve dunque un maggiore impegno da parte di famiglie e istituzioni per far sì che «gli anziani possano rimanere nelle proprie case» ed essere considerati per quello che sono, cioè «portatori di una grande ricchezza» grazie alla sapienza di vita maturata. «Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita».

Benedetto valorizza la longevità come una «benedizione di Dio». Sì, è vero, ci sono difficoltà, sofferenze e «qualche acciacco» (l’ottantaseienne Pontefice si è presentato col bastone, come aveva fatto un’altra volta all’aeroporto), ma si aprono vaste opportunità «da cogliere nella consapevolezza che ognuno è voluto, amato da Dio, ognuno è importante e necessario». Le nuove generazioni possono trovare «preziose indicazioni per il cammino della vita». Devono dunque valorizzare «la solidarietà generazionale», perché essere «sostenuti e accompagnati, sentire l'affetto degli altri» è importante «in ogni fase della vita: nessuno può vivere solo e senza aiuto». Solidarietà, quindi, come ha chiesto a tutti i fedeli nel saluto domenicale dalla finestra.

Altro momento di letizia domestica la «Missa anno santo», composta dal fratello prete e musicista Georg Ratzinger ed eseguita in concerto nello splendido scenario della Cappella Sistina, con i due fratelli l’uno accanto all’altro, la famiglia pontifica e un ristretto gruppo di invitati. La Cappella musicale pontificia, diretta dal maestro Massimo Palombella, ha eseguito brani dell'opera musicale di Georg, già maestro di cappella a Traunstein e poi direttore del coro della cattedrale di Ratisbona. Sono stati eseguiti anche canti gregoriani, l'introito della messa in Cena Domini del Giovedì Santo, il Kyrie e il Gloria della Missa, il Credo della Missa Papae Marcelli di Pierluigi da Palestrina, per passare al Sanctus e all'Agnus Dei, tratti sempre dalla Missa, per concludere con il Tu es Petrus, l’inno che esalta il Pontefice quale successore di Pietro. Applausi per mons. Georg. Quanto a Papa Ratzinger, nella sua semplicità, ha salutato tutti, dicendo: «Non sono previsti discorsi, ma solo la benedizione. Grazie a voi tutti, soprattutto al coro, e buona sera e buona settimana».

Con i congressisti dell’Interpol ha posto l’accento sulle forme più gravi delle attività criminali, in testa il terrorismo, «una delle forme più brutali» che «semina odio, morte, vendetta». Un fenomeno che «da strategia sovversiva tipica di alcune organizzazioni estremistiche finalizzata alla distruzione delle cose e all’uccisione delle persone, si è trasformato in una rete oscura di complicità politiche, utilizzando anche sofisticati mezzi tecnici, ingenti risorse finanziarie ed elaborando progetti su vasta scala».

La criminalità organizzata, dal canto suo, «prolifera nei luoghi della vita quotidiana e spesso agisce e colpisce al buio; realizza i suoi affari attraverso numerose attività illecite e immorali come la tratta delle persone, una forma moderna di schiavitù, i traffici di beni o di sostanze, quali la droga, le armi, le merci contraffatte, giungendo anche al traffico di farmaci, utilizzati in gran parte dai poveri, che uccidono invece di curare». Commercio «ancora più esecrabile quando riguarda gli organi umani di vittime innocenti che subiscono drammi e oltraggi che speravamo essere finiti per sempre dopo le tragedie del XX secolo ma che, purtroppo, ricompaiono attraverso le violenze generate dalle attività criminali di persone e organizzazioni senza scrupoli. Questi delitti infrangono le barriere morali progressivamente erette dalla civiltà e ripropongono una forma di barbarie che nega l’uomo e la sua dignità». E’ impellente reprimere il crimine, ma nell’ambito di «regole morali e giuridiche, nel rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi di uno Stato di diritto, puntando al ravvedimento e alla correzione del criminale, che rimane sempre persona umana, soggetto di diritti inalienabili».

Nel contesto della lotta alla criminalità, clamorosa la decisione dell'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, che ha deciso di chiudere le porte della Chiesa a chi «semina morte». Gli uomini dei clan non potranno «entrarvi neanche da morti, se non si pentono», perché «chi semina morte raccoglierà solo morte». Monito ai camorristi e linea di condotta per i sacerdoti, riassunti dal cardinale all'inizio della «marcia silenziosa per le vittime innocenti della camorra».

Ancora sul piano pastorale, i responsabili vaticani per la pastorale dei Migranti e degli Itineranti hanno sottolineato i disagi delle condizioni di vita e di lavoro dei marittimi, che vivono per lunghi mesi lontani dalla famiglia e dalla loro comunità cristiana e civile e in particolare quando si verifica «l’abbandono delle navi, con i loro equipaggi, in porti stranieri senza cibo e senza risorse», con divieto ai marittimi di scendere a terra. Tuttavia l’agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro (Ilo) ha varato la Convenzione con i requisiti minimi delle condizioni di lavoro, quali lo spazio nelle cabine, l’accesso alle comunicazioni e l’intrattenimento, le ore di lavoro e di riposo, il contratto, i contributi, la previdenza sociale e la pensione, l’assicurazione sanitaria, la qualità e la quantità del cibo. Infine la Cei, dettando criteri sul matrimonio, ha puntato l’indice sulla «banalizzazione del sesso», sulle convivenze, sugli aspetti esteriori del lusso nella cerimonia.

Antonio Sassone

 



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