Da don Quadrio la grande lezione sul "prete buono"

Un uomo di dialogo e di cuore. Un uomo giusto (vir iustus) nel senso biblico del termine. Don Giuseppe Quadrio (1921-1963), salesiano, proclamato venerabile da papa Benedetto XVI nel dicembre 2009 e per il quale è in corso la causa di beatificazione, è stato maestro di vita e di pensiero per intere generazioni di chierici.

Prima professore e poi decano del Pontificio ateneo salesiano (oggi Università salesiana) a Torino ha saputo coniugare la forte competenza teologica all’altissima statura spirituale. I suoi studenti raccontano che quando saliva in cattedra le lezioni erano così accorate, poetiche, suggestive che la teologia «prendeva fuoco». Umile e aperto al mondo, fu un uomo di preghiera e di carità. Un testimone del Vangelo.

A ricordare l’indimenticato teologo, «uomo e prete del nostro tempo», e a interrogarsi sull’eredità del professore in odore di santità lasciata in dote alla grande famiglia salesiana, è stato il convegno organizzato sabato scorso alla Facoltà teologica salesiana dell’Istituto di Torino-Crocetta (dove l’Università salesiana nacque nel 1937, per poi essere trasferita a Roma nel 1965), nel 75mo anniversario della sua fondazione e in occasione della traslazione della salma del Venerabile dal Cimitero monumentale alla chiesa presso l’Ateneo.

Un’occasione per riflettere insieme a chi ha conosciuto don Quadrio, come il segretario di Stato vaticano il card. Tarcisio Bertone, suo «amico e discepolo», ex allievo dell’Istituto (frequentò dall’ottobre 1960 al giugno 1961), e a chi oggi incarna e tramanda i suoi insegnamenti come il rettor magnifico della Pontificia università salesiana don Carlo Nanni e il preside della sezione torinese don Adrea Bozzolo. Oltre ai salesiani intervenuti al convegno: don Antonio Castellano (decano della Facoltà), don Antonio Escudero, don Roberto Carelli e un commosso don Ferdinando Bergamelli (che è stato vicino al Venerabile fin sul punto di morte). Presente il vescovo ausiliare di Torino mons. Guido Fiandino. Affollata l’aula magna della Facoltà (molti hanno seguito gli interventi su un maxischermo), tante le testimonianze di chi lo ha avuto come docente e ha portato il suo esempio in ogni parte del mondo.

A cominciare da quella del card. Bertone, che in apertura della sua lucida e appassionata relazione ha ricordato il venerabile Quadrio con cinque parole: «Un uomo e un salesiano di dialogo e di cuore, ottimista, evangelico, saggio, che seppe affiancare la teologia alla vita». Come i padri del deserto: un teologo santo che insegnava ciò che viveva e viveva ciò che insegnava. Un sacerdote che ha incarnato l’amore per la verità per poter conseguire la verità dell’amore. «Ricordiamo le risposte che dava sulle grandi questioni del nostro tempo pubblicate su “Meridiano 12”. Che nostalgia oggi per quella pubblicazione interrotta…», ha detto Bertone. Questo il lascito più importante di don Quadrio: coniugare contemplazione e azione, fede e vita, tradizione e modernità, realizzando quello che il Concilio Vaticano II ha chiamato profeticamente «unità di vita».

«Di teologi santi», ha detto il card. Bertone, «abbiamo bisogno anche oggi, soprattutto oggi. Don Quadrio era amico dei giovani. La speranza è che sia per tanti di loro un simbolo ma anche una meta, un modello ma anche un protettore. L’Università ha bisogno di santità». Poi ha aggiunto: «Un uomo dal cuore buono, che si è fatto amare. Con commozione ho letto un articolo uscito sul settimanale di Sondrio, nell’ottobre scorso, che ricordava il “Sorriso di don Quadrio”. Esigente con se stesso, comprensivo con gli altri. Il suo segreto? La fede, come testimonia chi l’ha conosciuto: viveva come se vedesse l’invisibile…».

E che don Giuseppe Quadrio fosse un uomo di fede «profonda e contagiosa» lo dimostra tutta la sua vita. Nato nel 1921 a Vervio, un paesino della Valtellina in provincia di Sondrio, in una povera famiglia contadina, sesto di otto figli, si innamorò della vita di don Bosco leggendo una biografia che gli aveva imprestato il parroco del paese. «Un libro benedetto», scriveva nel suo Diario, «che la Vergine mi ha messo tra le mani perché trovassi la mia vocazione». In un biglietto scritto dal giovane Giuseppe e nascosto dietro la specchiera di casa, confidava il suo sogno: «Salesiano e missionario». Nel 1933, a 12 anni, entra nell’Istituto di Ivrea. Nel 1937 diventa salesiano. Ricorda il card. Bertone: «Don Bosco si scopre sempre in tempi e momenti particolari. Il giovane Giuseppe leggendo un libro… Papa Ratzinger mi ha raccontato che fu suo padre, militare, a raccontargli la straordinaria vita del santo. A Wojtyla, la sua adorata mamma».

Una storia semplice quella di don Quadrio raccontata da un’essenziale, ma incisiva mostra fotografica nei corridoi dell’Università. Pezzo forte, la macchina da scrivere che usava il venerabile, una Olivetti, naturalmente. E c’è chi lo ricorda chinato sui tasti neri con il bordo bianco assorto a scrivere tra il 1946 e il 1963. Le istantanee lo ritraggono studente alla Gregoriana («Era un braciere che ardeva in un contenitore fragile: non partì missionario, ma fu indirizzato agli studi», racconta il card. Bertone), poi assistente e insegnante di filosofia a Foglizzo tra 150 chierici studenti. Quindi di nuovo nella capitale per seguire corsi di Teologia, ma anche tra gli sciuscià.

Un anno dopo, il 25 giugno 1944, la svolta della sua vita: dopo un’intensa novena di preparazione, il giovane chierico vive la Pentecoste. Nel suo Diario scrive una delle pagine più belle con l’elenco delle imperfezioni che lo legano ancora (orgoglio, spirito di competizione) e il desiderio di perdersi nello Spirito santo: «Mi chiamerò col tuo dolcissimo nome: Docibilis a spiritu sancto». E’ pronto per la consacrazione sacerdotale. Nel 1946, di fronte a nove cardinali, fra i quali mons. Montini, futuro Paolo VI, difende in una solenne disputa teologica la definibilità dogmatica dell’Assunzione di Maria in cielo. Il 16 marzo 1947 è sacerdote. Ha 26 anni. Pio XII si appoggerà ai suoi studi per definire il dogma di fede nel 1950. I successi figli della tenacia negli studi non lo spogliarono della sua grande umanità.

Essere fedele ai propri sogni richiede fatica, costanza, tenacia confessa nel Diario. Le stesse qualità che raccomandava ai suoi studenti. Scriveva ai giovani sacerdoti: «Siate sempre, dovunque e con tutti una incarnazione vivente e sensibile della bontà di Gesù. Il sacerdote è il vicario dell’amore di Dio, perché fa le veci di Lui nell’amare le anime. Il divino e l’eterno, che è nel vostro sacerdozio, si incarni (senza diluirsi) in una umanità ricca e completa come quella di Gesù, la quale abbia lo stile, il volto, la sensibilità del vostro ambiente e del vostro tempo». L’intuizione di don Quadrio sta tutta in quel «senza diluirsi», messo tra parentesi, ma così importante, per indicare la sfida di ogni sacerdote: incarnare Gesù nel proprio tempo.

Ai suoi allievi, spiega don Bergamelli, don Quadrio che insegnava Teologia dogmatica chiedeva sincerità, lealtà e generosità di vita, ma anche fiducia, costanza e coraggio nei propositi. Su tutto la carità, anima e stile della vita sacerdotale. E amava ripetere: «Studio e pietà vi renderanno salesiani». Cinque i consigli che consegnò con una lettera ad alcuni suoi allievi alla vigilia della loro ordinazione presbiterale: «Non dimenticarti che la messa meglio celebrata è quella meglio preparata. Il breviario è il miglior termometro del tuo fervore sacerdotale. La confessione regolare e accurata salverà il tuo sacerdozio dalla superficialità, dalle illusioni, dalla tiepidezza e dalla catastrofe. Le anime siano l’unica tua passione, sii sacerdote non solo sull’altare, ma sulla cattedra, in cortile, per strada. La carità sia l’anima e lo stile della tua vita sacerdotale».

Spiega il card. Bertone: «Don Quadrio diceva ai giovani sacerdoti: salvate la vostra messa dalla profanazione dell’impreparazione ai tempi. Predicate il Vangelo con la bontà, l’aiuto disinteressato, l’evangelizzazione feriale, la ricerca del rapporto più intenso, quello del tu per tu. Allora don Quadrio metteva in guardia dal sacerdote disincarnato, incapace di farsi scoprire. Oggi il rischio è quello di un sacerdozio mondanizzato: preti bravi a organizzare eventi, ma lontani dall’essere uomini di Dio». In una società sempre più secolarizzata e alla luce della nuova evangelizzazione, il card. Bertone ha detto rivolgendosi ai giovani studenti in Teologia raccolti in sala («Chi tra voi diventerà vescovo ascolti bene…») che la Chiesa oggi ha bisogno più che mai di sacerdoti santi. E che la santità passa anche attraverso l’umiltà e la saggezza. Ma soprattutto la preghiera e la bontà. Poi ha ricordato un aneddoto: «Paolo VI rivolgendosi a Prezzolini per avere un consiglio su come entrare in dialogo anche con i non credenti, si sentì rispondere: “Non c’è che un mezzo: cercare uomini buoni, perché nulla attira come la bontà. Di gente intelligente il mondo è pieno, di persone buone no. Tutto il resto è secondario”». Ecco ha concluso il card. Bertone, «don Quadrio professore e maestro è stato un uomo e un prete dal cuore buono. Che ha saputo incarnare l’amore della verità per la verità dell’amore. L’affetto e la riconoscenza di tanti ex allievi lo dimostrano». Come dire, la Chiesa sulla terra è sempre un episodio di cielo.

Cristina MAURO



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